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Atlante milanese  

 

 Il Duomo dai Visconti agli Sforza

Sommario

La fondazione: il colpo di stato di Gian Galeazzo - L' "impresa del Duomo" - La Fabbrica del Duomo - Dal mattone al marmo
I progetti del Duomo: Simone da Orsenigo e Nicolas de Bonaventure - Hans von Freiburg e Heinrich Parlar - Il disegno di Gabriele Scovaloca - La guglia Carelli - Giovannino de Grassi - Le critiche di Jean Mignot
La fine del periodo gotico: la consacrazione dell'altare - I tentativi di Francesco Sforza - Le vetrate - Il tiburio
Bibliografia

La fondazione

Il colpo di stato di Gian Galeazzo
Il 6 maggio 1385 Gian Galeazzo Visconti arriva a Milano diretto al Sacro Monte di Varese. E’ un uomo di 34 anni, già sposato due volte, noto per la sua ostentata devozione, la sua timidezza e una ridicola paura di tutto che lo costringe a viaggiare sempre accompagnato da una forte scorta armata.  Proveniente dal suo castello di Pavia, raggiunge Milano a Porta Ticinese e da qui percorre la “circonvallazione” - l’attuale via De Amicis - fino alla pusterla di S. Ambrogio ch’era allora, com’è ancora oggi, all’imbocco di via S. Vittore, diretto al suo castello di Porta Giovia. Qui incontra lo zio Bernabò Visconti, il terribile signore di Milano che faceva tremare chiunque avesse la ventura di incontrarlo e che amava sbeffeggiare papi e imperatori perché, come amava dire, “io sono papa e imperatore a me stesso”. Era da un po’ che lo zio non vedeva questo nipote così diverso da lui e così ridicolo con il suo codazzo di guardie. Quel giorno Bernabò deve aver pensato: “Vado a farmi due risate” e, presa la sua mula, si era diretto verso S. Ambrogio per vedere lo spettacolo, accompagnato dai suoi due figli e da poco seguito. Invece Gian Galeazzo, appena lo vede, lo dichiara suo prigioniero e lo fa rinchiudere nel vicino castello sotto lo sguardo sbalordito e incredulo di tutta Milano e, si può dire, di tutta Europa.

L'"impresa del Duomo"
Da qui iniziano le grandi imprese di Gian Galeazzo Visconti e da qui “inizia l’impresa del Duomo”. Da questo momento gli avvenimenti si sviluppano con una velocità impressionante: la popolazione assalta le case di Bernabò a S. Giovanni in Conca mettendole a sacco e molti tirano un sospiro di sollievo per essersi liberati del feroce “tiranno” che scherzava con le loro vite. Gian Galeazzo si presenta come un signore mite e devoto, che ha dovuto liberarsi dello zio prima che questi mettesse in pericolo la sua stessa vita. Contro Bernabò ci sono anche sospetti di eresia e stregoneria: avrebbe impedito con arti magiche alla moglie di Gian Galeazzo di restare incinta. La strategia di Gian Galeazzo è abbastanza chiara: i poveri vanno tranquillizzati con un saccheggio; i ricchi con il diritto. Per quelli che oggi chiameremmo “ceti medi” - mercanti, artigiani e commercianti - ci vuole un’idea che porti lustro alla città e lavoro per tutti. Ed ecco l’annuncio: il 23 maggio, due settimane dopo l’arresto di Bernabò, vengono demoliti l’antico arcivescovado, il palazzo degli Ordinari e il battistero di S. Stefano alle Fonti, che si trovavano dietro la cattedrale di S. Maria Maggiore, per edificare una nuova cattedrale di immense proporzioni, che avrebbe superato in lunghezza e in altezza ogni altra chiesa esistente allora nel mondo.

La Fabbrica del Duomo
L’idea all’inizio deve aver suscitato qualche perplessità. Bisogna arrivare all’anno successivo perché si inizi seriamente a immaginare la costruzione di questo edificio. Anzitutto bisogna istituire un organismo cittadino responsabile dei lavori: la Veneranda Fabbrica del Duomo. I primi documenti della fabbrica, purtroppo perduti, risalgono alla primavera del 1386, quando sono già in corso i lavori delle fondazioni, iniziate dalla sacrestia settentrionale o, come dice la Fabbrica, “aquilonare” dov’era l’antichissimo battistero di S. Stefano alle Fonti. In quest’anno Gian Galeazzo e il cugino arcivescovo Antonio da Saluzzo, iniziano una campagna di mobilitazione delle forze economiche della città perché concorrano all’impresa con offerte generose. La risposta supera, come si dice, le più rosee aspettative. In pochi mesi non solo i paratici di Milano, ma l’intera popolazione, si mobilita per portare ogni genere di offerte alla Fabbrica del Duomo: soldi, beni personali, lavoro. La Fabbrica non riesce a far fronte a questa valanga e, il 7 maggio 1387, deve essere rifondata con un grande organico, che comprende ben 300 deputati, 50 per ogni porta della città. Ormai la cosa è diventata seria e bisogna che l’idea si trasformi in un progetto visibile e condiviso da tutti. L’1 marzo 1387 viene nominato ingegnere capo Simone da Orsenigo, che resterà per molti anni il responsabile dell’andamento dei lavori. Al suo fianco iniziano a comparire altri nomi di architetti e scultori che producono disegni e modelli da sottoporre all’approvazione della Fabbrica. Tra i primi nomi troviamo un misterioso Anechino (Giovannino) di Alemagna che viene pagato per un modello in piombo, e lo “scalpellino” Hans Fernach. Sappiamo oggi, dopo gli assaggi effettuati nella sagrestia aquilonare, che all’inizio si pensava ad una costruzione in mattoni decorata con un paramento in cotto, simile probabilmente alle coeve chiese del Carmine di Milano e di Pavia. Nell’ottobre del 1387, avviene la grande svolta: Gian Galeazzo, che in due anni aveva già conquistato quasi tutta l’Italia settentrionale e aveva sposato la figlia Valentina con il fratello del re di Francia, decide di trasformare l’espediente pubblicitario in un simbolo regale. A questo punto il Duomo non doveva essere soltanto la chiesa più grande d’Europa, doveva diventare soprattutto lo splendido tempio del futuro re d’Italia.
Per realizzare questo sogno grandioso viene formulato un minuto regolamento della Fabbrica che prevede sia la stretta sorveglianza della gestione pratica dei lavori, sia un attento e rigoroso rendicontamento delle entrate e delle spese. Da parte sua Gian Galeazzo concede alla Fabbrica l’uso gratuito delle cave di Candoglia per estrarre i marmi necessari alla nuova impresa. L’idea nuova che viene arditamente lanciata è infatti quella di abbandonare lo stile ancora “romanico” avviato nei primi mesi per abbracciare decisamente le forme gotiche d’oltralpe, mai prima d’ora accettate completamente in Italia. Le murature e i piloni saranno dunque realizzati “a cassone”: pareti esterne portanti in marmo di Candoglia riempite internamente di pietre, prevalentemente serizzo tratto dalle cave viscontee di Locarno, Intra e Pallanza. I materiali arriveranno a Milano lungo il Naviglio Grande e tutte le merci che esibiranno il marchio AUF (Ad Usum Fabricae) non pagheranno dazi.

Dal mattone al marmo
La nuova tecnica costruttiva adottata impone anche una nuova mentalità e migliori capacità tecniche. Il primo ingegnere Simone da Orsenigo è in difficoltà e forse anche ostile a questa svolta. Il 20 marzo 1388 si svolge una importante riunione durante la quale Marco da Campione (o da Frixono, come dicono alcuni documenti) critica duramente i lavori fatti in precedenza da Simone da Orsenigo durante lo scavo delle fondazioni che dovevano aver interessato tutta la tribuna e le due sagrestie. Le critiche sono accolte e, dopo aver risistemate le fondazioni, “si incominciò a edificare con solido marmo” come dice un documento del 4 settembre 1388. Dal 1389 fino alla morte di Gian Galeazzo nel 1402, in soli 14 anni di lavoro frenetico, si costruisce quasi metà dell’opera. Anche se ci vorranno altri 400 anni per finirla, questi 14 anni sono decisivi per il Duomo perché è in questo periodo che vengono fatte tutte le scelte più importanti per il suo destino futuro.


I progetti del Duomo

Simone da Orsenigo e Nicolas de Bonaventure
Nel 1389 Gian Galeazzo è all’apice della gloria. Con la capitolazione di Padova ha concluso il suo piano di conquista nel Veneto. Inoltre ha avuto finalmente il tanto atteso erede - Giovanni Maria - che sembrava non volesse mai nascere. A questo punto può imporre il suo punto di vista alla Fabbrica e sostituire il modesto e provinciale Simone da Orsenigo con un grande maestro d’oltralpe capace di trasmettere alle maestranze la raffinata esperienza maturata in due secoli di architettura gotica. La scelta cade da principio su un francese - Nicolas de Bonaventure - che viene nominato ingegnere capo al posto di Simone il 6 luglio 1389. La sua attività a Milano durerà un anno e lascerà una indelebile traccia “francese” sul Duomo. In questo periodo, terminati i muri delle sacrestie e dell’abside, si sta pensando ai piloni ed è qui, nell’elegantissimo disegno dei piloni e delle loro basi, che si può riconoscere il gusto francese di Nicolas. Più discusso è invece il suo apporto ai tre grandi finestroni dell’abside. Sulle porte delle sagrestie intanto si stanno affaticando gli scultori per completare le prime vere opere decorative: Giacomo da Campione esegue il portale della sagrestia settentrionale dedicato a Cristo e poco dopo è Hans Fernach ad eseguire quello della sagrestia meridionale dedicato alla Vergine. Sempre nel 1389 compare per la prima volta tra le carte della Fabbrica il nome di Giovannino de Grassi, un personaggio che avrà in seguito una grande influenza sul destino dell’intero edificio.
Anche se nell’estate del 1390 Nicolas de Bonaventure ritorna in Francia, i lavori proseguono alacremente. Terminati i muri del coro e delle sagrestie, si prosegue con i transetti e i piloni secondo un disegno che conosciamo in parte da una copia eseguita a Milano da Antonio di Vincenzo, arrivato apposta da Bologna per studiare la nuova cattedrale in vista della fondazione della basilica di S. Petronio. Questo disegno, e l’altro che lo accompagna, dovevano necessariamente ricopiare un progetto esistente nella Fabbrica o un modello ligneo: troppe sono infatti le discordanze rispetto all’edificio poi realmente costruito per pensare che sia stato rilevato dal vero. Anzitutto i transetti sporgono di due campate dalla navata anziché di una. La guglia Carelli viene rappresentata molto diversa da come sarà realizzata e certo nel 1390 non esisteva ancora. Le navate sono già iniziate per due campate mentre sappiamo che per molto tempo ce n’era una sola. Infine, è riportato un modello vago di capitello che tuttavia prefigura quelli decisi in seguito, segno che comparivano già nel primo progetto o almeno in quello “francese”.

Hans von Freiburg e Heinrich Parler
Il disegno, e i suoi errori, ci dicono però che nel 1390 i transetti non erano ancora stati completati, ma soltanto la tribuna e le sagrestie e forse qualche muro laterale. Inoltre sappiamo che tutto il lavoro eseguito finora aveva soltanto “abbracciato” la vecchia basilica di S. Maria Maggiore senza demolire alcunché, ma che si pensava di coprire con “assi e coppi” la parte appena costruita non appena terminati i piloni del transetto. Per poter terminare i piloni e collocarvi i capitelli bisognava però ancora decidere quanto dovevano essere alti. A questo problema viene dedicato tutto il 1391 che sarà l’anno cruciale per la stesura del modello definitivo. A questo dibattito, che chiama in causa sia importanti problemi di statica, sia problemi non meno importanti legati alla simbologia dei numeri e delle figure geometriche, intervengono personaggi di primo piano della cultura architettonica tedesca come Hans von Freiburg e Heinrich Parler, il primo impegnato nella cattedrale di Colonia e il secondo a Ulm. La discussione verte sul modulo da usare per misurare le altezze relative delle cinque navate e i rapporti tra larghezza e altezza dell’edificio.

Il disegno di Gabriele Scovaloca

Fig. 1 - Schema del duomo di Scovaloca. Immagine tratta da: Giuseppe Valentini, Il Duomo di Milano. Una disputaAll’inizio del 1392 si giunge a due modelli contrapposti: quello di Parler e quello di un matematico piacentino - Gabriele Scovaloca - chiamato dalla Fabbrica per elaborare un modello di alzato più affine ai gusti locali e più vicino alla tradizione costruttiva lombarda. Questo secondo sarà il modello vincente e purtroppo solo indirettamente possiamo conoscere qualche aspetto del modello tedesco. Del modello Scovaloca possediamo invece fortunatamente lo schema geometrico, sopravvissuto miracolosamente ai secoli (fig. 1), uno schema piuttosto chiaro che è stato anche ripreso e pubblicato nel Cinquecento dal Cesariano nel suo Vitruvio (Figg. 2-3). Fig. 2 - Cesariano, Pianta del Duomo Fig. 3 - Cesariano, Sezione del Duomo

La Guglia Carelli
Dal 1392 però la spinta spontanea della città per finanziare l’impresa - dopo cinque anni di sacrifici - si sta smorzando. Gian Galeazzo escogita un Giubileo milanese per raccogliere altri fondi e continuare l’impresa, ma si dovrà aspettare il 1395 prima di vedere qualche soldo. Del resto anche Gian Galeazzo in questi anni è distratto da mille incombenze militari e politiche e per giunta ha deciso di fondare presso il suo parco di Pavia una nuova grande Certosa come proprio mausoleo mettendoci soldi suoi e sottraendo risorse umane alla Fabbrica. Per fortuna (non sua!) nel 1394 muore Marco Carelli, un ricchissimo mercante milanese che lascia alla Fabbrica tutta la sua sostanza - ben 35.000 ducati - parecchi miliardi di oggi. Con quei soldi si costruisce quello che forse è il più bel elemento scultoreo-architettonico dell’intero edificio: la Guglia Carelli, la prima guglia del Duomo che si trova sull’angolo nord-est della sagrestia aquilonare, sormontata dalla statua di S. Giorgio che richiama direttamente l’effigie di Gian Galeazzo Visconti.

Giovannino de Grassi

Fig. 4 - Capitello di Giovannino de GrassiFig. 5 - Capitello secondo il modello campioneseNel 1396, quattro anni dopo la storica riunione nella quale era stato deciso l’alzato del Duomo, inizia il dibattito sui capitelli. Giovannino de Grassi realizza un prototipo (fig. 4) molto elegante con le edicole per le statue che sfumano verso l’alto lasciando scorrere le linee di forza dei piloni verso i costoloni della volta senza soluzione di continuità. La soluzione, di gusto squisitamente gotico, non incontra però l’approvazione della Fabbrica, anche in questa occasione più legata a un modello architettonico meno flessibile, e quindi viene approvato il prototipo di Giacomo da Campione con una cornice superiore molto marcata (fig. 5). Sarà questo in seguito, con piccole variazioni, lo schema seguito in tutti gli altri capitelli.

Le critiche di Jean Mignot
Negli anni successivi quindi, mentre si iniziano a realizzare i primi capitelli del coro, si procede con i transetti arrivando con la muratura alle prima campata, limite massimo consentito dalla Corte ducale che si appoggiava allo spigolo sud-ovest della vecchia cattedrale invadendo l’area del Duomo all’altezza della seconda campata della navata meridionale. A questo punto si può cominciare a pensare al tiburio, il punto più delicato dell’intera costruzione e il più difficile. Mai si era osato in Europa sollevare a quell’altezza una così enorme massa di marmi. Per affrontare il problema arriva dalla Francia nel 1399 il parigino Jean Mignot, un grande tecnico, che analizza in primo luogo la correttezza dei lavori svolti sinora trovando molte imperfezioni nel taglio delle pietre e quindi nella loro effettiva capacità di portata. La conclusione è drastica: c’è “pericolo di ruina”. Secondo il francese bisogna distruggere tutto il costruito perché fatto “sine scienzia”. Gian Galeazzo, molto preoccupato, fa assumere dalla Fabbrica i suoi due migliori ingegneri, Bartolomeo da Novara e Bernardo da Venezia, mentre è preposto al cantiere in pianta stabile Filippino degli Organi. Tra il 1400 e il 1401 il cantiere è messo sottosopra con aspre polemiche e accuse reciproche. Il duca, pur convinto della giustezza delle critiche, alla fine si arrende al pragmatismo della Fabbrica lasciando che i lavori siano proseguiti “secondo il gradimento e la volontà dei suoi cittadini”. Il Duomo non è crollato, però lo spavento salutare procurato dal Mignot è servito a migliorare le attrezzature (è adottata la sega per marmi) e soprattutto ha fatto rinviare di un secolo l’impresa del tiburio.

 

La fine del periodo gotico

Dal 1402, anno della morte di Gian Galeazzo Visconti, al 1480, quando un nuovo colpo di Stato fa salire al potere Ludovico il Moro, la costruzione del Duomo resta quasi del tutto sospesa, vuoi per mancanza di soldi, vuoi per mancanza di idee. Per tutto questo tempo il Duomo resta a metà, mentre dall’enorme zona del transetto continua a spuntare la vecchia basilica di S. Maria Maggiore: una buffa situazione ben rappresentata, a mio parere, da un disegno a penna del Pisanello (fig. 6) che stranamente non è mai stato accostato al Duomo, ma che, se la mia lettura è corretta, sarebbe la sua prima veduta.

Anche se in questo periodo Filippino degli Organi costruisce poco, attorno a lui però cominciano a crescere gli scultori e poi i maestri vetrai che tentano i loro primi lavori sui finestroni dell’abside. Iacopino da Tradate, il più abile scultore del momento, fa eseguire dalla sua bottega il sepolcro di Marco Carelli. Lui stesso realizza in seguito il modello della grande serraglia del coro con la testa dell’Eterno e soprattutto il monumento a Martino V (1424), il suo capolavoro. Sotto l’influsso di Jacopino da Tradate e di Michelino da Besozzo, nella prima metà del Quattrocento si consolida una tradizione locale di scultura che resterà viva nel cantiere per più di quattro secoli.


La consacrazione dell’altare
Nell’anno 1418 il nuovo duca Filippo Maria Visconti può finalmente iniziare a pensare a Milano. Sono finiti i terribili anni del governo di Giovanni Maria che avevano messo in forse l’esistenza stessa del ducato. Sono riconquistate le principali città lombarde perdute dopo la morte di Gian Galeazzo. Il 13 settembre è liquidata anche la moglie Beatrice di Tenda che aveva dovuto sposare per avere i soldi necessari alla sua riscossa. Il 12 ottobre successivo arriva a Milano il papa Martino V, eletto l’anno prima dal Concilio di Costanza dopo un lungo periodo di scissione della Chiesa che aveva visto regnare contemporaneamente addirittura tre diversi papi. Chi conosce la storia di Milano sa che bisogna sempre approfittare delle occasioni straordinarie se si vuole demolire qualcosa di importante e di antico. L’urgenza tronca infatti quasi sempre le discussioni che bloccano le iniziative di distruzione-ricostruzione. Fino a quel momento si era costruito tutto attorno alla basilica che era praticamente intatta e funzionante. In due giorni, dal 14 al 16 ottobre, per ordine del duca si demolisce l’abside e la volta, spostando il vecchio altare per la consacrazione nel nuovo coro del Duomo. Da questo momento però non cessa di esistere liturgicamente la basilica di S. Maria Maggiore, ma viene semplicemente ampliata con un nuovo - immenso - coro dov’è collocato il suo vecchio altare riconsacrato. La sua scomparsa definitiva avverrà 150 anni dopo con la consacrazione del Duomo voluta da Carlo Borromeo. Attorno al grande coro, ormai terminato in tutte le sue parti, iniziano intanto ad affollarsi sinistre presenze: tra un pilone e l’altro vengono appesi in casse coperte di broccati i corpi dei personaggi più eminenti della città: Giovanni Maria Visconti, il condottiero Niccolò Piccinino, per primi; seguiranno poi gli altri duchi Filippo Maria Visconti, Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti, Galeazzo Maria e altri ancora. In attesa del nuovo Camposanto da costruirsi dietro l’abside, il Duomo nel secolo XV doveva apparire più una grotta che una chiesa.

 

I tentativi di Francesco Sforza
Una delle prime cose che Francesco Sforza fa appena arrivato a Milano è quella di incoraggiare la ripresa dei lavori nel Duomo anche in vista della nuova piazza che sarebbe sorta con l’abbattimento di S. Tecla. Purtroppo qui i problemi si intrecciano coinvolgendo la piazza, la cattedrale e il palazzo dell’Arengo. Rinviando ad un'altra pagina (vedi) il problema della piazza, qui basta dire che Francesco Sforza lascia abbattere l’angolo nord-est del suo palazzo e fa collocare una pietra dove sarebbe sorta la nuova facciata. Dal 1452 si può quindi procedere con il corpo delle navate almeno fino alla sesta campata. Poiché il momento di chiudere l’edificio con una nuova facciata sembrava ancora molto lontano, per non fare tante discussioni la facciata di S. Maria Maggiore viene semplicemente spostata all’altezza della quinta campata creando così un degno spazio per le celebrazioni che il nuovo duca prevedeva di dover indire. Con la solita diplomazia il duca intanto inserisce nell’organico della Fabbrica Giovanni Solari e il Filarete come rappresentanti, il primo, dell’antica tradizione campionese, e il secondo delle nuove tendenze sperimentate in Toscana. Il trucco però non funziona e il Filarete viene subito allontanato dal Duomo dove restano padroni assoluti per più di mezzo secolo i Solari. Prima Giovanni, poi il figlio Guiniforte e infine il nipote Pietro Antonio e il genero Giovanni Antonio Amadeo. Saranno proprio loro a risolvere alla fine il difficile problema del tiburio.


Le vetrate
Fin dai primi anni del Quattrocento, parallelamente alle opere di architettura e scultura, sorge vicino al Duomo il laboratorio per preparare le vetrate. Sotto la direzione di Michelino da Besozzo e Stefano da Pandino sono fabbricate le vetrate delle sagrestie e parte di quelle dei tre grandi finestroni dell’abside dedicate al Nuovo e Antico Testamento (le due laterali) e all’Apocalisse (quella centrale). Altre vetrate sui transetti sono commissionate da alcuni paratici. Di tutte queste vetrate restano soltanto alcuni antelli al Museo del Duomo, perché dovettero essere quasi subito sostituite per l’imperizia dei maestri vetrai di quest’epoca che le resero molto presto illeggibili. Solo dopo il 1470, grazie all’opera di Cristoforo e Agostino de’ Mottis, Antonio da Pandino e Niccolò da Varallo si avvia un programma serio e duraturo di realizzazione delle vetrate, eseguito questa volta con materiali di ottima qualità e con tecniche perfette che hanno consentito ad esse di conservarsi in ottimo stato fino ad oggi. Di questo notevole gruppo di opere, che stilisticamente abbandonano il gotico per rifarsi ai disegni “all’antica” del Foppa e di altri artisti rinascimentali, ci restano quelle di:

- S. Giovanni Evangelista di Cristoforo de’ Mottis (per il paratico dei notai, 1478, finestra 1)

- S. Eligio di Niccolò da Varallo (per il paratico degli orefici, dopo il 1479, finestra 6)

- S. Giovanni Damasceno di Niccolò da Varallo (per il paratico degli speziali, dopo il 1479, finestra 25)

Le prime due vetrate, oggi sulla navata sud, erano allora nei transetti. Di Antonio da Pandino restano invece gli antelli della vetrata del Nuovo Testamento con la Vita di Gesù, oggi trasportati nella finestra 5.

Per visionare le vetrate del Duomo nel WEB: http://www.area.fi.cnr.it/bivi/regioni/indice_per_regione.htm (clicca su LOMBARDIA ==> MILANO ==> DUOMO)

 

Il tiburio
Ludovico il Moro, salito al potere nel 1480 esautorando prima, e forse assassinando dopo, il nipote Gian Galeazzo, era l’uomo che ci voleva per affrontare un problema così difficile come quello del tiburio. Deciso, ambizioso, spregiudicato, il Moro governa Milano in un periodo di grande splendore culturale, che gli permette di disporre di uomini dotati di straordinarie capacità tecniche e artistiche.

Fig. 7 - Sezione del tiburioNel 1481 muore Guiniforte Solari, che intorno al 1470 aveva rinforzato gli arconi gotici tra i quattro pilastroni centrali con dei robusti “archi romani” nascosti nella muratura (vedi fig. 7). Restano a capo del cantiere suo figlio Pietro Antonio e il genero Amadeo, entrambi poco più che trentenni. Si ritiene quindi opportuno di far venire a Milano l’anziano maestro tedesco Giovanni Nexemperger, che stava lavorando nella cattedrale di Strasburgo, il più grande cantiere del momento, ma il suo apporto non soddisfa né la Fabbrica, né la Corte. Si scopre che in Italia ci sono persone più esperte di lui ed anche di gusti più raffinati. Alcune sono già a Milano, come Leonardo da Vinci e Donato Bramante, altre sono chiamate apposta a misurarsi con il problema. Alla fine, nel 1490, tutti i modelli sono riuniti nel castello sforzesco per un confronto finale. Vince, anche perché rappresenta la sintesi dei diversi contributi, il modello approntato dall’Amadeo con Gian Giacomo Dolcebuono e rivisto da tecnici del calibro di Francesco di Giorgio e Luca Fancelli. Rispetto ad una tendenza che voleva il tiburio di forma quadrangolare (forse corrispondente alla primitiva idea trecentesca) si sceglie alla fine un rivestimento della cupola ottagonale, più rispondente alla tradizione ambrosiana.
Il tiburio viene terminato in appena dieci anni, e, malgrado il timore di molti, non presenta alcun difetto dal punto di vista statico. Nella sua parte interna viene decorato da quattro serie di quindici statue (profeti, sibille e personaggi dell’Antico Testamento) sugli arconi portanti e da quattro medaglioni con i dottori della Chiesa. All’esterno invece rimane a lungo privo di decorazioni e guglie. Unica eccezione è il cosiddetto Gugliotto dell’Amadeo, capolavoro scultoreo dove gli elementi rinascimentali sono sapientemente armonizzati con l’aspetto gotico, che rimane dominante, come segno di fedeltà all’impianto originario della costruzione.
I gugliotti previsti dovevano essere quattro, posti ai quattro lati del tiburio come i Quattro Evangelisti attorno all’Eterno Padre nell’Apocalisse. In questa fase se ne costruisce uno solo, quello appunto dell’Amadeo, che doveva essere necessariamente realizzato perché serviva da scala per raggiungere le sordine (i vani compresi tra la cupola e il tiburio dove ci sono attualmente le campane) e quindi la sommità del tiburio. Con il gugliotto Amadeo, costruito tra il 1507 e il 1518, finisce in bellezza la stagione gotica del Duomo. Ciò che si farà in seguito, dopo la parentesi “romana” del Borromeo, sarà all’insegna di un neogotico nel quale il vecchio stile viene di volta in volta rinterpretato alla luce delle novità barocche o neoclassiche.

Ultima modifica:  martedì 23 luglio 2002

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