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 Il Sestiere di Porta Romana

I prodromi della catastrofe

di Maria Grazia Tolfo

 

Il rinforzo dell’antemurale e la domus di Stilicone

In via assolutamente ipotetica si può pensare che il palazzo di Stilicone sorgesse sui resti dell’anfiteatro, ormai in disuso, accanto alla basilica Apostolorum, e che fosse stato unito all’Arco trionfale per creare una difesa avanzata della Porta Romana. A Roma l’Anfiteatro Castrense aveva subito la stessa trasformazione, venendo inglobato nelle Mura Aureliane[1]. E’ facilmente comprensibile come anche a Milano si approfittasse di costruzioni poderose extramurane, alle quali appoggiare delle palizzate difensive.

Il complesso domus di Stilicone-antemurale-arco assunse l’aspetto di un castrum, che doveva ripetersi anche presso le altre porte principali. Inutile cercare avanzi archeologici di tale rocca, perché gli scavi del XV secolo per la realizzazione della Ca’ Granda hanno cancellato qualsiasi resto leggibile, anche della successiva e documentata rocca di Bernabò Visconti.

Sappiamo che l’arcivescovo Ansperto nel IX secolo si preoccupò di restaurare questa domus, che aveva subito notevoli danni dalle incursioni dei goti e dalle guerre successive, ma che evidentemente era ancora sostanzialmente presente.

 

Lo spostamento della capitale a Ravenna

L’ultima resistenza di Stilicone

Nel febbraio 402 i Visigoti penetrano quasi sin sotto le mura di Milano. Claudiano, fonte principale degli avvenimenti, descrive come dall'alto delle mura si vedessero da lontano ardere i fuochi dei loro accampamenti.

La corte vuole fuggire, ma Stilicone convince Onorio ad attenderlo in città, mentre lui corre via lago di Como nelle Rezie per chiedere soccorsi. "Per tali regioni Stilicone si affretta al colmo del freddo. Non un bicchiere di vino; scarso pane; egli, pago di assaggiare in armi un cibo affrettato, gravato da un intriso mantello, incita il cavallo intirizzito. Mai un morbido giaciglio lo accoglie stanco, e se le tenebre della cieca notte arrestano il cammino, si ripara in tane di belve o si stende sotto un tetto di pastori, ponendo il capo sullo scudo."[2]

L’atmosfera che si respira a Milano è a dir poco imbarazzante, perché i soldati della corte milanese sono per lo più goti e la paranoia degli abitanti romani nei loro confronti cresce ai limiti dell’esplosione. Per di più, c’è sempre chi soffia sul fuoco e a Pavia, dove sono stanziate le truppe romane non barbariche, Olimpio, il magister scriniorum di origine orientale legato ai cristiani milanesi, incita alla ribellione.

Onorio teme per la sua incolumità e preme per spostarsi con la corte, “provvisoriamente”, a Ravenna, un provvisorio che diventerà definitivo.

Quando in aprile Stilicone riesce ad avere la meglio su Alarico, e Serena può finalmente sciogliere il suo voto a S. Nazaro, iniziando la messa in opera dei marmi libici nell’abside della basilica Apostolorum, Milano può già chiudere il capitolo aureo del suo ruolo politico nell’impero.

A niente valgono le suppliche del console milanese Manlio Teodoro rivolte a Onorio per il rientro della corte da Ravenna; il giovane imperatore fece qualche svogliata apparizione nella vecchia capitale, ma puntava in definitiva ad andare a Roma. Il 1° gennaio 404 Onorio celebra infatti il suo sesto consolato a Roma, dove resta con la corte. I suoi rapporti con Stilicone sono sempre più tesi, anche in considerazione del fatto che muore Maria, il debole legame dinastico tra loro.

La commistione tra goti e romani si fa sempre più forte e destabilizzante. Quando nel 406 Stilicone vince il goto Radagaiso, separato da Alarico, a Fiesole, ben 12.000 ostrogoti passano a militare nell’esercito del generale romano. Se si considera che nel 406 vennero chiamati alla leva anche gli schiavi, si può comprendere che crisi stesse attraversando la difesa dell’impero d’Occidente.

E’ facile comprendere che Stilicone, più preoccupato di Arcadio che non di Onorio, al quale aveva fatto sposare anche l’altra sua figlia Termanzia, non fosse più in grado di controllare l’invasione delle Gallie. Non si aspettava certo il generale di essere accusato dal genero di aver favorito l’invasione e di volersi costruire un regno personale da lasciare al figlio Eucherio.

Stilicone è solo contro tutti: il partito dei cristiani milanesi, i magnati che avevano interessi commerciali con l’impero d’Oriente, gli stessi pagani che lo accusavano di scendere a troppi compromessi.

Quando il 1° maggio 408 muore Arcadio, lasciando erede il figlio Teodosio di sei anni, Onorio rivendica per sé tutto l’impero, che così sarebbe stato riunificato. Quale occasione migliore per sbarazzarsi di Stilicone, spedendolo in Oriente come tutore del piccolo nipote? E quale insperabile aiuto dall’Oriente, quando da quella corte (timorosa dell’ingerenza di Stilicone) viene scagliata la velenosa accusa al generale supremo di mirare all’usurpazione del trono di Costantinopoli?

Il 13 agosto scoppia la rivolta di Pavia contro i stiliconiani, presente Onorio mandante ma terrorizzato dalla violenza dei massacri. Stilicone pensa di salvarsi a Ravenna, ma viene consegnato ai fedeli di Onorio proprio dal suo luogotenente Saro.

Il 22 agosto Onorio decreta la decapitazione dell’odiato e temuto suocero; a ottobre verrà assassinato da due sicari anche Eucherio e a novembre sarà la volta della cugina Serena, accusata di aver chiamato Alarico in suo aiuto.

Con un editto del 24 settembre 408, insieme ad altri beni di Stilicone, erano state confiscate la domus a Porta Romana e la vasta proprietà che Stilicone aveva nella zona di Lambrate. Da questo momento sappiamo che il palazzo di Stilicone è proprietà demaniale e in età longobarda verrà assegnato al primicerio dei decumani, con la basilica di S. Stefano come cappella di palazzo.

Torniamo per un momento a Milano: come si presentava la città in questi anni? L’imbarbarimento doveva ormai essere palese, se il 12 dicembre 416 Onorio e Teodosio II emanarono congiuntamente una legge che proibiva, anche agli schiavi, di portare i capelli lunghi e i vestiti di pelle in città, che tradotto significa tentare di arginare il dilagare dei costumi germanici almeno nei contesti urbani.

A vegliare sulla tradizione romana e a perpetuare i fasti del passato era rimasta la Chiesa. Nel 422 Paolino[3], lo stenografo del vescovo Ambrogio, scrive dall’Africa la biografia del Padre della Chiesa, basandosi sui “fatti meravigliosi” che gli avevano raccontato e dei quali era stato testimone. Nello stesso anno è eletto papa Celestino I, che era vissuto a Milano accanto ad Ambrogio.

 

Influssi d’Oriente

La fondazione di S. Giovanni in Era

Dal 401 Venerio è vescovo di Milano. Sembra che sia stato discepolo di Delfino di Bordeaux, ma non se ne conosce la provenienza. E' un ammiratore del patriarca di Costantinopoli Giovanni detto Crisostomo (Bocca d’oro), in favore del quale interverrà, insieme a papa Innocenzo e al vescovo di Aquileia Cromazio, presso la corte di Costantinopoli, che lo aveva deposto nel Sinodo della Quercia (403) e spedito in esilio nel 404.

Giovanni era un predicatore di grande fascino, ma intransigente nei confronti del lusso cortigiano che circondava soprattutto l’imperatrice Eudossia, la quale aveva convinto il marito Arcadio a sbarazzarsi dello scomodo vescovo in occasione del concilio. Ne erano seguiti tumulti popolari e, segno di collera divina, un terremoto, che aveva terrorizzato la corte, per cui Giovanni era potuto rientrare in sede. La pace era durata poco, causa l’assoluta incompatibilità di vedute con l’imperatrice, motivo per cui nel 404 Giovanni fu condannato all’esilio. Non l’aiutarono i suoi sostenitori, che provocarono un incendio gravissimo nella notte della sua partenza, causando la distruzione di S. Sofia e danni all’attiguo palazzo del senato.

Il Crisostomo era famoso, come patriarca di Costantinopoli si era assunto il ruolo di tutore della coscienza etica dell’impero, per cui l’ecumene cattolica si prodigò per il suo reintegro. Nel 405 Venerio ottenne perfino delle lettere di Onorio indirizzate al fratello Arcadio, che data la rivalità fra i due imperatori peggiorarono la situazione del patriarca.

Giovanni morì in esilio nel 407 e il metropolita milanese gli dedicò due cappelle, che successivamente prenderanno entrambe il titolo di “S. Giovanni in era”, probabile contrazione di “Os aureum” (traduzione latina di Crisostomo): una a Porta Romana, nel perimetro della basilica Apostolorum, l’altra a Porta Orientale presso S. Babila.

Col passar del tempo, “era”, venne letto come “in aia” e si ritenne che le cappelle fossero state dedicate a S. Giovanni Battista.

Venerio morì l’anno successivo, nel 408, e volle essere sepolto nella basilica Apostolorum.

Aggiungiamo una notizia, riguardo alla cappella dedicata al Crisostomo a Porta Romana: rifatta nel 1584, venne assegnata alla Confraternita del Riscatto degli Schiavi Cristiani, aggregata all’Arciconfraternita della Trinità dei Convalescenti e Pellegrini di Roma. La chiesetta era ornata con tavole di Camillo Procaccini che illustravano la vita di Giovanni Battista.

Da cappella ai SS. Innocenti a basilica di S. Stefano e Zaccaria

Nel 415 viene trovato a Gerusalemme una parte del corpo del protomartire S. Stefano (le altre erano divise tra Caphar Gamala e altre chiese nordafricane). A Roma si costruirà in onore del martire la basilica rotonda di S. Stefano, mentre a Milano il vescovo Martiniano, eletto nel 423, ridedica con una reliquia del santo l’antica cappella degli Innocenti nel cimitero fuori Porta Tonsa, che Ammiano Marcellino dice costruita al tempo di Valentiniano I, per riscattarsi dalla condanna a morte comminata frettolosamente a suoi ufficiali, risultati poi innocenti, da cui la dedica ad Innocentes[4].

Siccome le dediche, nei primi secoli cristiani, seguono il principio della dualità, a S. Stefano venne associato il profeta Zaccaria, i cui “resti” erano riemersi nello stesso periodo ad Eleuteropoli e ricevuti da Pulcheria, la figlia di Arcadio. Il vescovo si farà seppellire accanto alle reliquie in questa basilica (435 ca.).

 

Sussulti di orgoglio

L’invasione di Attila

Il saccheggio degli Unni guidati da Attila nel 452 è passato nella nostra leggenda. Qualsiasi distruzione sia stata verificata a Milano, doveva dipendere dall’invasione di Attila. Gli scavi archeologici hanno potuto ridimensionare i danni causati dall’incursione unna, anche se la città fu messa a ferro e fuoco; ma per distruggere una città ci vuole tempo e un grande dispendio di energia, non necessari per i saccheggi.

La via trionfale, ad esempio, rimase com’era, con le sue botteghe devastate e incendiate, ma ancora percorribile e agibile, cosa che non sarà più a breve. Ma Attila è rimasto nell’immaginario collettivo come il terrore dell’alieno distruttore, mentre altri invasori ben più feroci non hanno lasciato traccia nella memoria.

Per sfuggire al pericolo, il vescovo Eusebio, il clero e chiunque ne avesse i mezzi, avevano abbandonato la città, sicché entrato Attila poté facilmente avere la meglio sugli inermi rimasti a farsi massacrare. Si narra che il generale unno, alloggiato nel palazzo imperiale, facesse cancellare un affresco che rappresentava un trionfo imperiale sui barbari, sostituendosi all’imperatore e mutando i barbari in romani.

Finito il saccheggio, lasciò dietro di sé qualche incendio, che danneggiò la basilica maior e gli edifici prossimi al palazzo imperiale, tra cui la basilica di S. Lorenzo. Toccherà ad Eusebio restaurare la basilica maior per ripristinarne al più presto il culto e quella di S. Lorenzo, nella quale vorrà essere sepolto (nel 462 ca.). Per questi ultimi restauri poté forse godere della sovvenzione imperiale, visto che il vicino palatium era nuovamente occupato dallo stato maggiore dell’impero.

Milano nuovamente capitale

La vecchia capitale sperò per un breve tempo di recuperare i suoi splendori di corte e gli affari generati dalla presenza della burocrazia imperiale. Nel 457 Ricimero, magister militum, pone il centro delle sue azioni a Milano, lasciando la corte a Ravenna.

Per una quindicina di anni la città sembra risorgere, poi, alla morte nel 472 di Ricimero, tutto si sposta nuovamente a Ravenna, sulla quale incombe la dissoluzione dell’impero e l’insediamento di Teodorico.

 

Restauri a Porta Romana del vescovo Lorenzo

La distruzione della via trionfale

L’elezione nella primavera del 489 del vescovo Lorenzo cadde in un momento di estrema crisi per l’impero. Già in estate iniziò la devastante guerra tra l’erulo Odoacre e il goto Teodorico, vinta da quest’ultimo sull’Isonzo. Mentre Odoacre si rinchiudeva a Ravenna, Teodorico veniva a Milano. Qui riceveva la sottomissione dell’esercito erulo guidato da Tufa, un atto puramente strategico, perché l’esercito poté così raggiungere Odoacre e ricongiungersi a Ravenna.

I due generali eruli confidavano sull’aiuto che poteva prestare loro il vescovo Lorenzo, trattenendo a Milano Teodorico fino al loro arrivo in forze. Ma Lorenzo si schierò con Teodorico e per gli Eruli fu la fine.

Lo scontro avvenne proprio a Milano nei primi mesi del 491: dalla parte di Odoacre si schierarono l’imperatore d’Oriente Anastasio e i mercenari Burgundi e Rugi; gli Ostrogoti chiamano in loro soccorso i Visigoti. Fu un’ecatombe.

La via porticata trionfale, che aveva resistito agli attacchi reiterati dei barbari, questa volta cedette. Gli scavi archeologici hanno confermato che la demolizione delle botteghe sotto i portici risale a questo periodo. Persino la fognatura venne parzialmente asportata e le macerie delle demolizioni vennero usate per livellare la strada, a cancellare ogni ricordo dei passati trionfi, se non fosse per quell’arco troppo massiccio rimasto fuori Porta Romana.

La guerra goto-bizantina fu una delle più devastanti per Milano, paragonabile a quello che sarà la distruzione del Barbarossa nel XII secolo. Semidistrutte le basiliche, che albergavano animali; abbandonate vaste aree della città, che già dopo lo spostamento della corte nel 402 a Ravenna si era spopolata; il bosco e la palude stavano riprendendo il sopravvento sulla civiltà[5]. Ennodio scrive che l’irruzione delle truppe riempì la città di desolazione e rovine. Molti riuscirono a fuggire, altri furono fatti prigionieri, tra cui lo stesso vescovo Lorenzo, che subì ingiurie corporali e di sopportazione del freddo, per cui deduce che fosse posto con i pochi superstiti in una sorta di campo di concentramento.

Quando nel 493 Teodorico riuscì a uccidere Odoacre, ponendo fine alla guerra, stabilì che tutti i Milanesi che avevano parteggiato per l’Erulo perdessero i loro diritti civili e che i loro beni fossero confiscati.

Il restauro della basilica Apostolorum

Era trascorso poco più di un secolo dalla solenne traslazione delle reliquie di S. Nazaro (vedi le pagine precedenti L’area del trionfo cristiano sulla via per Roma e La basilica Apostolorum), quando il vescovo Lorenzo (489-512) si trovò impegnato nella maggior opera di ripristino e rilancio della Chiesa milanese del VI secolo.

La basilica Apostolorum era stata considerata, giustamente dato il suo carattere simbolico, il mausoleo dei vescovi ambrosiani. La loro tomba doveva essere accanto a quella del martire Nazaro, come testimonia un frammento della lapide del vescovo Glicerio, consacrato nel 436 e morto nel 440.

Fra tanta desolazione il vescovo Lorenzo si proponeva come degno successore di Ambrogio, sia per lungimiranza politica, sia per la fervente attività edilizia. E su Ambrogio fondava il rinnovamento della chiesa ambrosiana: Ambrogio doveva risultare il dodicesimo vescovo di Milano “per divina provvidenza”.

Nell’abside della basilica Apostolorum fece affrescare questo suo teorema: dodici vescovi milanesi, dal primo ad Ambrogio, accompagnati da un breve elogio in versi composto da Ennodio, poeta aulico di Teodorico e futuro vescovo di Pavia. Possiamo immaginare come la basilica tornasse agli antichi splendori. Fece quindi disporre intorno all’altare le arche dei vescovi Martiniano, Glicerio e Venerio, qui sepolti.

Fra le altre opere di restauro che si devono al vescovo Lorenzo non si possono dimenticare la cappella di S. Sisto in S. Lorenzo, l’abside della basilica di S. Ambrogio, la basilica Concilia Sanctorum che il vescovo Marolo aveva dotato delle reliquie del vescovo Babila e del martire Romano, entrambi antiocheni come lui[6].

Il restauro della cappella di S. Calimero

La tradizione vuole che Calimero, di origini orientali, fosse successo al vescovo Castriziano e che fosse stato martirizzato tra la fine del II e l’inizio del III secolo. Secondo l’agiografia di età carolingia[7], il vescovo sarebbe stato pugnalato e quindi gettato in un pozzo che qui si trovava per essersi opposto al culto del dio Apollo, il cui tempio doveva sorgere nei pressi. Nelle agiografie anteriori non si trova menzione di questo martirio.

La Leggenda dei SS. Faustino e Giovita, composta nel secolo ottavo, cita Calimero come ufficiale di Adriano, mandato al ponte Milvio, dove i due bresciani operavano prodigi e convertivano migliaia di persone, per condurli alla sua presenza. Calimero invece si converte e insieme a Faustino e Giovita si reca da papa Telesforo, nascosto ad catacumbas, dal quale riceve il battesimo. I tre fanno il viaggio di ritorno a Brescia con un carro trainato da onagri parlanti, che esortano il popolo a convertirsi! Calimero si sposta a Milano e il vescovo Castriziano lo pone in servizio presso la basilica Fausta. Niente assassinii, nessun martirio. Probabilmente il vescovo era sepolto nel cimitero di Porta Romana, con un’edicola funeraria a segnarne la sepoltura per la dovuta devozione.

Poiché anche questa cappella era stata devastata nel lungo periodo di guerra, il vescovo Lorenzo trasformò l’edicola in cella memoriae, una piccola basilica cimiteriale. I versi di Ennodio fanno sapere che la basilica era prisca et senecta.

 

Il presidio gotico del “centenariolo” e la chiesa ariana annessa

I regni barbarici che governarono in Italia dalla caduta dell’impero d’Occidente nel 476, prima gli Eruli di Odoacre, poi dal 493 gli Ostrogoti di Teodorico, agirono sempre nella consapevolezza di trovarsi su un territorio sottomesso all’imperatore d’Oriente, che aveva un suo esarca a Ravenna. Lungi dal tentare di ricongiungere la parte occidentale dell’impero, almeno fino a Giustiniano, gli imperatori la mantennero in una forma di stretta subordinazione militare e civile tramite l’esercito dei popoli germanici.

Il potere a Milano era quindi detenuto da comandanti militari dell’esercito goto, che agivano però per conto dell’impero. E’ comprensibile come un potere alternativo, radicato presso la popolazione e capace di mediare fra i residenti e gli occupanti, fosse di estrema importanza e neppure inviso agli stessi dominatori.

Le regole di convivenza fra popolazione civile ed esercito imposero un acquartieramento delle truppe fuori dalle mura della città. La tradizione vorrebbe che Teodorico avesse fondato la sua politica d’equilibrio fra le due componenti etniche dei Goti e dei Romani instaurando una rigida separazione geografica. I Goti si sarebbero concentrati fuori dalle mura, nella civitas barbarica, attorno a chiese ariane[8].

Nella zona sud, molto rovinata dalla guerra goto-bizantina, era disponibile il terreno ad ovest della distrutta via trionfale, che era stato spianato e ricoperto dalla macerie dei portici incendiati. Il presidio prese il nome dal grado dell’ufficiale che lo comandava, il centenaro, e divenne successivamente il “centenariolo”, toponimo che ricorreva ancora all’inizio del XX secolo per l’area compresa fra l’inizio di corso di Porta Romana e corso Italia.

Il termine “centenaro” designava nel tardo periodo imperiale il comandante militare della centuria, che era divenuto anche un funzionario fiscale; nei governi bizantino-barbarici il centenaro era invece un ufficiale minore preposto alla direzione di gruppi sparsi[9].

Non sapremmo dire se la chiesa di S. Stefano in via Rugabella, che da sempre si accompagnò al toponimo “ad centenayrollum”, fosse in origine la chiesa ariana cui faceva capo il centenaro della Porta Romana, ma il contesto storico sosterrebbe questa ipotesi.

 

Le mura di Narsete

Uraja e la deportazione dei Milanesi

Dal 527, con l’associazione di Giustiniano al trono dell’impero d’Oriente, la politica imperiale nei confronti dell’Occidente cambiò strategia: nessuna delega ai barbari a governare, ma Bisanzio stessa, nel tentativo di ripristinare l’originaria grandezza e unità dell’impero romano, facendo perno sull’organizzazione ecclesiastica.

La guerra tra Goti e Bizantini coinvolse anche Milano, stremata nel 536 da una tremenda carestia. Alla fine del 537 la città è assediata e il vescovo Dazio fugge a Roma, da dove tornerà nella primavera del 538 con mille uomini guidati da Mungila, generale bizantino, e col milanese Fidelio. Entrati a Milano, attirano sulla città le ire dei Goti, che la stringono d’assedio stretto fino all’inverno del 539, quando, esaurite tutte le scorte, i Milanesi devono arrendersi. La spietata vendetta per il tradimento milanese si abbatté come un’onda anomala su persone ed edifici, con un certo accanimento, visto che persino la targa marmorea di fondazione della basilica Apostolorum venne fatta a pezzi, come parte della basilica stessa.

Uraja decretò lo sterminio di massa degli uomini – secondo la storico Procopio ne furono passati 300.000 a fil di spada, gli storici moderni scenderebbero più verosimilmente a 30.000 – e concessero come bottino di guerra le donne agli alleati Burgundi. Il vescovo con la curia milanese saranno assenti dalla città per quindici anni.

Non esistevano più Milanesi!

La città che di lì a poco risorgerà sarà composta da uomini nuovi, provenienti per lo più dai pagi. Prima di ricominciare, però, nel 543 dilagò una devastante pestilenza, che ripeté i suoi terrificanti attacchi nel 566 e nel 569-570. “Il secolo sprofondò nel silenzio anteriore alla vita umana”.[10]

La difesa di Narsete

In questo contesto apocalittico, il generale bizantino Narsete venne in Italia nel 552 e per due anni combatté per riportare la penisola italica sotto il controllo imperiale.

A Milano diede ordini perché venisse ricostruito il palazzo vescovile, onde permettere l’immediato ritorno del vescovo Vitale, un “funzionario” dell’impero, e fossero riparate le mura urbiche.[11] Era un ulteriore, vano, dispendio di energie, ma gli ordini erano di tenere la penisola italica. C’erano pochi uomini, decimati dalla pestilenza del 566 e i lavori dovevano procedere a rilento. Nella zona di Porta Romana le mura vennero arretrate rispetto a quelle augustee, ormai distrutte insieme alla Porta.

 

Nella piantina, derivata da quella del catasto teresiano, il tracciato delle mura di Narsete è segnalato in verde, le mura romane in arancione e il fossato in blu. Le torri delle mura di Narsete, presto dirute, furono in seguito usate come cappelle gentilizie dai Longobardi in poi. Qui vediamo S. Zenone accanto a S. Giovanni in Conca e S. Giovanni Itolano (poi Laterano).

Il vicolo di S. Giovanni in Conca in una foto del 1910 del Civico Archivio Fotografico di MilanoTracce delle mura si mantennero nei secoli e vennero segnalate dagli studiosi di storia locale in “Milano tecnica”: “Sotto la casa del dr. Pietro Labus, rifatta da pochi anni di fianco alla chiesa (di S. Giovanni in Conca), si rinvenne un muro lung 16 m, spesso 1,30-1,05 m, costruito molto solidamente. Questo muro, prolungato, cade perpendicorlarmente sulla faccia della torre rivolta alla chiesa. Il notevole spessore del muro e la sua direzione rispetto alla torre hanno fatto nascere il sospetto che avessero un carattere fortilizio. Si aggiunga l’esistenza di un altro muro sotto casa Labus, lungo 27,30 m, quasi parallelo al primo da cui dista 9 m, spesso 80 cm. Le fondamenta sono a – 4,40 m. Quando si pensa all’agger di Servio Tullio a Rona, costituito da due muri paralleli comprendenti un terrapieno, nasce il pensiero di essere in presenza di un’opera somigliante (…). I muri erano composti di macigni e di grandi mattoni cementati in malta durissima”.[12]

Sul perimetro delle – ormai solo presunte - mura di Narsete, nacque il vicolo di S. Giovanni in Conca, distrutto negli anni Trenta del secolo scorso per l’apertura di piazza A. Diaz e della via Gonzaga, per cui è inutile sperare di trovare conferme o smentite a quanto registrato nel 1885. Il vicolo collegava via Unione alla parimenti scomparsa via Tre Alberghi.[13]

Dal 554 Giustiniano propose di restaurare in Italia l’organizzazione romana con la Pragmatica sanctio, con la quale riconobbe i vescovi come “regi ufficiali”, demandando loro nelle città la cura degli edifici pubblici (incluse le mura), il controllo sulle rendite della città, la tutela dei deboli.

S. Vittorello e lo scisma dei Tre Capitoli

Visto che le mura passanti per via Paolo da Cannobio erano state distrutte e la Porta Romana veniva arretrata, nei resti della torre della primitiva Porta il vescovo fondò una cappella, dedicandola a S. Vittore, martire che assumeva la connotazione di santo autoctono e scalzava, in un certo senso, S. Ambrogio in virtù del suo martirio. (Vedi Scheda)

Abbiamo lasciato volutamente anonimo il vescovo, perché il nome del committente è rimasto un giallo storico. In questo luogo si coagula una tragedia supplementare nel già caotico panorama dell’epoca: la lotta fra due fazioni cattoliche, ognuna col proprio vescovo, nelle persone di Frontone e Ansano.

Nel 553 il V Concilio ecumenico di Costantinopoli aveva condannato con anatema Tre Capitoli negli scritti di Padri orientali della Chiesa e chi non era d’accordo con l’anatema, come il vescovo di Roma Vigilio. La Chiesa milanese si divise subito in sostenitori del papa, morto nella primavera del 555, e ubbidienti alle risoluzioni conciliari. Tradotto in termini politici significava pro o contro Bisanzio. Il vescovo Frontone si mantenne fedele al V Concilio, al nuovo papa Pelagio e all’imperatore (si disse per non perdere beni e privilegi accordati alla Chiesa milanese), i dissidenti elessero il vescovo Ansano, considerato “scismatico tricapitolino”.

Perché S. Vittorello ci ricorda questo drammatico periodo? Perché intorno a questa chiesa nacque una leggenda, originata da Landolfo seniore, nel capitolo III della sua Cronaca milanese:[14]

“… Frontone, a cui appartengono tutti i tesori di malvagità e tutte le faretre di nequizia e malo ingegno in ogni cosa, siccome ladro occupò indegnamente la cattedra di S. Ambrogio. Nato da nobile stirpe non curò la scienza di Dio, ma pensò di arricchir d’oro e d’argento… Era poi ambizioso oltre ogni credere. Onde avvenne che, morto il vescovo Onorato (…) tutta una turba di nobili e di popolo chiedeva a Dio un vescovo: ecco che, come se fosse avvenuto in incantesimo, tra la parte del popolo e quella dei nobili sorse un’immensa perturbazione. L’elezione fu contestata.”

E’ interessante notare come Landolfo parli di “incantesimo che provoca un’immensa perturbazione” e di divisione fra popolo e nobili.

Frontone nudo di ogni virtù, ma rivestito invece di tutti i vizi, pieno di maligno spirito, ben sapendo che non avrebbe potuto aver la sedia episcopale secondo l’elezione cattolica, con gran quantità di oro e d’argento e con pochi nobili rapidamente si portò alla Curia imperiale (…) L’imperatore (…) ricevette gran somma e gli attribuì un’esecrabile investitura comitale (…)

Fu questi il primo che non avendo potuto ottenere l’episcopato con le armi della giustizia, corruppe gran parte della plebe e i nobili con doni grandi e molte promesse (…)

Da ultimo Frontone, vivendo per undici anni mettendo insieme bene e male, ogni cosa della Santa ambrosiana Chiesa consumò, dilapidando tesori. Ma un giorno, con una turba di suoi sgherri e con cani e cacciatori essendo andato a caccia nel bosco che fino ad oggidì si chiama Camminadella, mentre inseguiva una fiera fu inghiottito nel luogo detto il Pozzo Averano.”[15]

Frontone inghiottito all’Averno, ma perché questo pozzo coi secoli venne a trovarsi davanti a S. Vittorello? Il Torre ne fa un gustosissimo racconto: Frontone, stanco di sentirsi rimproverare da un suo prete, lo condanna al rogo nel portico di S. Ambrogio. Le fiamme del rogo dell’innocente si rivolgono invece a lui che, nel tentativo di fuggire, fa il giro della città fino a quando, davanti a S. Vittorello, “fu da gran caverna inghiottito”. E conclude: “le istorie narratevi raccontansi per vere”.[16]

Tornando ai committenti: c’è fra i nostri storici chi sostiene che la chiesa di S. Vittorello sia una fondazione di Frontone, ma potrebbe essere stato il vescovo scismatico Ansano, visto che Frontone venne inghiottito davanti a questa chiesa. Tranquilli: gli scavi per la M3 di piazza Missori hanno escluso che lì sotto ci sia un ingresso all’Averno, ma… attendiamo nuove leggende metropolitane.



[1] Filippo Coarelli, Guida all’archeologia di Roma, Arnoldo Mondatori Editore, 1974, pp. 189-190.

[2] Claudiano, De bello gothico, 348-356

[3] Paolino era stato inviato in Africa dal vescovo di Milano Venerio, in seguito alla richiesta rivoltagli dal concilio provinciale di Cartagine del 401, che lamentava scarsità di preti e diaconi nelle province d’Africa. Paolino venne inviato in quella diocesi e, su richiesta del vescovo Agostino, scrisse la biografia di Ambrogio (Savio, I vescovi di Milano, p. 151).

[4] Ammiano Marcellino, libro 27, c. 7.

[5] Enciclopedia Treccani degli Alfieri, Storia di Milano, vol. II, pp. 4-5.

[6] F. Savio, I vescovi di Milano, 1913, p. 154.

[7] De situ civitati mediolani, X secolo.

[8] Archivio Storico Lombardo, 1884, pp. 224-251.

[9] G.P. Bognetti, Storia, archeologia e diritto nel problema dei Longobardi, in Atti del I Congresso Inter. Studi Longobardi, 1951, pp. 71-136.

[10] Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, II, 4.

[11] In tutti i domini bizantini risulta che, su ordine di Narsete, siano state restaurate le mura (vedi Fano, Benevento, ecc.).

[12] Milano tecnica, 1885, pp. 29-30.

[13] Il vicolo era noto anche col nome di vicolo dei Marchesi di Caravaggio, per via dell’omonimo palazzo all’angolo con via Unione. Dal tipo di pensioni e alberghi che vi si trovavano nell’Ottocento, sembra fosse la zona di riferimento degli Svizzeri a Milano.

[14] La cronaca milanese di Landolfo seniore, secolo XI, traduzione italiana con note storiche di Alessandro Visconti, Milano, Editrice Stucchi, Ceretti, 1928

[15] Gli storici posteriori si scervellarono per tradurre i toponimi e supposero che si trattasse di un Bosco Camminadella fuori Porta Tosa, mentre non si riusciva a collocare una palude detta Pozzo Averano.

[16] C. Torre, Il ritratto di Milano, rist. anast. Forni, pp. 53-54

Ultima modifica: martedì 1 maggio 2007

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