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Atlante milanese  

 

Il Duomo dagli Spagnoli a Napoleone

Sommario

La fase di transizione
Le modifiche di Carlo Borromeo - Pellegrino Tibaldi
Il problema della facciata: F.M. Richini e Fabio Mangone - Carlo Buzzi e il ritorno al gotico
La Madonnina
Napoleone e il Duomo
Rifiniture
Bibliografia

 

La fase di transizione

Con la conclusione del tiburio e delle sei campate sulle navate laterali (cinque nella navata centrale) la chiesa è ormai perfettamente agibile e si può pensare ad una migliore decorazione del suo interno. L’aspetto della cattedrale però è desolante: il pavimento della parte nuova è in cotto ed è piuttosto malconcio perché continuamente percorso dai carri del cantiere; sulla navata mediana c’è ancora probabilmente il vecchio pavimento a quadri bianchi e neri di S. Maria Maggiore. I muri del coro e dei transetti sono disseminati di altari per lo più di legno, qualcuno con affreschi sulla parete che sono riemersi di recente nel deambulatorio. Altri altari erano giunti nella seconda metà del Quattrocento da S. Tecla assieme alle preziose reliquie della cattedrale estiva. I due organi si trovavano dove sono oggi gli altari di S. Agnese e S. Tecla, addossati alle pareti occidentali delle sagrestie e quindi almeno al riparo dalla pioggia. Sono due strumenti vecchi e di mediocre qualità, già riparati più volte.

Con l’affermazione della dominazione spagnola e la fine delle terribili guerre dei primi decenni del Cinquecento, si avvia un programma che prevede la creazione di una serie di vetrate per completare almeno i due transetti. Qui la discussione sullo stile antico o moderno (cioè gotico) non si pone: già dalla metà del Quattrocento tutte le vetrate erano state fatte nello stile “antico”, vale a dire rinascimentale. Nel 1552 viene incaricato Giacomo Antegnati di costruire un nuovo organo gigantesco che verrà sistemato nella cantoria settentrionale mentre si incarica Giuseppe Meda di preparare le quattro tele delle ante verso l’altare che avviano il programma decorativo costituito da sedici grandi tele e che verrà concluso da Federico Borromeo.

Nel 1562, alla vigilia della nomina di Carlo Borromeo alla carica di arcivescovo di Milano, entrano in duomo due singolari “personaggi” che destano ancora oggi interesse e curiosità come oggetti “strani” quasi da museo barocco: il S. Bartolomeo di Marco d’Agrate e il candelabro Trivulzio. Il primo è fin troppo noto per il suo virtuosismo anatomico ed è ancora oggi la meta preferita dei ciceroni che portano gli stranieri a visitare il Duomo. Il secondo è invece, un rarissimo esempio di scultura in bronzo del XII secolo, che non colpisce subito il visitatore, ma certamente affascina chi si lascia trascinare dentro le complesse volute che nascondono Arti, Vizi e Virtù, Segni zodiacali e molte altre sorprese.

 

Le modifiche di Carlo Borromeo

Nella sua prima visita a Milano per il Concilio provinciale, Carlo Borromeo fa già capire la sua ferma intenzione di essere padrone assoluto di tutto ciò che ha che fare con la religione e di non ammettere interferenze da parte del potere laico. Spariscono in un baleno dal coro del Duomo tutte le tombe dei duchi che penzolavano sinistramente tra i piloni coperte da damaschi polverosi e consunti. Da questo momento non sappiamo più dove siano finiti Giovanni Maria e Filippo Maria Visconti, Francesco Sforza e la moglie Bianca Maria, Galeazzo Maria Sforza e forse qualche altro signore che era in attesa del famoso Camposanto che non verrà mai. E’ una cacciata dei potenti che proseguirà in seguito con lo smantellamento della tomba di Ludovico il Moro dalla tribuna di S. Maria delle Grazie e di quella di Bernabò Visconti dal presbiterio di S. Giovanni in Conca.
Per quanto riguarda il Duomo, il Borromeo decide che vi saranno sepolti soltanto gli Arcivescovi di Milano, gli Ordinari e qualche superbenemerito come Marco Carelli, Castellino da Castello e pochi altri tra cui il fratello del papa Pio IV (e anche zio materno del Borromeo), il Medeghino, che ebbe per volontà del papa lo splendido mausoleo di Leone Leoni nel transetto meridionale.

Pellegrino Pellegrini
Nel 1571 è sulla Fabbrica del Duomo che inizia a scatenarsi la bufera con l’imposizione da parte dell’arcivescovo di Pellegrino Pellegrini alla direzione dei lavori al posto di Vincenzo Seregni. Le proteste che ne seguirono per aver leso l’autonomia del Capitolo porteranno pochi anni dopo alla revisione degli statuti che escludeva tutti i membri laici. Un deliberato che per fortuna non avrà lunga vita, ma che permise al Borromeo di impostare con l’architetto “romano” un programma di modernizzazione della cattedrale, all’interno e all’esterno dell’edificio, per convertirne l’aspetto da gotico (tedesco = protestante) a rinascimentale (romano = cattolico). Questa operazione (compiuta però senza secondi fini religiosi) era già riuscita a Ludovico il Moro quando aveva convertito dallo stile gotico a quello rinascimentale le fabbriche del duomo di Pavia e di Como, nonché la Certosa di Pavia, nate tutte in stile gotico come il Duomo all’epoca di Gian Galeazzo Visconti. Nel caso del Duomo, l’Amadeo era invece riuscito a trovare una sintesi che accontentava tutti e che non ne pregiudicava l’impianto originario, ben custodito dal “modellone” che ancora possiamo ammirare nel Museo del Duomo.

Fig. 8 - L'antica facciata di S. Maria MaggiorePer Pellegrino Pellegrini e per l’arcivescovo quel modello era da buttare. Oltre al nuovo arredo interno, necessario per conferire alla chiesa quel decoro che non aveva ancora mai avuto, bisognava pensare soprattutto al paramento esterno, iniziando dalla facciata. Nel 1571, quando probabilmente il Pellegrini inizia a pensare alla facciata, il Duomo era ancora come lo vediamo nel Miracolo della guarigione di Beatrice Crespi del Cerano (fig. 8). La facciata è quella di S. Maria Maggiore posta alla quinta campata, fiancheggiata da due spalle corrispondenti alle navatelle esterne che arrivano alla sesta campata.

Fig. 9 - La facciata del PellegriniLa presenza della Corte impedisce per il momento alla fabbrica di avanzare oltre, ma non impedisce al Pellegrini di iniziare a studiare una nuova facciata in stile “romano” con imponenti portali e finestroni ed ancora più imponenti colonne che dovevano sporgere dal muro in corrispondenza delle paraste. La parte superiore della facciata, più ristretta rispetto alla parte inferiore, si concludeva con un grande timpano ed era affiancata da due obelischi per ogni lato. (Fig. 9) E’ negata quindi ogni corrispondenza con la struttura interna e con la struttura geometrica dell’alzato com’era stata definita nel disegno dello Scovaloca. Realizzata la nuova facciata, era negli intenti del Pellegrini e del Borromeo la trasformazione delle parti già realizzate sui fianchi e sull’abside. Le difficoltà nell’accordarsi con i governatori per un ulteriore taglio del fronte della Corte lascia per ora la facciata allo stato di progetto, mentre si può tranquillamente procedere all’interno del Duomo, dove tra il 1575 e il 1585 viene rifatto completamente il presbiterio creando lo scurolo, il nuovo altare, i due pulpiti e la serie dei nuovi altari lungo la navata. Sulla navata centrale è posto il nuovo battistero che in seguito sarà spostato lateralmente dove ancora oggi si trova e che utilizza come vasca battesimale il sarcofago di porfido utilizzato da Ariberto per le spoglie di S. Dionigi. Attorno all’altare maggiore nasce il coro ligneo progettato dal Pellegrini, modellato da Francesco Brambilla e A. de' Marinis, e intagliato da Virgilio del Conte, Paolo Gazzi e dai fratelli Taurini. Nei tre ordini del coro sono rappresentate (in alto) la vita di S. Ambrogio, (al centro) i santi martiri venerati dalla chiesa milanese e (in basso) i vescovi milanesi da S. Anatalone a S. Galdino. I lavori si protrarranno fino al 1614.
Il 20 ottobre 1577 il Borromeo consacra finalmente l’intero edificio come una nuova chiesa che sostituisce quindi in modo definitivo sia l’antica S. Maria Maggiore, sia S. Tecla, che erano state unificate nel 1549 dopo un secolo di litigi tra il Capitolo maggiore e i Decumani. Dal punto di vista liturgico è questo il vero atto di nascita del Duomo e stupisce che sia avvenuto in forma quasi clandestina, senza clamori né solenni celebrazioni sconsigliate anche dalla ancora perdurante paura della peste che aveva imperversato per tutto l’anno precedente. Dopo la morte del Borromeo e la sua sepoltura al centro del transetto sotto il tiburio, proseguono e si concludono i lavori già avviati come il coro, gli amboni, gli altari, le ante degli organi con le pitture del Figino e di Camillo Procaccini che completerà la serie nel 1602.

 

Il problema della facciata

F.M. Richini e Fabio Mangone
L’analisi di tutte le idee e i progetti che hanno preceduto e accompagnato la realizzazione della facciata del Duomo richiederebbe un intero libro: sarebbe sicuramente un lavoro molto interessante di storia dell’architettura che, tra l’altro, non è stato ancora mai fatto. Qui ci limitiamo a ricordare le tappe principali di questa lunga storia che si snoda lungo più di due secoli, dal 1571 al 1805, con un’appendice “virtuale” alla fine dell’Ottocento.
All’inizio del Seicento Federico Borromeo riprende la questione dal dove il suo grande predecessore e cugino l’aveva lasciata chiedendo ai suoi architetti di fiducia - il Richini e Fabio Mangone - di studiare la realizzazione del progetto originario del Pellegrini. La questione con la Corte per l’avanzamento della fabbrica viene finalmente risolta nel 1615 con il taglio di una seconda fettina della facciata in modo da poter alzare i muri laterali e gettare le fondamenta dell’intera facciata del Duomo.

Fig. 10 - La facciata del RichiniI lavori, sul lato settentrionale, erano già cominciati nel 1607 secondo il progetto del Pellegrini con alcune modifiche proposte dal Richini e da Alessandro Bisnati che riguardavano soprattutto l’ordine superiore. (Fig. 10) Spariscono per esempio gli obelischi laterali sostituiti da statue o da riccioli che risentono del nuovo stile barocco. Questi lavori proseguono fino al 1538 con la costruzione dei cinque portali e di due finestre mediane. Sui portali laterali sono inseriti i bassorilievi con le donne eroiche della Bibbia - Ester, Giaele, Giuditta e la regina di Saba - mentre sul portale maggiore è prevista la Creazione di Eva, tutti su disegno del Cerano. Gli scultori sono i maggiori dell’epoca: il Biffi, il Vismara e il Lasagna.

Carlo Buzzi e il ritorno al goticoFig. 11 - La facciata del Buzzi
Nel 1649, per l’ingresso a Milano della regina Maria Anna d’Austria, seconda moglie di Filippo IV, si preparano grandi apparati lungo tutto il percorso. Sulla facciata del Duomo, il nuovo architetto della Fabbrica Carlo Buzzi prepara una sorpresa rivoluzionaria: riprendere l’antica impostazione gotica del Duomo con due grandi pilastroni affiancati al portale centrale in stridente contrasto con le opere pellegriniane già realizzate. E’ l’avvio di un nuovo progetto (fig. 11) che inquadra i portali e le finestre già realizzate dentro grandi pilastri gotici e che riporta la facciata all’antico disegno basato sulla pendenza di 90 gradi della copertura. Ai due lati, due grandi torri campanarie accentuano ulteriormente la verticalità dell’intero edificio. E’ un esperimento di recupero della tradizione che per la sua fedeltà all’idea originaria del Duomo si stenta a definire neogotico. Contemporaneamente a questa proposta, che riceve un’accoglienza favorevole da parte della Fabbrica, sorgono però subito delle altre proposte, che neogotiche lo sono senz’altro perché tendono a confondere il gotico con le nuove tendenze anticlassiciste del barocco borrominiano.

Fig. 12 - Facciata di Francesco CastelliFig. 13 - Facciata del VanvitelliQuesta linea di tendenza inizia con il curioso progetto di Francesco Castelli (fig. 12) della metà del Seicento e prosegue fino alla metà del Settecento con molti altri progetti tra i quali spiccano quelli dello Juvarra (1733) e del Vanvitelli (1745, vedi fig. 13).
Tutto questo dibattito resta sulla carta, nel senso che molte incisioni e vedute di quest’epoca ci mostrano una piazza del Duomo con una facciata già realizzata secondo questa o quella proposta. A tante fantasie corrisponde invece ben poco di reale. Nel 1682, con l’ingresso a Milano dell’arcivescovo Federico Visconti, si demolisce l’ormai stanca facciata di S. Maria Maggiore e finalmente la copertura del Duomo arriva al suo termine. Sulla facciata di rudi pietre (fig. 14) vediamo quanto poco era stato realizzato in cento anni e come apparirà il Duomo per tutto il secolo successivo, fino all’arrivo di Napoleone.

Fig. 14 - La facciata nel XVIII secolo

 

La Madonnina

Il 1765 è l’anno del trionfo della Ragione: Giuseppe II, il primogenito di Maria Teresa, è nominato imperatore e coreggente degli stati ereditari asburgici e quindi anche del ducato di Milano; è appena uscito il libro Dei delitti e delle pene del Beccaria, manifesto dell’Illuminismo lombardo, mentre spopolano nelle “edicole” i fogli graffianti del “Caffè”; nel cortile della Corte ducale con l’ultimo torneo si celebra la fine dell’era feudale. Da quest’anno una serie di provvedimenti porranno fine ad ogni commistione tra mondo laico e religioso creando quella spaccatura tra Fede e Ragione che caratterizza gli ultimi due secoli. Consapevoli di questi mutamenti, l’arcivescovo Pozzobonelli e la Fabbrica del Duomo rispondono alla sfida con un’idea destinata ad acquistare col tempo sempre più forza e influenza sulla città: la Madonnina. All’improvviso, in un Duomo ancora quasi del tutto privo di guglie, si decide di innalzare la guglia maggiore sul tiburio fino a raggiungere, con la statua, l’altezza vertiginosa di m 108,5. L’opera, già discussa da decenni, viene realizzata dall’architetto Francesco Croce con un ardito disegno che sposa lo stile gotico alla tecnica ingegneristica dell’epoca e che viene subito contestato dagli scienziati “laici” del gruppo che gravitava attorno al “Caffè” di Pietro Verri e del Beccaria. Sulla cima della guglia, secondo un dettato che doveva risalire alle origini stesse del Duomo, si alza la statua dell’Assunta, che lo scultore Giuseppe Perego modellò con lo sguardo rivolto verso l’alto e le braccia tese ad invocare la protezione di Dio sulla città. Da allora i milanesi, sempre di corsa con lo sguardo attento solo a dove mettono i piedi, hanno imparato ad alzare la testa verso il Cielo almeno quando si vede, da vicino o da lontano, la Madonnina.

 

Napoleone e il Duomo

Il 20 maggio 1805, con un ordine perentorio, Napoleone ordina che venga finalmente finita la facciata del Duomo. Mancano sei giorni dalla sua incoronazione con la Corona ferrea a re d’Italia ed è così euforico da promettere che la spesa sarebbe stata sostenuta direttamente dalla Francia. Per non perdere tempo, intanto, la Fabbrica avrebbe dovuto vendere tutti i suoi beni immobili e procedere con i lavori mentre il rimborso sarebbe venuto in seguito. Naturalmente il rimborso la Fabbrica lo sta ancora aspettando, ma in compenso il Duomo, nel giro di soli sette anni, ha avuto la sua facciata e nella fretta ha avuto ragione Carlo Buzzi che aveva proposto - lo ricordiamo - nel lontano 1649 la soluzione più semplice che manteneva il profilo originario del Duomo senza distruggere il già costruito. Sarà Francesco Soave a riprendere, prima ancora dell’arrivo di Napoleone (1791) il vecchio progetto apportandovi alcune modifiche in senso neogotico sui finestroni superiori. Essendo però già defunto nel 1805, l’onore di aver condotto in porto l’opera spetterà a Carlo Amati e Giuseppe Zanoja, i due architetti più noti della prima metà dell’Ottocento. Napoleone, per ringraziamento, volle la statua di San Napoleone su una guglia del Duomo (guglia G65, la quinta dalla facciata sulla navata maggiore a sud).

 

Rifiniture

All’Ottocento non restava che concludere un’opera ormai arrivata in dirittura d’arrivo. Si realizzano quindi la maggior parte degli archi rampanti e delle guglie. Si completano le statue, soprattutto sulla parete meridionale. Si innalzano i tre gugliotti mancanti ad opera del Pestagalli (1845) con il gugliotto sud-ovest dedicato alla Fede; del Vandoni (1862-1890) con il gugliotto nord-ovest dedicato alla Madonna; di Cesa Bianchi (1877-1904), con il gugliotto sud-ovest con la genealogia della Madonna.
L’attività che nell’Ottocento ha lasciato il segno più forte nell’aspetto del monumento è quella delle vetrate. Giovanni Battista Bertini e i suoi figli Giuseppe e Pompeo, tra il 1829 e il 1858, eseguono molte vetrate nuove o sostituiscono antiche vetrate antiche rovinate e consunte dal tempo con una tecnica piuttosto infelice di “pittura a fuoco su vetro” che produce esiti assai inferiori come luminosità rispetto a quelli che si ottenevano anticamente usando i vetri colorati. Le opere dei Bertini o le parti da loro restaurate si notano facilmente proprio per questa loro opacità. Dopo questo periodo di vetrate “romantiche” dei Bertini, l’opera venne completata nel Novecento con le ultime vetrate del lato nord, quelle dell’ordine superiore della facciata e quelle del tiburio, eseguite tutte con le più luminose tecniche antiche.
L’ultimo sussulto di progettualità che ha animato la Fabbrica, ponendola di fronte ad una scelta che poteva essere determinante per l’aspetto del Duomo, si è avuto nel 1884 quando viene bandito un concorso per il rifacimento in stile gotico della facciata reso possibile dal cospicuo lascito di Aristide De Togni di circa 900.000 lire. La morte improvvisa del giovane architetto Giuseppe Brentano vincitore del concorso e forse il raffreddarsi degli entusiasmi iniziali fecero ben presto desistere dall’impresa, che si ridusse al semplice rifacimento della falconatura napoleonica ormai pericolante. Unica traccia di questo estremo tentativo di combattere i “Romani” cacciando via le porte e le finestre del Pellegrini, lo si può notare nella porta centrale bronzea del Pogliaghi, che dovette essere adattata al portale del Pellegrini con un inserto superiore aggiunto per le sue misure, che al momento della realizzazione (1906) corrispondevano al portale più basso progettato dal Brentano. Dopo questa prima porta, dedicata alle gioie e ai dolori della Vergine, bisognerà attendere mezzo secolo per vedere completate le altre quattro porte, vero ultimo atto di questa lunga vicenda. Nel 1948 è inaugurata la porta (prima da sinistra) di Arrigo Minerbi dedicata a Costantino. La seconda porta da sinistra dedicata a S. Ambrogio, del Castiglioni, è del 1950 come la quarta porta, di Franco Lombardi e Virginio Pessina dedicata alla lotta contro il Barbarossa. L’ultima porta verso sud, dopo un concorso vinto da Luciano Minguzzi, racconta le vicende della fondazione del Duomo e venne inaugurata il 6 gennaio 1965, una data da ricordare perché segna il termine ultimo di questo enorme sforzo collettivo.

 

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Ultima modifica: martedì 23 luglio 2002

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