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 Sant'Ambrogio

di Maria Grazia Tolfo

 

La magistratura accanto a Sesto Petronio Probo

Aurelio Ambrogio nacque a Treviri nel 339-340 ultimo di tre figli. Suo padre ricopriva nelle Gallie la magistratura suprema dell’impero, la prefettura del pretorio, agli ordini di Costantino II. Il prefetto delle Gallie dal suo palazzo di Treviri controllava l’amministrazione giudiziaria e civile di mezza Europa, dal vallo di Antonino fino al Marocco, dal Reno all’Atlantico. Il prefetto rappresentava l’imperatore, ne promulgava le leggi, vigilava sui governatori delle province in cui era divisa la prefettura, accoglieva gli appelli dei tribunali provinciali, provvedeva alla manutenzione delle strade e al servizio delle poste imperiali, pagava il soldo all’esercito e procurava le vettovaglie.

Non disponiamo di notizie dirette riguardanti il padre di Ambrogio, tranne che apparteneva a una famiglia consolare, probabilmente di origine greco-orientale, come lascerebbe intendere il suo nomen, Uranius; il cognomen è invece ignoto: chi lo dice Ambrosius, chi Satyrus
La madre apparteneva alla gens Aurelia e  possedeva vasti appezzamenti in Sicilia e nel Nord-Africa. Dalla seconda metà del II secolo, in seguito alle invasioni barbariche e alle carestie conseguenti le difficoltà di lavorare i campi, l’Africa proconsolare aveva ricevuto una quantità enorme d’investimenti in tenute agricole per compensare la produzione decimata delle province occidentali. Possedere terreni in Africa era quindi segno di distinzione e di benessere economico.  
Sembra probabile che il prefetto venisse coinvolto nelle lotte tra i figli di Costantino per la supremazia in Occidente, morendo  nel colpo di stato tentato da Costantino II e che la sua persona sia stata colpita dalla damnatio memoriae, dal momento che neppure suo figlio lo ricorda mai e non compare citato negli atti ufficiali finora noti.  

Dopo la morte del padre, la famiglia da Treviri si spostò a Roma. Qui Ambrogio fu educato ed entrò nella carriera amministrativa;  dopo essere stato a Sirmio dal 365 col fratello maggiore Satiro, dove entrambi ricoprivano l’incarico di funzionari presso la prefettura del pretorio Italiae, Illyrici et Africae con Vulcacio Rufino, fu promosso nel 368 a membro del consiglio privato di Sesto Petronio Probo, che si alternava fra Sirmio e Milano.

Sesto Anicio Petronio Probo, un veronese immensamente ricco, discendente per parte materna dalla gens Anicia, viene dipinto da Ammiano Marcellino con pochi ma feroci tratti, mettendo in risalto soprattutto l’esorbitanza delle riscossioni che avevano prostrato l’Illirico più delle razzie dei barbari, costringendo molti patrizi al suicidio o alla fuga. Probo era un vero padrino, capo di un forte clan di fedeli. La sua potenza era  nota a tutti: una delegazione di Persiani, venuti a Milano quando Ambrogio era già vescovo, chiese di incontrare Ambrogio e il suo protettore; per loro il vescovo e il prefetto riassumevano il prestigio di Milano.

Nel 371 Probo tenne il consolato insieme all’imperatore Graziano e approfittò della carica per nominare  consularis il suo protetto Ambrogio, cioè governatore della provincia Liguria et Aemilia. La Liguria comprendeva Bergamo, Brescia, Como, Lodi, Milano, Novara, Pavia, Vercelli, Torino; l’Aemilia Bologna, Faenza, Forlì, Imola, Modena, Parma, Piacenza, Reggio. E così ebbe inizio la strana avventura di Ambrogio a Milano.

Ritratto di S. Ambrogio nei mosaici di S. Vittore in Ciel d'OroPer quanto riguarda l’aspetto fisico di Ambrogio, il mosaico di S. Vittore in Ciel d’oro ce lo mostra piccolo e gracile, con capelli scuri e un po’ ricci, barba e baffi e una leggera asimmetria nel volto, con un occhio leggermente più basso e chiuso dell’altro. Un ritratto virile dipinto su vetro (al Museo di Arezzo) sembra adattarsi perfettamente a questo identikit, anche se non è mai stata fatta l’identificazione ufficiale con Ambrogio.

L’analisi del suo scheletro ha rivelato che Ambrogio era alto ca. 1,63 m, che soffriva di una grave forma di artrite cronica della colonna vertebrale, uno stato di infiammazione che conduce gradualmente a un irrigidimento della persona e alla paralisi del tronco e del capo, con la sola mobilità degli arti. Tale affezione è spesso accompagnata da un reuma alla faringe, che impedisce di parlare a lungo. Sembra probabile che la morte sia avvenuta per insufficienza cardio-respiratoria.

La malattia dovette manifestarsi in giovane età, perché già nel 378, in occasione del discorso funebre per la morte del fratello Satiro, Ambrogio fa riferimento a una grave malattia che l’aveva colpito e “disgraziatamente” non l’aveva ucciso per risparmiargli lo strazio della morte dell’inseparabile Satiro. In una lettera del 383 ai Tessalonicesi il vescovo si scusa per la grave infermità che gli aveva impedito di andare incontro al loro vescovo in  visita a Milano. Ancora nel 390, nella lettera privata inviata a Teodosio per la strage di Salonicco (che analizzeremo nella prossima lezione), Ambrogio adduce come motivo ufficiale della sua assenza da Milano una malattia fisica, per altro “realmente grave”.

Il vescovo, lavoratore instancabile, che dettava anche di notte lettere e prediche ai suoi segretari e stenografi, non si risparmiò mai nonostante questa terribile infermità.

 

I fratelli Marcellina e Satiro

Marcellina era la sorella maggiore, nata intorno al 335 probabilmente a Roma, luogo d’origine della famiglia materna.

Alla vigilia di Natale del 353 (o all’Epifania del 354) Marcellina prese il velo dalle mani di papa Liberio. La preparazione a questo evento e la cerimonia colpì il tredicenne Ambrogio, che durante la sua vita episcopale dedicò molti studi e prediche alla verginità e alla consacrazione femminile di vergini e vedove. Come d’uso a quei tempi, Marcellina continuò a vivere a casa sua, affiancata da un’amica con la quale condivideva la preghiera, ricevendo molte visite di personalità religiose. Il biografo Paolino racconta che da ragazzino Ambrogio voleva farsi baciare la mano destra, come vedeva fare ai vescovi che venivano a far visita alla famiglia, perché da grande voleva diventare vescovo. L’aneddoto ci serve anche per farci conoscere le alte frequentazioni cristiane  della famiglia di Ambrogio molto prima che l’ultimogenito accedesse agli onori ecclesiastici.

Marcellina trascorse la maggior parte della sua vita a Roma, trasferendosi solo negli ultimi anni dell’episcopato di Ambrogio a Milano. In una lettera a Siagrio di Verona scritta verso il 395-6 Marcellina appare accanto al fratello quale sua consigliera nella delicata questione concernente Iudicia, una vergine veronese accusata d’infanticidio (Ep. 56). Gli atti dei santi registrano la morte di Marcellina al 17 luglio 397 o 398.

Ambrogio nutrì un grandissimo amore anche verso il fratello, del quale ci ha lasciato un intrigante ritratto nella prima versione De excessu fratris. Innanzi tutto colpisce l’identificazione tra i due fratelli, quasi fossero gemelli (ipotesi avvalorata dall’analisi dello scheletro di Satiro, di costituzione esile, alto 1,62 cm e con un infossamento maggiore sotto l’osso zigomatico sinistro, difetto identico a quello riscontrato in Ambrogio):

“Non so per quale atteggiamento dell’animo, per quale somiglianza fisica sembravamo essere uno nell’altro. Chi ti vedeva e non credeva di aver visto me? La nostra condizione di vita non fu mai troppo diversa, buona salute e malattia ci furono sempre comuni, così che quando l’uno era ammalato, cadeva ammalato anche l’altro, e quando uno guariva, anche l’altro si alzava dal letto.”

Per proprietà transitiva, dobbiamo allora dedurre che anche Ambrogio si comportasse nei confronti del sesso femminile come Satiro? “Amò a tal punto la castità, che non prese nemmeno moglie... Con la faccia soffusa di una verecondia verginale, se per caso incontrava sulla sua strada una parente, si chinava quasi a toccare il suolo e di rado sollevava la faccia, alzava gli occhi, rispondeva a ciò che gli veniva detto. E questo faceva per un delicato pudore dell’animo, con il quale si accordava la castità del corpo”.

Anche per quanto riguarda la severità di costumi l’identificazione doveva essere pressoché totale: “Perché parlare della sua parsimonia e, starei per dire, della sua castità nel possedere? Non volle però essere defraudato del suo, perché chiamava giustamente “avvoltoi del denaro” coloro che bramano i beni altrui. Non amò mai banchetti troppo raffinati o troppo abbondanti. Certamente non era povero di mezzi, ma tuttavia povero di spirito.”

La vicinanza dell’inseparabile Satiro dovette essere di grande conforto per il neo-eletto vescovo, quanto il vuoto per la sua perdita incolmabile, fino a perdere l’equilibrio che l’aveva contraddistinto nelle sue decisioni politiche: “Nel legame di un’unica parentela, tu mi rendevi i servigi di molti parenti, tanto che io rimpiango in te la perdita non di una sola, ma di più persone amate. Mi eri di conforto in casa, onore in pubblico; approvavi le mie decisioni, condividevi le mie inquietudini, allontanavi le mie angustie. Nella costruzione delle chiese spesso ho temuto di non avere la tua approvazione...”.

Venne sepolto accanto alle reliquie di S. Vittore nel sacello di S. Vittore in Ciel d’oro. Ambrogio compose questo epitaffio, copiato all’inizio del IX secolo dal monaco irlandese Dungolo:

“A Uranio Satiro il fratello accordò l’onore supremo, deponendolo alla sinistra del martire. Questa sia ricompensa ai suoi meriti: l’onda del sacro sangue infiltrandosi irrori le vicine spoglie”.

Il culto ufficiale di Satiro e Marcellina, come del resto quello di S. Ambrogio, si attesta in età carolingia a partire dal IX secolo per difendere le prerogative e le peculiarità della Chiesa ambrosiana intesa come milanese.

 

L’elezione

“Io sono stato chiamato all’episcopato dal frastuono delle liti del foro e dal temuto potere della pubblica amministrazione” (La penitenza, II, 8, ca. 390).

...liti del foro... temuto potere... danno un’idea della vita milanese e non solo. Il governatore Ambrogio si adoperò nel 374 per sedare i tumulti scoppiati a Milano per la successione del vescovo ariano Aussenzio; la sua opera fu così apprezzata che proprio lui fu designato “a furor di popolo” quale successore del vescovo. Il suo equilibrio, la sua equidistanza fra le due parti avranno fatto ritenere la sua persona la più idonea - magari in via transitoria - a ricoprire una carica al momento piuttosto problematica, senza scontentare nessuno. Non è escluso che a guidare la scelta popolare sia stato il prefetto dell’Illirico, Africa e Italia Sesto Petronio Probo, che piazzava in posizione strategica un valido alleato.

C’era però un problema: Ambrogio non solo era un laico, ma non era neppure stato battezzato, dal momento che il battesimo lo prendevano coloro che intendevano seguire la carriera religiosa. Poiché nelle comunità cristiane, soprattutto nei centri più importanti, era invalsa la tendenza a scegliere come vescovi persone ricche o influenti (avvocati, funzionari..), la legislazione ecclesiastica, espressa nei canoni dei concili di Nicea (325) e di Serdica (343), sottoscritti dall’imperatore come capo della Chiesa cristiana, vietava l’accesso agli ordini sacri dei funzionari pubblici, con la scusa che potevano aver versato sangue e essere stati ingiusti, ma in realtà per non trasferire il potere acquisito nel pubblico all’interno della gestione della Chiesa. 

Ambrogio non dovette essere molto lusingato della designazione e non stentiamo a credere che volesse sottrarsi a un tale onere: “Cosa non feci per non essere ordinato! Alla fine, poiché ero costretto, chiesi almeno che l’ordinazione fosse ritardata. Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami”. (Lettera fuori coll. 14 ai Vercellesi). Il tema della fuga per indegnità nel caso che l’eletto sia un laico è un topos e lo si ritrova nelle agiografie di Cipriano di Cartagine, di papa Cornelio e di Martino di Tours, ma si può immaginare che Ambrogio si sentisse come una pedina da sacrificare e quindi fosse un po’ recalcitrante.

Per essere escluso dall’incarico Ambrogio sottopone degli accusati alla tortura, s’incontra con delle prostitute e cita i filosofi platonici, infine scappa due volte, ma non c’è niente da fare, la scelta è stata fatta. Valentiniano I, che risiede a Treviri, dà il suo assenso e il vicario imperiale, che risiede a Milano, pubblica un editto per rintracciare e consegnare Ambrogio: un po’ forte come sostegno imperiale neutro.

I vescovi suffraganei come reagirono all’acclamazione popolare? Provenivano da un ventennio di gestione ariana. Il clero milanese era diviso fra preti niceni, come Filastrio, capo del gruppo niceno milanese, che diverrà vescovo di Brescia o come il diacono Sabino, in relazione con Basilio di Cesarea, presente al concilio di Roma del 370 e poi vescovo di Piacenza, e quelli consacrati dall’ariano Aussenzio.

Anche sulla data dell’acclamazione popolare a vescovo - a imitazione dell’esercito che acclamava l’imperatore - non ci sono notizie. Sappiamo che Ambrogio fu battezzato domenica 30 novembre (eccezionalmente fuori dal turno della vigilia di Pasqua) e fu consacrato il 7 dicembre 374 da un vescovo anonimo. Secondo la tradizione della Chiesa di Vercelli, si tratterebbe di S. Limenio, vescovo di quella città, ma Ambrogio non lo cita mai, sembra anzi esercitare nei suoi confronti una sorta di censura.   

Come si comportò Ambrogio, almeno inizialmente, nei confronti degli ariani? Teofilo d’Alessandria ci informa intorno al 400 che “Ambrogio accolse quanti avevano ricevuto l’ordinazione da Aussenzio, suo predecessore”, ovvero si fece una sorta di sanatoria in attesa di meglio ordinare l’organico. Nei suoi discorsi il neo vescovo si astenne da polemiche antiariane per mantenere la precaria unità nella comunità cristiana milanese, almeno fino alla morte del fratello Satiro (gennaio 378); già nel febbraio 378 Ambrogio introduceva accenni antiariani nelle sue prediche.

Appena consacrato offrì alla Chiesa milanese l’oro e l’argento che possedeva, i poderi di sua proprietà in Sicilia e nell’Africa proconsolare, riservandone l’usufrutto alla sorella. Questi beni terrieri costituiranno il patrimonio della Chiesa milanese fino all’occupazione dei Vandali in Nordafrica e degli Arabi in Sicilia.

Il neo-vescovo viene istruito da Simpliciano che, nato intorno al 325, aveva quindi quasi 50 anni quando Ambrogio fu consacrato e ne avrà 72 quando sarà eletto a succedere ad Ambrogio. L’anziano diacono è autore di una Lettera con testi da sviluppare che usa per l’educazione il metodo maieutico.

Dal dicembre 374 al febbraio 378 la vita di Ambrogio vescovo dovette procedere con fatica, se si tiene conto che il suo potente sostenitore, Probo, era stato licenziato da Graziano alla fine del 375, perdendo ogni incarico politico. A macchinare contro di lui ci si era messo il temibile Leone, magister officiorum dal 370, un illirico che si era prefisso lo scopo ambizioso di ottenere il posto di Probo, senza riuscirci. A confortare Ambrogio erano rimasti Satiro e Simpliciano, poi, con la morte del fratello, l’equilibrio si ruppe ed iniziarono i guai, che si chiamavano Giustina...

 

Compagine socio-religiosa dei milanesi

Quando Ambrogio fu proposto come vescovo a Milano (120.000 abitanti) erano presenti tre fazioni rilevanti: i conservatori, gli ariani e i cattolici. Al partito dei conservatori aderiva la maggioranza della popolazione fedele alle tradizioni pagane romane; non compaiono negli scritti se non per essere irrisi (i costumi effemminati di certi adepti, la loro reazione ai riti cattolici, ecc.). Gli ariani, sostenuti dall’esercito per lo più barbarico e dalla corte, erano il gruppo per consistenza più vicino a quello cattolico e in certi periodi, come durante il ventennale episcopato di Aussenzio da cui usciva la città, senz’altro predominante. Gli ariani contestavano il primato pietrino, il culto delle reliquie e le gerarchie ecclesiastiche, auspicando una chiesa di popolo con un governo affidato ai vescovi. Venivano quindi i cattolici, che all’elezione di Ambrogio erano all’opposizione.

Sulla sociologia della comunità cristiana i pareri erano discordi anche fra gli osservatori contemporanei. Secondo Celso i cristiani erano reclutati soprattutto fra gli strati inferiori della popolazione, cioè fra schiavi e nullatenenti. Secondo altri appartenevano al ceto medio, per cui il cristianesimo era un movimento sociale urbano che aveva nella borghesia cittadina la sua base sociale. In realtà il sodalizio cristiano era molto selettivo ed escludeva i tenutari di postriboli, gli scultori (per via degli idoli), gli attori, i maestri, gli atleti e gli aurighi, i soldati, i magistrati, i maghi, gli astrologi e i falsari. Tutti loro potevano diventare catecumeni purché rinunciassero al lavoro. I soldati cristiani potevano fare obiezione di coscienza e farsi assegnare al servizio pubblico, come i vigiles, i beneficiarii (truppe che aiutavano il governatore ad amministrare il territorio), i protectores e i domestici; vi erano centurioni passati alla sorveglianza dell’imperatore, dei prigionieri, dei trasporti pubblici e della posta, alla supervisione dei rifornimenti e anche a compiti di segreteria militare e civile.

Al momento dell’elezione di Ambrogio sembra che il gruppo cattolico contasse soprattutto i ceti insoddisfatti del governo: i mercatores che dovevano pagare un forte gettito fiscale a favore dell’apparato statale e gli apparitores, cioè i subalterni addetti ai magistrati (littori, araldi, scrivani, ecc.), che diedero come “martiri” locali i cosiddetti SS. Innocenti.

 

Giustina guida la riscossa ariana

Alla fine del 378 la corte di Sirmio, dove risiedeva l’imperatrice-madre Giustina col figlioletto Valentiniano II, si sposta per motivi di sicurezza a Milano e per Ambrogio comincia un periodo di rapporti difficili con la corte prevalentemente ariana, controllata dal violento e corrotto Calligonus, praepositus sacri cubiculi.

Il vescovo si era già scontrato con Giustina a Sirmio, in occasione della consacrazione del vescovo nel 376, riuscendo ad imporre un prelato di sua scelta nonostante l’imperatrice fosse scesa apertamente in campo contro di lui.  Possiamo immaginare come si sentisse il vescovo alla notizia che la terribile imperatrice era arrivata a Milano...  Di origine siciliana, figlia di un governatore del Piceno, Giustina era una donna bella ed ambiziosa. Aveva sposato in prime nozze l’usurpatore Magnenzio e quindi Valentiniano I, che per lei aveva ripudiato nel 364 la prima moglie, Marina Severa.

Paolino così narra la scontro tra i due: “Giustina, trasferita la corte a Milano nel 378, sobillava il popolo con l’offerta di doni e di onori. Gli animi dei deboli erano accalappiati da tali promesse: assegnava infatti tribunati e diverse dignità a coloro che avessero rapito il vescovo dalla chiesa e condotto in esilio”.

In effetti Giustina richiese per il culto ariano l’assegnazione di una basilica e, di fronte al netto rifiuto del vescovo, la fece occupare. Graziano dovette intervenire ordinando ufficialmente il sequestro della basilica per garantirne l’officiatura da parte ariana. L’imperatrice-madre tentò di sostituire Ambrogio con Giuliano Valente, vescovo cattolico ma con aperture verso l’arianesimo. Negli atti del concilio di Aquileia del 381 Ambrogio lo accusa di indossare collana e braccialetti come i Goti, cosa doppiamente empia, e di turbare la chiesa milanese provocando tumulti sia davanti alla sinagoga, sia nelle case degli ariani. Questa associazione tra ebrei ed ariani, tipica nei cristiani dell’epoca, favorirà la visione antigiudaica che il medioevo avrà della missione ambrosiana.

La durezza dello scontro dovette non poco sconcertare il giovane imperatore, che chiese ad Ambrogio un fidei libellus e il vescovo compose per lui il De fide, un’amplissima confutazione dell’arianesimo, che vedremo meglio nella terza lezione. A sostenere Ambrogio nella sua missione antiariana fu il giovane imperatore Graziano, che dal marzo 381 operò in materia religiosa in pieno accordo col vescovo. Giustina, stizzita, si spostò ad Aquileia e allora Ambrogio andò a portare guerra anche in quella città, facendo indire con lettere di Graziano un sinodo provinciale che inquisisse gli ariani. Come si direbbe oggi, era un processo chiaramente politico e anche la lettura degli asettici atti processuali ci fa piombare in un clima cupo che prelude ai processi dell’inquisizione. Da parte sua Giustina continuava a intralciare il vescovo a Milano grazie a Macedonio, il magister officiorum che controllava diversi uffici del palazzo imperiale, dalla segreteria alla scuola di agentes in rebus, che si opponeva all’ingerenza di Ambrogio nelle questioni civili.

L’accanimento di Ambrogio contro gli ariani può considerarsi come un tentativo di tutela dell’ordine pubblico, retaggio del suo ruolo di governatore. Voleva probabilmente evitare che la città si dividesse in fazioni e che, come aveva denunciato quasi due secoli prima Tertulliano, “rancori e passioni di parte gettino facilmente il disordine nei comizi, nelle assemblee, nelle curie, nelle adunanze popolari e persino negli spettacoli”. L’imperatore Graziano dovette recepire queste preoccupazioni di Ambrogio e assecondarlo. Graziano viene descritto come un giovane istruito, allievo di Ausonio, garbato, di una austerità e parsimonia persino eccessive (ma non per Ambrogio), educato alla guerra dal padre sin dalla più tenera età. Egli stesso si definiva “infirmus et fragilis”.

 

La prima vittoria contro gli ariani: il concilio di Aquileia

Il 3 novembre 381 si ebbe il primo grande intervento dottrinale di Ambrogio. Il concilio preparato da Ambrogio con l’approvazione di Graziano voleva colpire due vescovi della Chiesa illirica, Palladio di Ratiaria e  Secondiniano di Singidunum, entrambi filo-ariani. Ambrogio fece sì che la convocazione non pervenisse ai vescovi orientali e procedette con piglio inquisitorio nei loro confronti per farli espellere dalla Chiesa. Siccome Teodosio aveva appena convocato un concilio a Costantinopoli nel maggio di quel anno, si capisce che la diocesi dell’Illirico era ancora sotto la tutela dell’augusto d’occidente e quindi del vescovo che risiedeva dov’era la sede imperiale, nel nostro caso il vescovo di Milano.

Ambrogio pretendeva che i due vescovi firmassero una condanna nei confronti del prete alessandrino Ario, che per altro era stato riammesso alla comunione di fede nicena in un precedente concilio orientale. Non sussistono dubbi sul fatto che Ambrogio in questa occasione si comportò con un’intolleranza più consona a un inquisitore che a un pastore d’anime. Palladio lo accusò di arroganza impudente, sfrenata ed esageratamente empia: “Tu non hai considerato...che gli uomini religiosi non possono essere giudicati da un malvagio, i difensori della verità da un bestemmiatore, i confessori della fede da un rinnegato, gli amici della pace da un sedizioso, gli uomini tranquilli da un rivoltoso, gli innocenti da un malfattore, i fedeli da un catecumeno ...; coloro che intentano un processo in modo ossequiente alla legge e che sostengono una giusta causa non possono essere giudicati dall’avversario che è allo stesso tempo malamente implicato nel processo: poiché tutti sanno con certezza solare che un processo fra interessi contraddittori richiede il giudizio non della parte avversa ma di un magistrato che faccia da arbitro”.

Palladio chiese allora che le due parti contendenti s’impegnassero a presentare al senato romano dei trattati con le proprie argomentazioni fondate sulle Scritture e che tali trattati per ordine imperiale fossero fatti conoscere in città attraverso pubblica lettura e venissero pure inviati alle Chiese dell’ecumene, così tutti, cristiani, pagani, giudei, sarebbero potuti intervenire nella discussione. Qui c’è tutta la visione diversa tra ariani, più legati alla tradizione dello stato e quindi favoriti da molti imperatori, e cattolici, che miravano invece a crearsi un’indipendenza dai poteri secolari. Ambrogio infatti affermava a questo proposito: “I vescovi devono giudicare i laici, non i laici i vescovi”.

 

Il trionfo cattolico con Graziano

Nel 382 Ambrogio sembra comunque segnare parecchi punti a suo vantaggio grazie alle disposizioni in materia religiosa di Graziano. Viene abolita la nomina per il mantenimento delle Vestali; sono confiscati i beni a tutti i collegi sacerdotali pagani e viene rimosso l’altare della Vittoria nel senato romano, sul quale giuravano fedeltà i senatori. Graziano dispone inoltre che i sussidi tolti ai sacerdoti e alle vestali vadano a favore dei baiuli (facchini), vespilliones (becchini) e tabellari (postini). La legge era in un certo senso ingiusta, perché per la loro nomina i sacerdoti municipali erano obbligati a versare alla cassa civica, l’arca, le summae honorariae, una tariffa proporzionale al livello della funzione rivestita. In cambio i sacerdoti erano autorizzati a raccogliere fondi dai fedeli. Il cristianesimo aveva apportato una rivoluzione, perché i seniores (presidenti della comunità cristiana) non pagavano le summae, ma erano eletti dall’assemblea dei fratelli. Graziano sopprime il titolo di pontefice massimo agli imperatori, staccando la suprema gerarchia religiosa dal potere temporale.

GrazianoDa parte sua Ambrogio vieta i refrigeria, i banchetti che si celebravano sulla tomba nell’anniversario della nascita di un defunto. Questi attacchi alla tradizione religioso-politico romana, nonché la lontananza dalle bellicose frontiere del nord contribuirono a decretare la prematura fine di Graziano: il 25 agosto 383 moriva assassinato a ventiquattro anni, nel corso di un banchetto a Lione offertogli dall’usurpatore Massimo dopo che l’aveva catturato. Giustina è terrorizzata per la sorte del figlio, più che per quella dell’impero; il dodicenne Valentiniano II vive nel timore che Massimo elimini anche lui, come asserisce il testimone Rufino d’Aquileia, per cui per un certo periodo Ambrogio può atteggiarsi persino a protettore dell’imperatrice.

Magno Massimo è invece legato a Teodosio, ispanico come lui, amico da antichissima data. Teodosio lo riconosce subito come augusto, tanto più che Massimo è un fervente cattolico.

 

Il vescovo ariano Aussenzio II

Quando il panico si acquieta, verso la fine del 384, Giustina torna all’attacco e fa venire a Milano Aussenzio, vescovo goto e ariano di Durostorum (Silistra al delta del Danubio), deposto da Teodosio. Giustina tenta di organizzare una chiesa ariana da contrapporre a quella cattolica, aprendo le ostilità con Ambrogio e provocando così l’isolamento del figlio sia nei confronti di Teodosio sia di Massimo.

Di Aussenzio II Ambrogio fornisce il seguente ritratto: “Fuori è una pecora, dentro è un lupo che non ha limiti alle sue rapine e si aggira correndo di notte, la bava insanguinata, cercando chi divorare. Non è mai sazio per l’indigestione di sangue umano... ulula e coi suoi discorsi sacrileghi stride con suono di una voce belluina...”. Comunque sia, per almeno tre anni Aussenzio è il vescovo ariano di Milano in contrapposizione ad Ambrogio. Valentiniano II stabilisce alla fine del 384 che vengano restituiti i beni sottratti ai templi pagani, ma Ambrogio riesce a fermare la pubblicazione dell’editto.

Nella primavera 385, in preparazione della Pasqua, gli uffici di corte chiedono ad Ambrogio di mettere a disposizione la basilica ecclesìa per la celebrazione delle feste, ossia la maior. Il vescovo si reca subito a corte (Ep. 75A, 23): “Quando il popolo seppe che mi ero recato a palazzo, vi fece irruzione con tale impeto che non furono in grado di tener testa alla sua violenza; il conte militare uscì con le truppe leggere per mettere in fuga la folla e io fui pregato di placare il popolo promettendo che nessuno avrebbe invaso la basilica ecclesìa”.

Il risentimento di Giustina è enorme: “L’imperatore non deve ricevere una basilica in cui recarsi e Ambrogio vuole essere più potente dell’imperatore?”. Valentiniano assegna allora d’ufficio agli ariani la basilica Portiana extra muros (la cui identificazione è rimasta un enigma irrisolto in tutti questi secoli), ma i cattolici la occupano. Le truppe imperiali circondano allora sia la Portiana, sia la basilica ecclesìa e la vetus, ma di fronte alla resistenza inflessibile di Ambrogio, onde evitare spargimenti di sangue, le truppe si ritirano. Giustina si sposta allora da luglio a dicembre 385 ad Aquileia per preparare il contrattacco.

 

L’occupazione delle basiliche

Il 23 gennaio 386 Valentiniano II emana da Milano una costituzione rivolta al prefetto pretorio Eusiginio che condanna l’integralismo di Ambrogio e in cui si concede diritto di culto pubblico agli ariani, pena di morte a chi si opponeva. Contro Ambrogio lo stesso imperatore lancia l’accusa di comportarsi come un tyrannus, ossia un sovversivo che, con attenta regia, sa mobilitare il popolo per rovesciare il trono. Ambrogio viene invitato a lasciare Milano e a trovarsi una sede di sua scelta. Rufino nella sua Storia della Chiesa ha immortalato Benevolo, uno dei funzionari imperiali incaricati di redigere il decreto, che fece obiezione di coscienza “gettando la cintura dinanzi ai piedi di coloro che gli comandavano empie azioni”.    

La reazione di Giustina, per mano del figlio, non tarda a farsi sentire: Ambrogio deve presentarsi con giudici di sua scelta davanti al consistoro per sostenere un contraddittorio con Aussenzio. Ambrogio rifiuta e invita provocatoriamente il giovane imperatore a trasferirlo pure d’ufficio se non teme la guerra civile. L’esistenza del vescovo si fa durissima, seguito a vista dalla polizia imperiale.

Per la Pasqua la corte chiede la basilica ecclesìa, ma i fedeli cattolici occupano già dalle Palme le tre basiliche, nova, vetus e Portiana. Per tenere svegli ed emotivamente eccitati i fedeli, Ambrogio introduce a Milano i  salmi antifonati e compone lui stesso degli inni, che rimarranno nella tradizione liturgica ambrosiana. L’occupazione comincia venerdì 27 marzo; il 29, domenica delle Palme, nella Portiana il vescovo pronuncia il sermone contro il rivale Aussenzio, nel quale si trova la celebre sentenza “Imperator enim intra Ecclesiam, non supra Ecclesiam est”; l’occupazione si protrae fino a giovedì 2 aprile, poi Giustina demorde e decide di andare a festeggiare la Pasqua nella più tollerante Aquileia.

A giugno è la volta di Ambrogio a sferrare un colpo basso: in maggio aveva consacrato la basilica degli Apostoli; il mese dopo, dovendo consacrare anche la basilica ambrosiana, deve accontentare i fedeli trovando delle reliquie idonee. Il 17 giugno 386 inviene presso la basilica dei SS. Nabore e Felice i corpi di due decapitati anonimi, che chiameranno Gervasio e Protasio, e li farà seppellire accanto alla tomba che aveva predisposto per sé sotto l’altare maggiore. La provocazione verso gli ariani era scoperta, perché l’arianesimo negava il culto dei martiri o dei santi o più in generale delle reliquie. In occasione delle “invenzioni” si alzavano le grida degli invasati dai demoni, che in questo modo attestavano l’autenticità dei corpi dei martiri. Dopo la “confessione” demoniaca, gli invasati erano liberati dagli spiriti immondi. Gli ariani si facevano beffe di tutto questo trambusto: “Nella corte una moltitudine di ariani, che attorniavano Giustina, derideva la grazia divina che il signore Gesù mediante le reliquie dei suoi martiri s’era degnato di conferire alla Chiesa cattolica, e andava raccontando che Ambrogio s’era procacciato con denaro alcuni uomini che fingessero d’essere vessati da spiriti immondi e tormentati da Ambrogio stesso e dai martiri. E così parlavano gli Ariani con linguaggio di giudei, certo loro consimili” (Paolino, 15, 1-2). Il modello dell’invenzione è quello usato dall’imperatrice Elena, madre di Costantino, nel ritrovare sul Golgota la S. Croce, avvenimento celebrato da Ambrogio nell’orazione funebre per Teodosio.

Giustina è esasperata: nel novembre 386 si trasferisce temporaneamente ad Aquileia e intanto studia le modalità per il passaggio definitivo della capitale da Milano a Roma. Il vuoto di Milano provoca la fatale discesa di Massimo, stanco anche lui della scomoda sede di Treviri. Giustina coi figli fugge a Salonicco nell’estate del 387, richiedendo l’intervento armato di Teodosio. Il prezzo preteso da Teodosio è alto: prima di tutto Giustina e i regali rampolli devono abbracciare il cattolicesimo, poi, quale garanzia, gli deve essere concessa Galla, appena pubere. Giustina sarebbe passata attraverso le fiamme del fuoco eterno pur di conservare l’impero al figlio e accetta senza troppe riflessioni tutte le condizioni. Ricevuta una flotta per tornare in Italia, s’imbarca sulla nave col figlio pronta a dar battaglia, ma non rivedrà più le coste italiane perché una provvidenziale morte le impedì di assistere anche alla rovina dell’amato Valentiniano II.

Le accuse contro Giustina continueranno anche dopo la sua morte. Paolino ci informa infatti che un tale Innocenzo, sottoposto a tortura dal giudice in un processo di stregoneria, confessò che i maggiori tormenti gli venivano inflitti dall’angelo custode di Ambrogio, perché ai tempi di Giustina era salito di notte sul tetto della chiesa per aizzare gli odi della gente contro il vescovo e ivi aveva compiuto sacrifizi. Aveva anche mandato demoni a ucciderlo, ma non erano neppure riusciti ad avvicinarsi a lui, perché una barriera di fuoco difendeva la casa; un altro era arrivato armato fino alla camera, ma il braccio si era paralizzato finché non aveva confessato che il mandante era stata Giustina (Paolino, 20).

 

L’apogeo della Chiesa milanese. Intromissione nelle Chiese d’Oriente

Teodosio Teodosio scese in campo contro l’ex amico Massimo, sconfiggendolo. La prossima mossa fu di relegare Valentiniano II a Treviri e di insediare sul trono milanese il figlio Onorio, di cinque anni. Era una mossa diplomatica per tenere il controllo di tutto l’impero. Gli storici ci descrivono Teodosio, nato l’11 gennaio 347 presso Segovia, come timido, collerico, malaticcio e sedentario.

A partire da questo momento Milano diventa la vera capitale della cristianità occidentale fino all’inizio del V secolo. Ambrogio seppe sfruttare in maniera persino eccessiva e a volte decisamente inopportuna questa nuova possibilità, intervenendo più volte per dire la sua circa l’elezione dei vescovi orientali. Sozomeno racconta un episodio curioso occorso a Geronzio, un diacono di Ambrogio divenuto vescovo di Nicomedia. “Costui... aveva detto a certuni di aver preso di notte un’onoscelide, di averle rasato il capo e di averla gettata tra le macine di un mulino”. Un’onoscelide era un essere mostruoso nato dall’unione di un uomo e di un’asina, dal corpo femminile con gli arti inferiori asinini, mentre l’onocentauro era la versione maschile. “Ambrogio, giudicando indegni di un diacono quei discorsi, gli ingiunse di rimanere un certo tempo in solitudine e di espiare il suo peccato. Egli, però, poiché era medico eccellente ed era pure accorto nel parlare e nel convincere, quasi intendesse beffarsi di Ambrogio si recò a Costantinopoli. In poco tempo si fece amici alcuni fra i personaggi potenti del palazzo e non molto tempo dopo ottenne l’ufficio episcopale nella sede di Nicomedia (...) Come Ambrogio lo venne a sapere, scrisse a Nettario di Costantinopoli di togliere a Geronzio l’ufficio episcopale, ma i fedeli di Nicomedia si opposero in massa con tutte le loro forze enumerando i servizi di Geronzio: i copiosi vantaggi derivanti dalla scienza medica e la solerzia verso tutti, ricchi e poveri. E similmente a quanto accade in occasione di terremoti o di siccità, girando per le strade e percorrendo la loro città e la stessa Costantinopoli, cantavano salmi e supplicavano Dio di averlo ancora come vescovo.

 

Lo scontro con Teodosio: la sinagoga di Callinicum

Non meno incisivo fu il suo intervento a favore delle comunità cristiane d’oriente che avevano problemi con altre comunità religiose, che fossero ebrei o gnostici, al punto di pretendere pubblicamente che l’imperatore prendesse provvedimenti ad esclusivo vantaggio dei cristiani. Questi ultimi, infatti, forti dell’appoggio loro garantito da un imperatore cattolicissimo, si erano scatenati incendiando luoghi di culto delle altre confessioni, come nel caso della sinagoga di Callinicum, un presidio nel nord della Mesopotamia (attuale Raqqa).  L’imperatore aveva deliberato che i cristiani risarcissero i danni agli ebrei, ricostruendo a proprie spese gli edifici distrutti, ma ecco che insorse Ambrogio: che male avevano fatto coloro che lottavano per eliminare le deviazioni nella fede e per imporre quella giusta? Scrive il vescovo all’imperatore: “Il luogo che ospita l’incredulità giudaica sarà ricostruito con le spoglie della Chiesa? Il patrimonio acquistato dai cristiani con la protezione di Cristo sarà trasmesso ai templi degli increduli?... Questa iscrizione porranno i giudei sul frontone della loro sinagoga: - Tempio dell’empietà ricostruito col bottino dei cristiani -... Il popolo giudeo introdurrà questa solennità fra i suoi giorni festivi...”. L’imperatore però rimase fermo sulla sua posizione, forse caricando le spese della ricostruzione sul bilancio cittadino, ma vigilando che gli ebrei avessero la loro nuova sinagoga.

Ambrogio non incassò la sconfitta e attese il momento in cui poteva avere l’imperatore sotto la sua influenza per fargliela pagare. L’occasione si presentò durante una funzione liturgica verso la fine del 388, dove Ambrogio utilizzò tutti gli strumenti della predicazione, dall’omelia al commento alla pericope evangelica, per far recedere l’imperatore dal suo provvedimento. E’ Ambrogio stesso che racconta il dialogo che ne scaturì con Teodosio alla sorella Marcellina:

Teodosio: “Hai parlato chiaramente di me”

Ambrogio: “Ho trattato un argomento che riguardasse la tua utilità”

Teodosio: “In realtà la mia decisione di far restaurare la sinagoga dal vescovo era piuttosto severa, ma è già stata modificata”

Ma Ambrogio insiste perché venga annullata ogni inchiesta e i cristiani siano lasciati in pace. L’imperatore, pur di farla finita con quest’inchiesta pubblica imprevista, promette anche questo, ma Ambrogio incalza: “Mi fido della tua parola” e solo quando Teodosio ebbe finalmente risposto “Fidati!”, ritorna sull’altare e riprende la funzione.

Questa era apparentemente la seconda vittoria su Teodosio dopo che era riuscito a scacciarlo dal presbiterio e a farlo sedere al primo posto nell’assemblea dei fedeli. Lo scopo di Ambrogio era quello di affermare l’indipendenza della Chiesa dallo Stato e, spingendosi un po’ oltre, di avvalorare addirittura la tesi della superiorità della Chiesa sullo Stato in quanto emanazione di una legge superiore alla quale tutti dobbiamo inchinarci.

 

La strage di Salonicco

Nell’agosto del 390 un fantino dei giochi circensi di Salonicco fu imprigionato per comportamento immorale. Una legge di Graziano dell’8 maggio 381 (Cod. Theod. XV 7,7) faceva divieto al prefetto dell’urbe di punire gli agitatores, ossia gli aurighi che conducevano i cavalli forniti dall’imperatore o dai magistrati, per evitare disordini pubblici. Infatti, per liberare il suo idolo la folla inferocita prese a sassate Bauterico, capo del servizio d’ordine cittadino e, dopo averlo ucciso, ne trascinò il cadavere per le vie della città. Teodosio fu molto impressionato da tale sommossa e dall’ostilità che si era evidenziata contro le truppe barbariche a guardia della città e accondiscese a dare una dimostrazione di potere agli abitanti. La rappresaglia gli sfuggì però di mano, perché le truppe pensarono di saldare il conto accumulato in anni di intolleranza dei greci nei loro confronti e fecero una vera strage, che neppure l’imperatore sgomento fu più in grado di fermare.

L’evento colpì molto l’opinione pubblica per la sproporzione della punizione e per l’assenso del pio imperatore nel compierla. Rufino d’Aquileia ambienta la strage nel circo, dove gli spettatori sarebbero rimasti bloccati e trucidati dalle truppe. Teodoreto fornisce la cifra dei morti: circa settemila, saliti già a quindicimila con Giovanni Malala.

Come ben conosciamo da episodi a noi più vicini nel tempo, è difficile raccapezzassi nelle stragi di stato, ma la storia del circo è poco credibile; come scrive nell’omelia funebre Ambrogio, Teodosio aveva compiuto quella scelta “quasi a sua insaputa, ingannato da altri”, probabilmente fidandosi del suo stato maggiore che gli aveva proposto una rappresaglia su un numero limitato di persone, ma poi aveva perso il controllo.

Ambrogio, che dopo l’umiliazione gratuita imposta in chiesa a Teodosio per i fatti di Callinicum, era caduto in disgrazia agli occhi dell’imperatore, ritenne prudente non incontrarlo di persona e lasciargli una letterina diplomatica ed affettuosa con cui lo esortava a una penitenza per poter essere riammesso nella comunione coi fedeli. La lettera rimase sconosciuta ai biografi e agli storici della Chiesa e fu divulgata nell’860 da Icmaro di Reims.

Camillo Procaccini, Ambrogio scaccia Teodosio dalla basilica maior, Milano, Basilica di S. AmbrogioTeodosio si sottopose (probabilmente senza fatica) alla penitenza pubblica, depose le insegne regali e “pianse pubblicamente nella Chiesa il suo peccato... e con lamenti e lacrime invocò il perdono”, ci informa Ambrogio, mentre Agostino ricorda: “Fece penitenza con tale impegno che il popolo in preghiera per lui ebbe più dolore nel vedere umiliata la maestà dell’imperatore che timore nel saperla sdegnata per la loro colpa” (La città di Dio).

Teodoreto di Ciro, vescovo e storico bizantino del V secolo, strumentalizzò questo episodio ad esclusivo vantaggio di Ambrogio, trasformando Teodosio in un umile servitore di Dio: “Quando l’imperatore venne a Milano e come di consueto volle entrare nel tempio sacro, (Ambrogio) fattoglisi incontro dinanzi all’ingresso non gli permise di accedere all’atrio del tempio... 
"Vattene da qui e non voler aggiungere nuova iniquità a quella che hai commesso, ma accetta le catene della penitenza”. 
Teodosio accetta una durissima penitenza: “E con le mani si strappava i capelli e si percuoteva il volto, e con le lacrime che versava inzuppava la terra, supplicando di ottenere il perdono”. Il vescovo bizantino scriveva mezzo secolo dopo questi eventi e doveva difendersi da Teodosio II, per cui non fece che proiettare i suoi desideri di rivalsa su personaggi del passato coi quali s’identificava. Ma tanto bastò perché questa versione avesse la meglio in certi periodi, nei quali l’autorità vescovile faticava a mantenersi indipendente da quella imperiale.

L’imperatore penitente per imposizione di un vescovo fece scalpore in tutto l’ecumene romano: era la prima volta che l’imperatore, da capo religioso qual era sempre stato, da rappresentante di Cristo in terra, era sceso al livello di un semplice fedele, pronto ad umiliarsi per ricevere il perdono.

Ultima modifica: lunedì 29 luglio 2002

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Scritti ambrosiani
Ambrogio, il personaggio leggendario
Bibliografia