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Dizionario biografico visconteo-sforzesco

a cura di Maria Grazia Tolfo

 

Sommario

Domenico Aicardi Visconti - Beatrice d'Avalos - Barbara di Cilli - il Bergamino - Borri - Antonio il Matto di Brenzio e Giovanni - Odet de Foix - Cabrino Fondulo - Giorgino (Brandolino) da Galese - Stefano Porro - Pier Maria Rossi di S. Secondo - Roberto Sanseverino - Galeazzo Sanseverino - Sigismondo del Lussemburgo - da Soresina - Torelli - Cassono della Torre - Guido della Torre - Napo della Torre - Antonio Trivulzio - Gian Francesco Trivulzio - Venceslao del Lussemburgo - Giovanni Visconti da Oleggio  

Domenico Aicardi Visconti

Pavese, il 24 settembre 1415 aveva denunciato a Filippo Maria Visconti una congiura dei Beccaria per consegnare la cittadella di Pavia a Pandolfo Malatesta. Come premio ebbe l’onore di aggiungere al suo cognome quello dei Visconti. Suoi figli furono Giorgio, detto lo Scaramuccia, abile condottiero, Alessandro, parimenti condottiero e Bartolomeo, vescovo di Novara; una figlia sposò Antonio Trivulzio e fu madre di Gian Giacomo Trivulzio. Scaramuzza, figlio di Alessandro, ereditò la condotta del padre e nel 1482 partecipò all’attacco alle fortezze di Pier Maria Rossi nel Permense, dove fu fatto prigioniero.

Beatrice d'Avalos

Figlia di Inigo, Gran Camerlengo del Regno di Sicilia, capostipite dei d’Avalos italiani. Inigo segue a Napoli Alfonso d’Aragona e sposa Antonella d’Aquino, marchesa di Pescara e contessa di Loreto e Monteodorisio. La stirpe dei d’Avalos ha particolare importanza nei ranghi dell’Impero e come governatori di Milano. Sposa Gian Giacomo Trivulzio. La parentela coi nipoti e cugini aiuta Beatrice d’Avalos a fronteggiare le avversità politiche e a vivere, ormai sola, nel suo palazzo di via Rugabella. Muore nel gennaio 1547 e la leggenda vuole che avesse 90 anni, ma sembra poco probabile perché si sarebbe sposata nel 1488 a 31 anni, età molto avanzata per un primo matrimonio.

Barbara di Cilli  

Nasce nel 1393 circa, sesta e ultima figlia del conte Herman II di Cilli (Celje oggi in Slovenia) e della marchesa Agnese di Schaunberg. Il conte è vassallo del re d’Ungheria Sigismondo del Lussemburgo e lo accompagna nella crociata contro i Turchi, salvandogli la vita. Nel 1408 Barbara sposa Sigismondo e diventa Regina d’Ungheria. Pur essendo giovanissima, si dimostra un’abile donna d’affari, anche grazie al suo consigliere Giovanni Siebenlinden, così che in breve tempo acquisisce al suo patrimonio personale beni della corona ungherese. Barbara si presentava come particolarmente avvenente, coi capelli biondo platino e il fisico slanciato, ma anche troppo intelligente, interessata alla politica e portata per le lingue, doti pericolose nel medioevo per una donna. Nel 1409 nasce l’unica figlia Elisabetta. Nel 1412 Barbara sostituisce il marito Sigismondo durante la sua assenza dall’Ungheria. E’ apertamente ostile al partito tedesco. In questi due anni di assenza del marito mostra le sue doti spiccate di abile politica. L’8 novembre 1414 Barbara è incoronata ad Aquisgrana Regina di Germania col marito Sigismondo, col quale fino a questo momento i rapporti sono buoni. E’ solo dopo il Concilio di Costanza, dove la coppia istituisce l’Ordine del Dragone per la lotta ai Turchi, che la visione politica e religiosa di Barbara si mostrerà contrastante con quella del marito. Barbara si oppone alla condanna di Jan Hus ed Enea Silvio Piccolomini (poi papa Pio II) l’accusa di essere atea e intrigante in affari troppo grandi per lei. Il suo atteggiamento volitivo e testardo gli inamica il clero, che inizia una sistematica campagna diffamatoria nei suoi confronti. Barbara regge il trono d’Ungheria ancora nel 1418 per l’assenza del marito ma, quando nel 1419 muore il re di Boemia Venceslao, fratello di Sigismondo, e i Cechi si rifiutano di accogliere colui che ha mandato al rogo Jan Hus, Barbara si schiererà con loro contro il marito, che la bandirà. Quando Sigismondo nel 1420 riceverà fuori Praga la corona di Boemia, Barbara non sarà nemmeno presente. Il 28 settembre 1421 Sigismondo darà in sposa ad Alberto d’Asburgo, il nuovo re di Germania e grande nemico di Barbara, la figlia Elisabetta. Barbara venne anche esclusa dal marito dall’incoronazione imperiale a Roma nel 1433; ciò nonostante sarà proprio lei a sostenere economicamente il dissestato marito nel 1434. L’11 febbraio 1437, forse in seguito a una malattia di Sigismondo, Barbara ricevette finalmente la corona di Regina di Boemia, ma il suo regno fu di breve durata. Il marito morì il 9 dicembre 1437 e pochi minuti dopo lei si trovò arrestata e imprigionata dal genere Alberto V d’Asburgo, che pretendeva di succedere a Sigismondo sul trono di Boemia. Nel 1438 Barbara riuscì a fuggire a Cracovia in Polonia senza alcun mezzo di sostentamento. Quando il 27 ottobre 1439 morì il genero Alberto, Barbara ritenne di poter riprendere il suo posto a corte in Boemia, proponendo come suo successore il re di Polonia. Il 22 febbraio 1440 nacque però il nipotino postumo Ladislao d’Asburgo e si creerà subito il partito di coloro che sostenevano la discendenza degli Asburgo. Ormai stanca di queste continue lotte intestine, Barbara si ritirò nel luglio 1441 nella sua residenza di Melnik, a nord di Praga, dove in dicembre apprese la notizia della morte della figlia Elisabetta. Il ritiro di Barbara dalla scena politica durò dieci anni, finché la peste non la portò via l’11 luglio 1451.

Bergamino, Giovanni Pietro Carminati di Brambilla detto il

Figlio di Venturino Carminati, era originario della Val Brambilla nel bergamasco. La famiglia si era insediata a Lodi nel 1443, ma fece carriera con Francesco Sforza. Il Bergamino figura fra i galuppi già nel 1450 e ancora nel 1462. Nel 1467 è a capo dei balestrieri a cavallo, coi quali partecipa alle campagne in Romagna e Piemonte. Nel dicembre 1467 quando Galeazzo Maria Sforza si asserragliò al castello di Porta Giovia fu uno dei pochi fedeli ammessi nella fortezza. Ottenne in premio Polignano nella campagna lodigiana. Il Bergamino non sopportava però l’autoritarismo di Galeazzo Maria e entrò nella lista dei sospettati dal duca già nel 1468. Nel 1492 sposerà Cecilia Gallerani, la presunta Dama dell’ermellino, amante di Ludovico il Moro.  

Borri

Nobile famiglia milanese, destinata al tempo dell’arcivescovo Ottone Visconti a reggere le sorti del comune. Borro è tra i negoziatori nel 1250 della pace con Como.  Squarcino è capitano dei nobili esuli da Milano e braccio destro di Ottone Visconti; nel 1271 si reca in Castiglia per assoldare una spedizione di 800 uomini e offre al re  Alfonso, eletto imperatore nel 1257, la Signoria di Milano. Sua figlia Bonacosa sposa Matteo Visconti. Altri membri della famiglia a noi noti sono Guglielmo, nominato Capitano a Milano nel 1277, dopo la vittoria di Desio sui Torriani, e Landolfo, che  partecipa alla congiura contro Matteo e alla sua cacciata da Milano.  

Antonio di Brenzio detto il Matto

Pirata del lago di Como. E’ un avventuriero tanto brutale da meritarsi il titolo di Matto. Contro i Francesi nel Ducato di Milano organizza una flotta pirata con la quale saccheggia e occupa la sponda opposta del lago, penetrando in Valsassina per fare incetta di ferro. Divenute pericolose le Tre Pievi per il presidio che teneva Gian Giacomo Trivulzio, Antonio il Matto sposta la sua centrale nel castello di Griante. Il Trivulzio non demorde e fra la gente di Menaggio e Torno recluta un buon nucleo di armati. Grazie al suo spionaggio scova il nascondiglio di Antonio e lo fa uccidere nel sonno il 19 settembre 1517. Tra i suoi fidi che giurano di vendicarne la morte c’è anche Gian Giacomo Medici di Milano, detto il Medeghino.
Giovanni, figlio di Antonio, è arruolato nella Repubblica di Venezia quando nel 1517 muore il padre. Lui torna al natio lago, assumendosi il compito di guidare la flotta di pirati. Nella guerra di successione al Ducato di Milano si allea con i Grigioni contro i Francesi. E’ nominato comandante di soldati di ventura tedeschi (Lanzichenecchi) e italiani allo sbando per strappare Como ai Francesi. L’avventura finisce male e Giovanni riesce a rifugiarsi nel castello di Griante (Cadenabbia), dove però viene snidato e giustiziato nel 1521.  

Odet de Foix, signore di Lautrec

Cugino di Gastone de Foix, nato nel 1485. Nell’aprile 1516 lascia il comando a Milano a Gian Giacomo Trivulzio, ma data la tarda età e l’impopolarità del Maresciallo, assume la carica di governatore nel 1517. Nel 1518 terrà agli arresti domiciliari Beatrice d’Avalos e il nipote Gian Francesco Trivulzio in attesa che Gian Giacomo risolva in Francia le sue pendenze giudiziarie. Il 6 luglio 1521 fa squartare davanti al Castello Manfredo Pallavicino, arrivato a Milano per vendicare la morte del fratello Cristoforo, ucciso da Odet. Il 19 novembre 1521 le truppe francesi guidate da Odet lasciano Milano a Francesco II Sforza. Muore nel 1528.

Cabrino Fondulo

Nato a Soncino nel 1370. Aveva militato come capitano al servizio di Ugolino Cavalcabò di Cremona. Viene descritto come sfrenatamente ambizioso, subdolo, più volte assassino, usurpatore, opportunista. Il Fondulo dal 1406 era stato investito dall’imperatore del titolo di conte di Cremona, territorio appartenente a Giovanni Maria Visconti. Dopo varie lotte contro Filippo Maria, il Fondulo gli vendette Cremona nel 1420 per 40.000 ducati e il titolo di marchese di Castelleone. Venne condannato a morte dal duca di Milano. Pier Candido Decembrio, Vita di Filippo Maria Visconti, cap. XI, spiega così le ragioni: “(Filippo Maria) amò a tal punto la madre da non perdonare a nessuno dei complici la morte di lei. Infatti, venuto a sapere non molto dopo la dedizione di Cremona che Cabrino Fondulo, insieme con altri le aveva teso insidie, lo fede mettere a morte (112.2.1425).  

Giorgino (Brandolino) da Galese

Figlio di Angelo. Come il padre fu procuratore e luogotenente del famoso condottiero Tiberio Brandolini. Giorgino, personaggio fosco e senza scrupoli, assassinò la moglie di Tiberio, Romagnola (figlia del Gattamelata), per permettere al suo Signore di sposare la ricca Cornelia, sorella del Signore di Imola Taddeo Manfredi. Poi denunciò nel 1462 per tradimento al Duca di Milano lo stesso Tiberio e si impossessò delle sue terre di Calestano e Fiorenzuola. Nell’ottobre 1472 Giorgino abbandonò il Ducato di Milano per Venezia.  

Stefano Porro  

Escludendo un Porretus de Porris citato in carta della metà del XII secolo, il primo antenato certo dei Porro è Ottone che compare nel 1191 come procuratore della badessa Letizia di San Vittore di Meda. Suo figlio Oldone I, ed i nipoti, Oldone II e Ottone II, abitano nel castello di Copreno, antico possesso dei monaci di San Simpliciano dei quali i Porro erano sicuramente vassalli. Intorno al XIV secolo vari membri di questo Casato possedevano quasi per intiero i territori di Copreno, Lentate e Barlassina.
Un grave fatto scosse però i destini famigliari quando Pietro ed Alberto decisero d’essere partecipi della congiura ordita nel 1252 nei confronti dell’inquisitore Pietro da Verona, ucciso presso il castello di Farga, vicino a Seveso. Favoriti dal podestà di Milano, il comasco Pietro Avogadro, ottennero la fuga. Qualche tempo dopo i discendenti dell’Avogadro e quelli dei Porro, vennero alle armi per il controllo del castello di Copreno, ciò nonostante il Casato non perse importanza.
Stefano Porro nasce da questa famiglia, probabilmente intorno al 1315, poiché il suo ritratto conservato nell’oratorio di Santo Stefano di Lentate lo raffigura come un uomo di circa cinquant’anni, nel 1369. Lentate tuttavia non era l’unica abitazione della sua famiglia, infatti, in Milano aveva un’abitazione presso Porta Romana, sestiere riservato a Bernabò Visconti.
Iniziò la sua carriera presso la corte dei signori di Milano e quando i fratelli Bernabò e Galeazzo si divisero ducato e consiglieri, Stefano mantenne una posizione al di sopra delle parti che lo favorì grandemente accrescendo la stima nei suoi confronti di tutta la famiglia viscontea. La sua presenza nelle due capitali, Pavia e Milano, è alternata a funzioni di grand’autorevolezza, come indica la sua attività diplomatica esercitata in Boemia presso la corte dell’imperatore Carlo IV. Nel febbraio del 1360, a riconoscenza dell’attività prestata, l’imperatore lo nomina Conte Palatino con privilegio datato in Praga (anche se per altre fonti il documento era datato 1368). Nel 1360 riceve il mandato dei Visconti per recarsi a loro nome nelle città di Verona, Venezia, Padova, Ferrara e Mantova, con l’incarico d’invitare i signori di quelle capitali alle imminenti nozze di Galeazzo con Isabella di Francia. Nel 1362 è già cancelliere del governo milanese e compare a Mantova, nella veste di tesoriere ducale, città in cui sarà ulteriormente presente nel 1368.
La famigliarità con Bernabò Visconti è testimoniata da due lettere datate 1364 inviate dal signore di Milano a Stefano. Dobbiamo altresì ricordare che l’amante di Bernabò era Donnina di Leone Porro di Copreno, cugina di Stefano.
Nel 1367 è ambasciatore dei Visconti presso l’imperatore ed un povero inviato del podestà di Bormio dovette attenderlo un mese per essere ricevuto. Già consigliere segreto donò a Galeazzo II un prezioso calice d’argento, custodito al Castello.
Nel 1369 compie l’opera più apprezzabile dai posteri, fonda in Lentate, presso la casa ereditata da suo padre, poi trasformata in casaforte, il Magnifico oratorio di Santo Stefano Martire, come conferma la lapide posta sulla parete settentrionale del presbiterio che nelle intenzioni di Stefano doveva diventare il mausoleo funebre della famiglia, ma ironia della sorte a noi non risulta che nessuno dei Porro abbia effettivamente qui ricevuto sepoltura.
D’onore in prestigio, nel 1371 fu creato marchese di Trebbia, privilegio confermato ai figli nel 1385. Compare l’ultima volta come inviato di regina della Scala in Tortona nel 1378, mentre nel 1380 era già defunto. Sempre in Tortona, nel 1376, compare come podestà il domino Lanfranco de Porris, fondatore dell’oratorio di Mocchirolo (frazione di Lentate), i cui affreschi trecenteschi sono oggi conservati presso l’accademia di Brera.

Fonti e bibliografia: Covreno, di Matteo Sormani Turconi, in corso d’edizione; Giulini, Memorie spettanti alla storia… 1854; Lentate sul Seveso di E. Mattavelli, ed. Graffiti 1991; ASMi, fondo Riva Finolo, cartelle varie, Porro, araldica; ASCo, fondo Olginati, cartelle varie, Porro, documenti vari; E. Porro, testo a stampa del XVII secolo conservato presso la Biblioteca di Como.

(Testo di Matteo Sormani Turconi  contedellatorre@tiscali.it ; per chi fosse interessato alle visite all'oratorio di S. Stefano a Lentate:  arkaikos@tiscali.it)

Giovanni Visconti di Oleggio (1304 ca.-1366)

Giovanni, nato intorno al 1304, era figlio di Filippo Visconti da Oleggio, ucciso con una mazzata in testa dal guelfo Botta di Gattico, che si premurò di incendiare il castello e lasciare sul lastrico la sua famiglia. Giovanni Visconti conobbe il giovane orfano e gli piacque, tanto da sollevarlo dall'indigenza e avviarlo alla carriera ecclesiastica. Lo fece prima suo "domicello", poi cimiliarca della Metropolitana; raggiunti i 32 anni, lo tolse dalla carriera ecclesiastica per avviarlo a quella a lui più utile della politica. Dopo averlo fatto sposare, lo considerò come il suo delfino, cosa che gli procurò l'invidia dei nipoti Matteo II, Bernabò e Galeazzo II. Furono loro a spargere la voce che era un bastardo e un usurpatore (Lino Sighinolfi, "Di chi fu figlio Giovanni da Oleggio?" in Archivio Storico Lombardo, 1902, pp. 145-154). Comunque Giovanni divenne podestà di Novara, di Asti nel 1340 e fu a capo dell'esercito milanese contro Pisa per il possesso di Lucca e contro Firenze, dove fu fatto prigioniero. Messo dall'arcivescovo a governare Bologna, alla morte del suo benefattore l'Oleggio pensò di far da sé. I Visconti milanesi tentarono di eliminarlo e prepararono una congiura contro di lui nel 1356 (raccontata da L.Frati in Archivio Storico Lombardo, 1893). Nel 1360 finì la sua avventura bolognese: il cardinale Albornoz acquistò Bologna per conto del papa e l'Oleggio scivolò a Fermo, uscendo dalla pericolosa orbita viscontea. Morì nel 1366 e fu sepolto nell'atrio della cattedrale di Fermo, dove a tutt'oggi si trova.

Pier Maria Rossi , conte di S. Secondo

25 marzo (o 20 agosto) 1413: nasce Pier Maria da Pier Maria Rossi, terzo conte di S. Secondo.
1428: Pier Maria sposa a 15 anni Antonia, figlia di Guido Torelli.
1440:
muore suo padre e Pier Maria eredita il titolo, diventando il quarto conte di S. Secondo. Oltre ad essere uomo d’armi, si diletta di musica, di letteratura, studia l’architettura delle fortezze, che si appresta a costruire nel suo dominio. Comincia dalla ricostruzione di  una nuova rocca a S. Secondo, essendo quella avita inadeguata alla difesa.
Pier Maria incontra Bianca Pellegrini, moglie di Melchiorre di Arluno; lei è una damigella d’onore di Bianca Maria Visconti. Fra i due nasce una relazione solida, dalla quale nasce il figlio Ottaviano.
Maggio 1448: inizia la costruzione del castello di Torrechiara,  che diventerà la sede estiva di Bianca. La moglie Antonia Torelli e la numerosa prole legittima abitano a S. Secondo.
25 marzo 1449: Pier Maria si allea con Francesco Sforza e gli garantisce 500 cavalli.
1454: il conte di S. Secondo si ritira nel suo feudo, lasciando la condotta presso lo Sforza.
1457: l’incisore Giovanni Francesco Enzola di Parma realizza la medaglia di “Bianchina d’Arluno”.
1464: è forse terminata per questa data la decorazione della camera da letto nel castello di Roccabianca ad opera di un ignoto frescante, da alcuni identificato con Nicolò da Varallo, da altri con Antonio Cicognara.
15 ottobre 1467: Pier Maria dona a Bianca Pellegrini il castello di Roccabianca, prima detto di Rezinoldo, come sede invernale.
1468: Galeazzo Maria Sforza rifiuta i 100 ducati d’oro inviati da Pier Maria e lo sollecita a donare cose più consistenti, perché sta contrastando la raccolta delle tasse nel suo territorio.
Gennaio 1469: Pier Maria è nominato Consigliere ducale e Galeazzo Maria lo invita a trasferirsi a Milano, assegnandogli il palazzo in corso di Porta Romana (poi Acerbi, al n. 3), ma Pier Maria rifiuta, perché teme di cadere in trappola.
1472-74: nonostante l’avversione che Pier Maria nutre per Galeazzo Maria,  lo sostiene contro i fratelli, soprattutto Ludovico Maria il Moro.
26 dicembre 1476: assassinio di Galeazzo Maria.
1477: Pier Maria collabora coi reggenti di Milano e accetta una condotta di 300 cavalli che si somma a quella del figlio Guido.
1481: il duca di Milano decide di togliere a Pier Maria le tasse dei cavalli e di farle corrispondere alla camera ducale. Il malcontento è una delle cause per l’aperta ribellione: Pier Maria passa a sostenere Venezia.
1482 Gennaio: Sforza II, nominato governatore di Parma, assedia S. Secondo con Gian Giacomo Trivulzio. 21 febbraio: Pier Maria fa prigioniero lo Scaramuzza, Pier Paolo da Fabriano  e molti altri. Mentre il Trivulzio assale i castelli montani, il Bergamino assedia quelli di pianura. Maggio: Pier Maria invita i contadini a unirsi al suo esercito. Giugno: le compagnie di Guido Rossi, figlio di Pier Maria, e di Amurat Torelli  con la turba dei contadini assaltano Parma. Luglio: Pier Maria, persa Roccabianca, si rifugia a Torrechiara con un piccolo esercito di 20 armigeri e 100 fanti, più i contadini del posto. Il supporto dei contadini alla guerra dei Rossi ha un forte impatto politico, perché materializza il grande incubo dei cives di Parma. 1° settembre: muore Pier Maria. La Roccabianca passa a Gian Francesco Pallavicino. Torrechiara resta al figlio Guido Rossi, condottiero al servizio di Venezia.

Roberto Sanseverino

Figlio di Elisa (sorella di Francesco Sforza) e di Leonetto, nasce nel 1418. E’ considerato uno dei maggiori condottieri del Ducato milanese. Tornato da Firenze nel 1470, Roberto prese residenza a Bologna dove, grazie all’appoggio dei Bentivoglio, esercitò grande influenza. La sua compagnia era alloggiata a Imola. Il Sanseverino, che aveva contatti col re di Francia e col papa, mirava a diventare signore di Imola con l’appoggio dei Medici. Era un personaggio sanguigno e intemperante, per nulla portato alla diplomazia, motivo per cui cadde sovente in disgrazia presso il giovane nipote Galeazzo Maria Sforza. Quando nel 1477 Donato del Conte confessò l’assassinio del duca, disse che la congiura era stata ordita proprio da Roberto Sanseverino. Questo non impedì che Roberto entrasse nel consiglio segreto di Bona di Savoia, nonostante osteggiasse apertamente il primo ministro Cicco Simonetta. Nel 1481 andò al servizio di Venezia, combattendo per la quale morì nel 1487.  

Galeazzo Sanseverino

Figlio di Roberto. Nel gennaio 1496 sposa Bianca, figlia primogenita naturale di Ludovico il Moro e Bernardina de Corradis, nata intorno al 1482. Bianca muore nel novembre dello stesso 1496. Quando muore Gian Galeazzo Sforza, la vedova Isabella d’Aragona accusa il Sanseverino di assassinio. Galeazzo parte allora per Napoli e quindi per il suo feudo di Bari (1500). Nel 1512 alla morte di Gian Nicolò Trivulzio entra in lite con Gian Giacomo per il feudo di Castelnuovo nel Tortonese. La grave inimicizia porterà il Maresciallo a morire a Chartres nel 1519. Nel 1522 Galeazzo è inviato da Francesco I in Lombardia per combattere gli imperiali, ma nella battaglia di Pavia del 24 febbraio 1525, che vede prigioniero il re Francesco I, muore combattendo. 

Sigismondo del Lussemburgo

Nasce il 15 febbraio 1368 da Carlo IV e da Elisabetta di Pomerania, dalla quale riceve nel 1378 il margraviato del Brandeburgo (Berlino). Nel 1387 sposa la sedicenne Maria d’Angiò, erede del trono di Ungheria, comprendente Moldavia, Valacchia, Bulgaria, Bosnia, Serbia e Dalmazia. Nel 1395 Maria muore per una caduta da cavallo, lasciando Sigismondo re di Ungheria. La posizione dello Stato lo obbliga alla guerra contro l’avanzata dei Turchi, che nel 1396 lo sbaragliano a Nikopol sul Danubio. Sigismondo si salva grazie all’intervento del conte Herman II di Cilli (Celje), che riceve in ricompensa molti territori. Nel 1408 Sigismondo sposa Barbara di Cilli, figlia del conte Herman, dalla quale nasce nel 1409 l’unica figlia Elisabetta. Il 21 luglio 1411 Sigismondo viene candidato a re di Germania, ma gli elettori tedeschi si oppongono e vogliono concludere l’esperienza della Casa del Lussemburgo. Sigismondo lascia per due anni l’Ungheria in mano alla moglie Barbara e scende in Italia contro Venezia. Nel novembre del 1413 s’incontra presso Cantù con Filippo Maria Visconti, che insiste per avere il riconoscimento del titolo ducale. Sigismondo gli promette il suo interessamento quando sarà eletto. Nel novembre 1414 Sigismondo e Barbara sono incoronati ad Aquisgrana Re e Regina di Germania. Per riconoscenza dell’appoggio fornitogli, Sigismondo cede a Federico VI di Hohenzollern, burgravio di Norimberga, la marca del Brandeburgo.  Il re indice quindi a Costanza un Concilio per dirimere lo scisma ed affrontare la questione hussita. Iniziano qui i dissidi insanabili con la consorte Barbara, che si oppone alla condanna di Hus al rogo. Il 15 agosto 1419 Sigismondo succede al fratello Venceslao sul trono di Boemia, ma la reazione hussita impedisce l’incoronazione; anche la moglie Barbara viene bandita insieme alla figlia Elisabetta e potrà tornare a corte solo a Natale; l’incoronazione avviene nel 1420 fuori di Praga per il solo Sigismondo, che esclude dal regno Barbara. Sigismondo arruola come generale supremo della lotto contro gli hussiti il fiorentino Filippo degli Scolari (Pippo Spano). Nel 1426 Sigismondo conferma finalmente il titolo ducale a Filippo Maria Visconti, che per ringraziamento appoggerà i Turchi nella presa di Salonicco. Nel 1429 infatti Sigismondo subirà una pesante sconfitta contro i Turchi, secondo lui anche a causa della defezione di Alessandro di Valacchia, che era passato sotto il vassallaggio del re di Polonia. Nel 1430 Sigismondo legittima alla successione del Ducato di Milano Bianca Maria, figlia naturale di Filippo Maria Visconti e di Agnese del Majno, in cambio del suo appoggio all’incoronazione imperiale. Nel 1431 però, quando Sigismondo arrivò a Milano per la tradizionale incoronazione a re d’Italia in S. Ambrogio, Filippo Maria rifiutò d’incontrarlo. Nel maggio 1433 Sigismondo ebbe comunque la sua incoronazione imperiale a Roma, dalla quale escluse nuovamente la moglie Barbara, con la quale sembrò rappacificarsi di lì a breve. Nel 1434 fece pace con gli Hussiti ai quali concesse libertà religiosa e conferì numerose cariche ai nobili cechi. Sigismondo si spense il 9 dicembre 1437 a 69 anni.  

da Soresina

Una delle famiglie più antiche della nobiltà milanese. Arderico e Rogerio presenziano alla solenne festa dell’Esaltazione della Croce del 1053. E’ grazie alla donazione di Alberico che nel 1075 si istituisce la vita in comune tra i canonici di S. Ambrogio a Milano. Quando l’arcivescovo fugge da Milano nel 1256 in seguito alle rivendicazioni dei decumani di poter accedere alla dignità arcivescovile e quindi di dare accesso ai ceti popolari, Paolo da Soresina guida la resistenza dei milites, affiancato nel 1259 da Guglielmo. L’8 settembre 1259 la potente famiglia è bandita per il suo appoggio a Ezzelino da Romano, il signore della Marca trevigiana capo dei ghibellini. Il 27 dicembre 1281 i da Soresina sono cacciati anche da Milano, perché Ottone Visconti li accusa di sostenere il marchese Guglielmo VII del Monferrato. Nel 1283 Ottone bandisce Jacopo e ne distrugge il palazzo. L’esilio da Milano dura fino al 1285, quando dietro intercessione di Manfredo Beccaria Ottone li fa richiamare. Ma ormai l’alleanza coi Visconti è rotta: nel maggio 1301 Corrado è fra i congiurati che riescono a cacciare i Visconti da Milano. Il nuovo governo guelfo dei Torriani non piace ai da Soresina e Ottorino si allea nel 1307 con Matteo Visconti per eliminare Mosca e Guido della Torre. Una figlia di Ottorino ha sposato Napino, fratello dell’arcivescovo Cassono della Torre.  

Torelli

Famiglia di origine mantovana che diede molti uomini d’arme. Guido, il capostipite della casata nobiliare, viene investito nel 1406 dal Signore di Milano dei feudi di Montechiarugolo e Guastalla ai confini del Parmense, che sono elevati a contea nel 1428. Nel 1441 compra da Filippo Maria Visconti il castello e la terra di Settimo nel Pavese. Muore nel 1449. La figlia Antonia sposa Pier Maria Rossi di S. Secondo.   

Cassono della Torre

Figlio di Allegranza di Guidone da Rho e di Corrado detto Mosca, figlio di Napo. Deve lasciare Milano dopo il 1277 e si rifugia nel Friuli, dove Raimondo della Torre è patriarca di Aquileia. Rientra a Milano nel 1302, dopo la cacciata dalla città di Matteo Visconti e diventa canonico della cattedrale mentre era arcivescovo Francesco Fontana da Parma. Viene scelto come arcivescovo il 12 febbraio 1308, ma il cugino Guido della Torre teme che Cassono si allei coi Visconti – coi quali era imparentato – e il 1° ottobre 1309 attacca il palazzo arcivescovile e fa arrestare i fratelli di Cassono, Pagano, Adoardo e Moschino (sfuggono Napino e Rinaldo), conducendoli alla Rocca di Angera. Dietro pressione, Guido deve infine liberare Cassono, anche se costretto all’esilio. Da Bologna Cassono richiede l’intervento dell’imperatore Enrico VII per liberare i fratelli reclusi. L’arcivescovo può quindi rientrare a Milano, ma per poco, perché si guastano anche i suoi rapporti con Matteo Visconti. Vista la problematicità della sede milanese, il 31 dicembre 1316 Cassono riesce a farsi assegnare il patriarcato di Aquileia, tradizionalmente della sua famiglia. Non raggiungerà mai la nuova sede perché muore cadendo da cavallo il 20 agosto 1318.  

Guido della Torre

Nasce il 27 settembre 1259 da Giulia Castiglioni e da Francesco (fratello di Napo della Torre). Nel 1277 è imprigionato al Baradello e fatto fuggire nel 1284 da Loterio Rusca (nuovo signore di Como) e da Guglielmo VII del Monferrato. Rifugiatosi presso lo zio Raimondo, patriarca di Aquileia, nel 1287 diventa podestà di Treviso. Rientrato a Milano nel 1302, Guido tesse nuove alleanze matrimoniali: sposa la figlia del conte Filippo Langosco; suo figlio Francesco sposa una nipote di Alberto Scotti, l’altro figlio Simone una figlia di Pietro Visconti. Dopo una breve parentesi di nuova guida al governo di Milano, la situazione precipita a suo svantaggio quando si mette contro il suo parente arcivescovo Cassono. Nel 1311 Guido, sebbene malato, deve fuggire da Milano e si rifugia prima a Lodi poi a Cremona, dove muore nell’estate del 1312.  

Napoleone della Torre, detto anche Napo Torriani

Figlio di Pagano, nel 1260 è podestà di Piacenza. Alla morte del cugino Filippo, Napo gli succede nella carica di anziano del Popolo di Milano, e contemporaneamente in quella di podestà di Como, Novara, Bergamo e Lodi, procedendo nella linea politica tracciata dal predecessore di aiuto a Carlo d’Angiò. La vittoria angioina a Benevento (26 febbraio 1266) segna il trionfo del partito guelfo nell’Italia centro-settentrionale. Il 4 aprile 1267 i rappresentanti delle città e dei signori guelfi si incontrano a Milano per rinnovare la lega contro Corradino di Svevia che sta per scendere in Italia e ne affidano il comando a Napo, al fratello Raimondo e al marchese di Monferrato. Napo tiene in questa occasione un atteggiamento ambiguo, senza mai attaccare Corradino insediato a Pavia, forse per contrasti col papa. Dopo la morte di Corradino a Tagliacozzo, Carlo I d’Angiò vorrebbe estendere la sua signoria a tutto il nord Italia, ma Napo non lo sostiene nelle sue mire e si attira in questo modo la vendetta dell’angioino, che fomenta ovunque ribellioni contro i Torriani. Nel 1273 viene eletto re dei Romani Rodolfo d’Asburgo e Napo gli si avvicina per riequilibrare il perduto appoggio di Carlo d’Angiò. La manovra gli riesce, perché Rodolfo gli concede il vicariato imperiale nel 1274. A questo punto Ottone Visconti, pur essendo arcivescovo, decide di scendere personalmente in armi contro i Torriani e nel gennaio 1277 occupa Lecco e Civate, arrivando nottetempo a Desio, dove Napo e i suoi familiari dormivano. Napo è catturato e rinchiuso nel castello di Baradello, dove morirà il 16 agosto 1278. E’ sepolto nella chiesa di S. Nicolao al Baradello.  

Antonio Trivulzio

Padre di Gian Giacomo, esponente della Repubblica Ambrosiana, contraria all’avvento di Francesco Sforza. Dopo la vittoria sforzesca, i Trivulzio erano entrati nel consiglio segreto del nuovo Signore e avevano “ceduto” i loro figli alla corte sforzesca.  

Gian Francesco Trivulzio

Figlio di Gian Nicolò e di Paola Gonzaga. Rimasto orfano prematuramente di entrambi di genitori e perso anche il potente nonno nel 1518, crebbe sotto la tutela della nonna Beatrice d’Avalos. Dal padre ereditò il titolo di Signore della Mesolcina. Dopo la restaurazione sforzesca nel Ducato visse per lo più profugo. Ebbe figlie femmine e un maschio, Gian Giacomo, che sposò Antonia d’Avalos, ma morì in giovane età, e un figlio naturale, Agostino. Gian Francesco morì a Mantova il 14 luglio 1573. Il figlio Agostino, benché legittimato dalla Repubblica di Venezia, non ebbe i suoi diritti di successione riconosciuti dal Ducato di Milano, per cui con testamento del 1584 lasciò i suoi beni a Claudio e Giorgio Teodoro Trivulzio del ramo di Melzo, discendenti da un fratello del Magno Gian Giacomo.  

Venceslao del Lussemburgo

Figlio dell’imperatore Carlo IV. Nel 1363, a due anni, è incoronato re di Boemia; nel 1378 è re di Germania contro la volontà dei principi elettori tedeschi. Il suo massimo d’impopolarità lo raggiunge però nel 1393, quando fa torturare e giustiziare Giovanni Nepomuk, vicario dell’arcivescovo di Praga e confessore della regina. Nepumuk muore affogato il 20 marzo 1393 e verrà subito considerato martire. Nel 1394 i boemi si coalizzano in una Lega capeggiata da suo fratello Sigismondo, suo rivale. Venceslao è catturato e liberato dopo la concessione di numerosi privilegi nel 1396. Per rifarsi dal salasso economico subito, Venceslao vende nel 1397 a Gian Galeazzo Visconti il titolo ducale, cosa che solleva nuovamente l’indignazione dei principi elettori per la concessione di un privilegio che non aveva il diritto di concedere. Il 20 agosto 1400 Venceslao è deposto da re di Germania, soprattutto ad opera di Roberto III del Palatinato. Sceso in Italia, Roberto verrà sconfitto da Gian Galeazzo presso Brescia. Nel 1409 Venceslao, che mantiene la corona di Boemia, prende un’altra iniziativa che scatenerà una lunga guerra civile: per  tutelare i Cechi dal rampante egemonismo tedesco, parifica i loro diritti all’università di Praga, dove è rettore Jan Hus. Nuovamente si aprirà la frattura fra lui e il fratello Sigismondo, che nel 1410 era stato candidato a succedere sul trono di Germania al defunto Roberto III del Palatinato. Sigismondo capeggerà la Lega anti-hussita, che riuscirà a mettere al rogo Jan Hus con le risoluzioni del Concilio di Costanza del 1415. Vencelao muore il 15 agosto 1419 proprio in un tumulto anti-hussita.

Ultima modifica: domenica 26 gennaio 2003

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