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 Lo Zodiaco nella Rocca di Angera

di Maria Grazia Tolfo


Sommario

La Sala di Giustizia: il programma iconografico - Testi base di astronomia
Le Gesta di Ottone Visconti: Virtù o Fortuna?

La Sala di Giustizia

Ottone Visconti, eletto arcivescovo di Milano da papa Urbano IV nel 1262, ma non dal Capitolo maggiore della cattedrale, non poté prendere possesso della sua sede che nel 1277, dopo la vittoria ottenuta a Desio sui nemici della Torre. Nel 1280, in qualità di possessore di Angera – dal 1162 assegnata alla Chiesa milanese – fece costruire una Sala di Giustizia nella Rocca, dove amministrare questioni giuridiche ed economiche.

Con un colpo di mano magistrale, il nipote e Signore di Milano Matteo Visconti fece bruciare gli archivi arcivescovili (conservati nel monastero di S. Radegonda), con le carte riguardanti il possesso di Angera da parte della Chiesa milanese, e pretese l’eredità del luogo come dominio personale dei Visconti, in virtù di una leggendaria discendenza delle loro stirpe da Angleria.

Matteo commissionò tra il 1314 e il 1316 a un frescante locale, non meglio noto che come Maestro di Angera, la decorazione della Sala di Giustizia con episodi della vittoria di Desio e dell’ingresso di Ottone Visconti a Milano, desunti da un libro apologetico scritto da Stefanardo da Vimercate. Sopra le storie si trova lo Zodiaco, oggi conservato solo parzialmente, ma con un programma iconografico ancora ricostruibile. Quando Matteo commissionò gli affreschi, nella Sala non si riunivano più gli avvocati e i giudici della Chiesa ambrosiana, ma la Rocca era diventata ormai una sede privata. Perché Matteo volle decorarla in modo così costoso?

 

Il programma iconografico

La campata nord della Sala di Giustizia nella Rocca di AngeraLa Sala di Giustizia è divisa in due campate con volte a crociera; vi si accede attraverso una porta nel lato sud, di fronte alla quale era in origine la cattedra del giudice. Ogni lato della campata racchiudeva due segni zodiacali col relativo pianeta governatore in una lunetta, incorniciata da una decorazione policroma – estesa che alle cordonature delle vele – fra le meglio conservate del Trecento lombardo.

Figura mostruosa negli affreschi della Sala di Giustizia di AngeraAltra particolarità sono le figure mostruose o stravaganti che circondano solo la lunetta della seconda campata ovest, desunte da illustrazioni di testi naturalistici, come il De natura rerum di Thomas de Cantimpré.

La distribuzione nelle lunette dei pianeti e dei loro domicili diurni e notturni segue uno schema tradizionale e tale da rendere riconoscibili i pianeti mancanti:

Campata sud della Sala di Giustizia campata sud:
pianeta governatore Saturno; domicilio notturno Acquario, diurno Capricorno


campata nord:
pianeta governatore Giove (qui era la cattedra); domicilio notturno Pesci, diurno Sagittario
Dea Fortuna e Ruota dei Destini (molto rovinata)

campata ovest:
pianeta governatore Marte (solo leggere tracce); domicilio notturno Ariete, diurno Scorpione

campata est:
pianeta governatore Venere (scomparso); domicilio notturno Toro, diurno Bilancia
pianeta governatore Mercurio (scomparso); domicilio notturno Gemelli, diurno Vergine 

campata ovest:
Il Sole e la Luna nella lunetta della campata ovest pianeta governatore Luna, domicilio notturno Cancro; pianeta governatore Sole, domicilio diurno Leone.

 

Sotto le lunette erano visibili alcune scritte ricavate dai trattati astronomici, come il Tractatus de sphaera, ms E12sup Ambr. 1476:

Est tibi Saturne domus Aegoceruntis et Lerne (lato sud)
Inde Jovi dona Pisces magunque Chrone (lato nord)
Est Aries Martis et acute Scorpio partis (lato ovest)
Libram cum Tauro Venus ambit purior auro (lato est)
Occupat Erigonem Stelion geminumque Ledonem (lato est)
Cesserunt Soli Lune Cancer et Leo Soli (lato ovest).

 

Testi base di astronomia

Non è escluso che l’idea di dipingere lo Zodiaco sopra le Gesta di Ottone la si debba allo studium di S. Eustorgio, perché il tipo di iconografia scelto per rappresentare i pianeti rimanda alle grandi biblioteche monastiche, nelle quali nei secoli bassi del medioevo si continuò a ricopiare e commentare i classici latini. Il testo più diffuso come modello iconografico era le Nozze di Mercurio e della Filologia di Marziano Capella, commentato nel IX secolo da Remigio di Auxerre e illustrato a Regensburg intorno al 1100. Ci può essere utile fare un confronto fra questo foglio e i pianeti, così come sono stati affrescati ad Angera. Saturno con capo velato, ouroboros, falcetto e falce nell'iconografia di Regensburg

Guardiamo Saturno: l’iconografia di Regensburg ce lo restituisce nella versione classica, col velo in testa, l’Ouroboros nella destra, falcetto e falce nella sinistra. L’Ouroboros, o serpente che si morde la coda, è il simbolo del tempo ciclico, l’eterno ritorno; anche la falce fienaia è un simbolo del tempo che tutto distrugge; il falcetto indica invece l’identità tra tempo, Chronos, e Saturno, Kronos, il dio dell’Età dell’Oro, la mitica età in cui il grano cresceva senza bisogna di lavoro e all’uomo era sufficiente mieterlo. L’unica variazione ad Angera rispetto a questo modello classico è che Saturno è seduto in trono.

Anche il Sole deriva dal modello di Regensburg: ha la corona e guida una quadriga dalle pesanti ruote. La Luna guida invece una biga e dovrebbe reggere in mano delle fiaccole.

Gli altri pianeti sono scomparsi, ma alcune tracce di affresco lasciano supporre che Marte guidasse il cocchio del vincitore e che Giove fosse assiso in trono, rifacendosi parimenti all’iconografia di Regensburg. Nulla sappiamo di come si presentassero Mercurio e Venere.

 

Le Gesta di Ottone Visconti

Il regista della narrazione apologetica qui dipinta sull’ascesa della sua casata è Matteo Visconti e lo sceneggiatore è Stefanardo da Vimercate con il suo poema De gestis in civitate Mediolani (Milano, Biblioteca Ambrosiana, RR.II.SS., X/1) I fatti narrati si riferiscono al 1277 e risalgono quindi a circa quarant’anni prima dell’esecuzione degli affreschi. Il poema di Stefanardo inizia con la “battaglia di Desio”, avvenuta il 21 gennaio 1277, che in base ad alcuni frammenti era dipinta sulla parete est. Rimandiamo la realtà storica della vicenda alla biografia di Matteo Visconti.

Napo Torriani vinto da Ottone ViscontiIl secondo episodio, sulla parete sud sotto la lunetta con Saturno, mostra a sinistra Ottone a cavallo che trattiene i suoi soldati dal compiere violenza su Napo della Torre, inginocchiato ai suoi piedi, mentre sopraggiunge il conte di Lomellina.

Napo indossa ancora le sue armi: ha sul capo una cervelliera, gambali e corazza ageminati. Nell’episodio narrato a destra Napo e Canevario della Torre vengono condotti in prigione nella rocca di Como, il Baradello. Non c’è alcun segno di violenza, i prigionieri marciano senza ceppi o catene, la scena deve promanare un senso di giustizia e di clemenza. La realtà andò ben diversamente. All’inizio del secolo si poteva leggere sotto la scena della resa di Napo la seguente scritta: “Absolvit D: Napoleonem ab excomunicatione parcit suis et vitam conservat ei veniam petenti”, scritta ispirata forse a Virgilio, Eneide VI, 853: “Parcere subiectis et debellare superbos”.

Nella campata ovest, sotto il Sole, Ottone, aderendo all’invito degli ambasciatori di Milano, si avvia alla sede che da quindici anni gli è contestata.

Ottone Visconti davanti alle mura di MilanoSi arresta alle mura urbiche e parla ai suoi soldati: “Si va a portare al popolo di Milano la pace. La vittoria non è stata procurata dalla forza, bensì dalla volontà divina. I ribelli sono stati già colpiti dalla giustizia di Dio, quindi non occorre infierire. Bisogna perdonare la plebe innocente e non recare offese ad alcuno”. Sotto si legge: “ad suos ne aliquos ledant”. Il testo di Stefanardo recita: “Iam vulnera cessente. Sanguineo sudore madens iam mucro quiescat. In fraterna rubet bacans heu vulnera cedes” (cap. VIII, p. 94).

Ottone rientra in città; lo accoglie il popolo attraverso le sue rappresentanze religiose e politiche.

L'arcivescovo Ottone entra a Milano accolto dal popoloSono riconoscibili i diversi ordini religiosi fra i quali si distinguono i benedettini con manto e abito bianco, i francescani con abito marrone, i domenicani con manto scuro e tonaca bianca, i carmelitani scalzi con tonaca marrone scuro e gli umiliati con tonaca bianca e col copricapo. Superstite un solo frammento di scritta: “In civitate Mediolani”. Questa scena, simbolicamente, è confrontabile con uno dei bassorilievi della Porta Romana del 1171, che mostra l’arcivescovo entrare a cavallo a Milano dopo la distruzione e l’esilio, preceduto dallo stendardo e dalla croce astile. E’ il tema caro al medioevo dell’ingresso trionfale in città, che assume la forma di una cavalcata. In questi affreschi databili intorno al 1315, come nei bassorilievi del 1171, l’arcivescovo ostenta i simboli del suo potere: cavallo, croce astile e vessilli araldici. Sugli stendardi, infatti, compaiono sia il biscione visconteo, sia la banda azzurra trasversale in campo bianco, voluta da Ottone per la sua Compagnia dei Bianchi.

Dopo l’arcata che divide la sala in due campate è dipinta una scena molto rovinata, che presentava un gruppo di personaggi in abiti civili, di fronte a una figura assisa su un seggio sotto un baldacchino. Secondo il Toesca rappresentava forse la morte di Napo della Torre (1278) perché c’era scritto “obiit in carcere…”. L’altra parte fa vedere Ottone Visconti nella basilica di S. Ambrogio, riconoscibile per l’atrio.

Non ci è invece dato appurare, neppure da un frammento, se l’ultima scena nella seconda campata est rappresentasse Ottone davanti al Consiglio degli Ottocento al Broletto, come da cronaca di Stefanardo.

 

Virtù o Fortuna?

Nonostante alcuni tentativi di spiegazione, non c’è alcuna concordanza tra gli eventi storici narrati nelle pareti sottostanti le lunette e il tempo astrologico: quella che si realizza nell’intero ciclo è l’unione fra eventi astrali ed eventi sublunari, governati dalla stessa identica legge della necessità.

Nella prima metà del XIV secolo si delineò una prima distinzione tra astronomia e astrologia. La prima raccoglieva i dati empiricamente rilevabili del moto stellare e planetario e li sistemava scientificamente; la seconda studiava le influenze degli astri e dei moti celesti sugli esseri sublunari, secondo un punto di vista etico. Ci si chiedeva se fosse lecito ricavare dello studio del cielo le indicazioni valide per le previsioni del futuro e continuare ad affermare il libero arbitrio dell’uomo. La risposta fu che alla base di tutto stava la Divina Provvidenza. Di lì a poco Coluccio Salutati nel De fato e fortuna (1396-97) avrebbe asserito che il fato è una “necessità che scaturisce dalla provvidenza di Dio, che dirige e governa tutto ciò che si trova e tutto ciò che avviene al di sotto del cielo”. L’anima si pone al di sopra del fato solo quando vive virtuosamente al livello della vita intellettuale, ma la sua liberazione si configura come un’ardua conquista.

La conclusione – o la morale – del ciclo dipinto nella Sala di Giustizia è nella parete nord con la dea Fortuna, assisa su un faldistorio, che fa girare la ruota dei destini:

quam dubio fortuna gradu mortalia ludis!
Heu quam praecipites humana rotatur inorbes
Conditio! Nunc summa petit, nunc mergitur unus…
Sola manet Virtus purior rutilantior auro
.

Così finisce anche il poemetto De gestis in civitate Mediolani di Stefanardo da Vimercate e la stessa esaltazione della Virtù si trova anche in un altro poemetto, attribuito recentemente allo stesso Stefanardo, intitolato De controversia homini et Fortunae. Stefanardo immagina che l’Uomo e la Fortuna difendano le loro ragioni alla presenza della Filosofia: vince la Fortuna perché è la ministra della Provvidenza, mentre l’uomo è condannato perché lamentandosi della Fortuna colpisce Dio. Ora, essendo narrato l’avvento della casata viscontea con la sconfitta dei della Torre, la presenza dominante della Fortuna concede ai Visconti il favore divino: niente accade che Dio non voglia.

Nella Sala della Giustizia di Angera, da poco conquistata dai Visconti con l’inganno, Matteo mirava attraverso le pitture a rassicurare i nuovi sudditi circa l’atteggiamento che ispirava l’amministrazione viscontea, ossia la clemenza, con la volontà di conciliare le opposte fazioni e di governare col consenso del popolo.

 

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Ultima modifica:  martedì 30 luglio 2002

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