sei in La città >> Porta Romana >> la romanizzazione

 

 Il Sestiere di Porta Romana

La romanizzazione

di Maria Grazia Tolfo

Il gladiatore Urbicus

 

A parte la necessità di non disperdere un patrimonio di leggende così importante, è bene rammentare a questo punto che gli Insubri non arrivarono in una terra deserta, come afferma lo stesso racconto liviano.

I miserrimi reperti archeologici risalenti addirittura al XVII sec. a.C. ci segnalano il passaggio di persone distratte che in piazza Missori hanno dimenticato le loro selci, di un altro visitatore che si è separato dall’ascia di bronzo in piazza S. Stefano, presumibilmente per motivi più drammatici, dato il costo dell’attrezzo. Ricordiamo che si tratta di aree prossime al laghetto, dove nei mesi più afosi si poteva prendere un bagno. Più intriganti i reperti del XVI-XV sec. a.C. alla Cascina Ranza fuori Porta Ticinese (via Filippo da Liscate): era un ripostiglio di armi costituito da due spade, due asce e una lancia, importate dalla Svizzera. Siccome non si tratta di un corredo funerario, dobbiamo pensare che si trattasse di un arsenale segreto da utilizzare durante le spedizioni. Vista la provenienza elvetica, perché non pensare a due spie in territorio ligure?

Scherzi a parte, questi reperti non dimostrano che vi fossero nuclei abitati stabili o organizzati in qualche modo, neppure quando dal VI secolo si istituì il medhelan. Solo col passare del tempo e non prima della fine del V secolo a. C. gli insediamenti si organizzarono progressivamente fino ad assumere la configurazione di una città, per gli Insubri il loro capoluogo amministrativo.

Allo stesso modo, quando si parla di romanizzazione s’intende un lento processo che dalla fine del III sec. vide una presenza marginale di commercianti, per passare al dominio culturale del II secolo a.C. e finire con la sottomissione politica della città nel I sec. a.C., conclusa con l’oscuramento della cultura celtica nel I sec. d.C.

Un isolato gallo-romano e il pomerio

Il primo passo per sancire l’ingresso di una città nel mondo religioso romano era quello di darle un perimetro simbolico, il pomerio.
Per stabilire dove passasse l’irrinunciabile pomerio della città gallo-romana, operazione quasi impossibile a Porta Comasina, disponiamo qui di un indizio interessante. Le indagini svolte dalla Soprintendenza Archeologica della Lombardia negli anni 1982-1990 durante gli scavi in piazza Missori per la stazione della M3 hanno fornito nuovi dati per la Forma Urbis Mediolani.

Il basolato romano esposto nel mezzanino della MM3 Missori

La fognatura romana esposta nel mezzanino della MM3 MissoriLa fognatura romana esposta nel mezzanino della MM3 Missori

La fognatura romana esposta nel mezzanino della MM3 Missori (tavola esplicativa)La fognatura romana esposta nel mezzanino della MM3 Missori (tavola esplicativa)

Tra le novità di maggior rilievo c’era la constatazione che via Unione e non il corso di Porta Romana dettava l’allineamento delle abitazioni dell’attuale piazza. Per la prima volta, grazie alle più sofisticate tecniche di indagine, si è potuto studiare un quartiere gallo-romano. Le case erano costruite prevalentemente in legno, con pareti divisorie interne di graticcio appoggiate sopra travi disposte orizzontalmente, con pavimenti di terra battuta e resti di focolari, non molto diverse dalle antiche case di montagna[1].

In un periodo successivo alla presenza di questi quartieri, ci furono demolizioni per favorire la costruzione della nuova strada verso Laus Pompeia (Lodi) e perciò detta Laudense. Qui le novità furono duplici: 1° la via Laudense era posteriore all’impianto urbanistico gallo-romano, 2° aveva un orientamento diverso dal resto della maglia stradale.

Via Unione e corso di Porta Romana si congiungono infatti, con diversa angolatura, all’altezza di via Zebedia, che si trova nel mezzo di una linea retta che congiunge il Bottonuto alla porzione finale di via Torino, per intenderci quella che va da S. Giorgio al palazzo al Carrobio. Se si osserva la pianta di via Torino, si nota subito che questo tratto di via Torino che va alla Porta Ticinese è anch’essa visibilmente fuori asse rispetto al tratto che proviene da piazza del Duomo.
La Porta del pomerio doveva quindi aprirsi alla congiunzione di via Zebedia e via Unione, lasciando fuori la via Laudense, tracciata in contemporanea.

La zona di Porta Romana in una mappa del 1700

La strada Laudense o Romana

Visto che è un elemento importante per la comprensione dell’evoluzione urbanistica di Milano, occupiamoci della nuova strada per Lodi… e per Roma, ovviamente. Politicamente il tracciato di questa strada sta a indicare il cambio di indirizzo socio-politico milanese: non più la Vigentina interna al paludoso mondo insubrico, ma una strada che porta al Lambro, all’Oriente padano e a Roma. Milano era diventata la Mediolanum dei Romani, intesa come in mezzo alla pianura. Lodi era a guardia del commercio con l’Italia orientale grazie alla sua posizione strategica sul Lambro e sul Sillaro. La conquista dei guadi del Lambro e il diritto di navigazione diventeranno l’assillo milanese, fino alla soluzione finale del 1158 contro la scomoda Lodi.

La strada per Lodi era una glareata di 5,80 m (20 piedi) con ai lati due canali di scolo e le crepidines o marciapiedi. A confermare che la strada è stata concepita contemporaneamente al pomerio e quindi con l’ingresso ufficiale di Milano nel mondo romano, ci fu nel 1954 la scoperta di un edificio del I sec. a.C. di fronte a S. Nazaro[2]. Dagli scavi emerse un pavimento del I sec. a.C. appartenente a un edificio importante, con esedra, ma l’aspetto più sconcertante per gli archeologi che interpretavano i reperti era che i pavimenti non erano orientati secondo il piano stradale di corso di Porta Romana e ne invadevano per metà la carreggiata. Solo recentemente Donatella Caporusso, l’archeologa della Soprintendenza che ha potuto dare sistematicità ai reperti degli scavi della MM3, ha avanzato l’ipotesi che l’edificio fosse una caserma di gladiatori preesistente alla via Laudense.

La caserma dei gladiatori è l’Ergasterium?

Gladiatori

Il nostro cronista medievale Galvano Fiamma ci spiega che nel Brolo c’era un edificio noto come Ergasterium, interpretato come “fabbrica” ma di lavori forzati, cioè un Ergastulum, che poi era un luogo privato dove i padroni rinchiudevano schiavi o condannati per i lavori più faticosi.

Lo descrive con la solita enfasi:
Fuit hedifitium altissimis muris circumspectum, diversis cameris et stabulis distinctum, in quibus erant tauri indomiti, ursi et tygrides. Ubi certis diebus aspitiente niverso populo iuvenes sive tyrones nostre urbis adveniebant et cum bestiis pugnabant, gratia furoris sed non criminis. In isto loco nunc este ecclesia Sancti Nazarii in brolio“[3]

La caserma di gladiatori o ludus[4] si presentava infatti come un carcere. I gladiatori erano una classe sociale senza diritti: schiavi, prigionieri di guerra, criminali condannati. Per evitare fughe, la caserma si trovava vicina al luogo dei combattimenti. Oltre alle camerate per i gladiatori, nella caserma c’era lo spoliarum (obitorio), il sanarium (infermeria), l’armamentarium, il summum choragium per i macchinari, ovvero la rimessa di tutti gli effetti scenici adatti alla caccia.
La caserma fu sfrattata o ridimensionata per la costruzione della via Laudense, mentre l’arena continuò a sussistere nel Brolo anche dopo la costruzione di un nuovo anfiteatro in pietra a Porta Ticinese.

Anfiteatro del Brolo

Lapide del gladiatore UrbicusL’esistenza di un anfiteatro romano nel Brolo venne rilanciata nel XIV secolo da Galvano Fiamma e ripresa dal più serioso Paolo Morigia nel 1592.

Non sappiamo da quali fonti il Fiamma avesse attinto le sue informazioni, ma è davvero incredibile come si sia avvicinato alla descrizione dei riti celtici sopra citati. Ci spiega infatti che, quando scoppiavano delle liti, invece di risolverle in tribunale davanti a un giudice, si scendeva in campo a combattere. Si riferisce ovviamente a un tempo in cui non era in vigore la giurisprudenza romana.

Poi descrive genericamente l’edificio:
amphiteatrum fuit haedifitium rotundum altissimo muro circumspectum, in quo erant due porte. Una versus oriens, altera versus occidens[5], ma nel Flos florum chiarisce che l’edificio si trovava nel Brolo. Quella verso oriente era la porta che dava su S. Barnaba dov’era la necropoli. I gladiatori morti venivano portati via da due inservienti vestiti uno da Ermes, recante un caduceo arroventato da applicare al corpo del morto per saggiarne le reazioni, l’altro da Caronte, con una maschera di rapace, che colpiva con una mazza la testa del morto. Il cadavere usciva trascinato da inservienti sulla sabbia dalla porta Libitania. Questa sorte toccò al gladiatore Urbicus, la cui lapide venne rinvenuta in questa necropoli.

Il ricordo dell’arena celtica viene perpetuato dal Besta, che sostiene con vero spirito “antiquario” che l’edificio descritto dal Fiamma risaliva a un periodo anteriore l’arrivo dei Romani, “quando Milano era senza leggi, senza tribunali di giustizia, senza dottori e senza causidici”[6]

Morigia amplia la narrazione, aggiungendo che nei pressi si trovava l’Ergasto, che lui interpreta come un serraglio dove si tenevano gli animali feroci per le venationes, non allontanandosi troppo dalla realtà, visto che nella caserma dei gladiatori c’erano anche le stalle e le gabbie degli animali da usare per i giochi.

Mausoleo TrivulzioNel Seicento un altro storico locale, il canonico di S. Nazaro Carlo Torre, delizia la fame di “mistero” accennando nel suo Ritratto di Milano (p. 26) a un drago ritrovato sotto il Mausoleo Trivulzio davanti a S. Nazaro:
“Trassi da una istoria manuscritta datami dal Principe Cardinale Teodoro Trivulzi, adoprandomi io construere l’arbore di sua antica famiglia (…) come nell’iscavare i fondamenti di questo Mausoleo, fù trovato il carcame d’un orribile e mostruoso drago; ciò non vi rasembri fuori di credito, poiché questo sito dianzi d’essere ecclesiastico, aitava à formare quel vasto Serraglio chiamato Ergasto, dove solevansi racchiudere ferocissime belve, con le quali veggevansi ogni giorno accozzar ardite persone armigere, mutassi poscia tal serraglio in selva, detto Broglio…”.

Quello che abbiamo ricordato fin qui è un corpo di leggende straordinarie, che fanno intendere quante stratificazioni di verità, narrazioni, fantasie, racconti si siano sedimentate in ogni angolo della nostra antica città. Non è sempre necessario cercare il vero, se non per rinfocolare un po’ le leggende che si spengono. Noi ci spingiamo un po’ oltre e mettiamo altra legna sul fuoco: forse lo scheletro dell’enorme drago apparteneva a un alligatore, visto che i draghi dei dipinti non erano altro che lucertoloni, e forse un alligatore partecipò insieme a ippopotami e bufali alle naumachie, che si potevano svolgere sul laghetto, trasformato per l’occasione in una grande arena…

La centuriazione dell’agro

Contemporanea al tracciato del pomerio e della via Laudense ci fu la centuriazione dell’agro. Si potrebbe rintracciare la centuriazione nelle immediate vicinanze della città nella zona poi nota come “Brera guasta”, estesa tra via Orti, via Lamarmora, via Commenda. Brera in latino medievale risulta da una forma corrotta di “praedia”, poderi, e potrebbe riferirsi agli appezzamenti della centuriazione.

Gli agrimensori romani procedettero alla misurazione di 23 x 23 actus (748 m quadrati), ulteriormente frazionati in lotti di iugeri (200 per ogni centuria). Su questi poderi si aprirono nel corso dei secoli dei viottoli, il cui tracciato si è conservato nella maglia di strade sopra citate, mentre a occidente del corso di Porta Vigentina, per intenderci nella zona del Quadronno, non abbiamo segni di centuriazione.

Tracce di centuriazione nella zona Lamarmora-Orti-Commenda

Necropoli e usi funerari romani

I terreni centuriati attraversati dalla via Laudense dal I secolo a tutto il II vennero usati per sepolture, costituendo una delle maggiori necropoli milanesi, estesa su una superficie di 540 m x 320 m, che includeva anche la porzione verso corso di Porta Vigentina e il Quadronno verso S. Celso.

Le sepolture di questa necropoli sono modeste, per cui si può supporre che quello di Porta Romana fosse un cimitero popolare. Nonostante la grande estensione, abbiamo pochi resti di tombe, perché le lapidi, i cippi e tutto ciò che sporgeva è stato utilizzato nel III secolo per rinforzare fossati e torri, riconsegnando l’area – la Brera guasta – all’uso agricolo.

Vi sono alcune eccezioni che riguardano la monumentalità:

- un grande monumento funebre di età augusteo-tiberiana, i cui frammenti sono riemersi nel 1938 in via delle Ore, dove erano stati utilizzati nel III secolo per rinforzare il fossato difensivo. Si tratta di due monumentali braccioli a forma di zampa d’aquila, appartenenti a un’imponente tomba abbastanza insolita per l’ambiente milanese;
- un edificio a pianta circolare degli inizi del I sec. d.C., di notevole impegno architettonico, al quale appartiene un concio di calcare, scolpito col ratto di Ganimede da parte di Giove, riemerso sempre dagli scavi di via delle Ore;[7]
- un basamento di età augustea, demolito per la costruzione dell’Arco trionfale nell’ultimo quarto del IV secolo.

Sorge comunque spontanea la domanda: ma dei defunti in tutta la città dalla seconda metà del III secolo alla seconda metà del IV che ne è stato? Anche ammessa la contrazione della popolazione per epidemie, invasioni, devastazioni, i pochi rimasti dove venivano sepolti? E’ possibile che bastassero le necropoli fuori Porta Giovia (Parco Sempione) e Porta Vercellina (S. Ambrogio), dove le sepolture sono continuate ininterrotte fino al IV secolo?

L’analisi delle sepolture ci indica molto sul costume della popolazione locale appartenente alla classe medio-bassa. Il rito prevalente è a cremazione. A S. Caterina troviamo un raro esempio di bustum, con la pira sulla fossa, risalente alla seconda metà del I secolo o agli inizi del successivo. Si sono trovati i chiodi della barella e gli oggetti fusi nel rogo; questo era un procedimento riservato ai ricchi.

Via Commenda presenta strati di terra di rogo, era cioè una zona dove venivano accese le pire (ustrina). In questo caso le ceneri venivano raccolte in tre modi:

- in anfore segate, come in alcune tombe di S. Antonino, di via Commenda, via Lamarmora, Quadronno o intere o in olle con coperchio
- in cassette fatte coi tegoloni (modalità che scompare dopo il I secolo)
- direttamente sulla terra, senza raccolta di ceneri, col corredo, come a S. Antonino.

L’atrio d’ingresso dell’abitazione del defunto veniva addobbato con rami di cipresso e di pino tinti di rosso. La salma, adagiata sul letto funebre, rimaneva esposta per tre giorni, durante i quali il fuoco domestico doveva rimanere spento, quindi veniva trasportata in corteo con le fiaccole accese (tradizione rimasta da quando i funerali si potevano svolgere solo di notte) fino all’ustrina. Prima di deporre la barella sul rogo, si chiamava il defunto, gli si aprivano gli occhi e gli si augurava buon viaggio. I suoi oggetti più cari bruciavano con lui sul rogo dopo essere stati frantumati.

Dopo la combustione della salma, si spegneva il rogo con acqua e vino e si raccoglievano le ceneri nelle modalità sopra elencate; nella fossa che era stata acquistata si ponevano gli oggetti della veglia: una lucerna (ma un lume acceso stava anche sopra la tomba, come ai nostri giorni), i balsamari usati nei tre giorni di esposizione e un servizio da tavola composto da bicchiere, tazza, piatto, olle per la conservazione e la cottura dei cibi, come il costoso vaso in pietra ollare ritrovato in S. Antonino.
In alcuni casi si sono trovate anche statuette in terracotta, come l’auriga di via degli Orti del I sec. d.C.
Nella fossa venivano infine messi i resti del banchetto funebre, con l’aggiunta di una zampa integra e non cotta dell’animale, dalla quale sarebbe cresciuto un nuovo e integro animale[8]. Sono state riesumate zampe di palmipede (perché le oche erano anche psicopompe) e denti non combusti di cane e di cavallo[9].

La fossa veniva richiusa lasciando un foro ricoperto da un’anfora senza fondo per le profusiones (libagioni), rito esecrato da S. Ambrogio nel IV secolo e quindi ancora largamente praticato.
La cerimonia si concludeva col rito di purificazione, aspergendo d’acqua i partecipanti con un ramo di alloro dopo averlo fatto passare sul fuoco. La famiglia portava il lutto per nove giorni (novendiale), che si concludevano con un banchetto e coi ludi novendiali, da tenersi nel vicino anfiteatro.

A questo punto il defunto era stato trasformato in Mane dai suoi parenti al cospetto di testimoni, che sorvegliavano la correttezza del rito. Nel caso si fosse verificata qualche negligenza, il defunto poteva trasformarsi in un terribile lemure, col danno di tutta la collettività, finché non avesse ricevuto i dovuti onori[10].

Le imprese di pompe funebri (libitinarii) erano lucrose ma soggette alla perdita di diritti pubblici per i lavoratori, che furono tra i primi ad aderire alla tollerante religione cristiana. Visto l’impegno del rito funebre, si intuisce che l’impresa doveva contare su diverse figure professionali: i pollinctores (imbalsamatori), i vespillones (trasportatori), i designatores (cerimonieri), gli ustores (addetti al rogo), i fossores (fossori).
L’industria del caro estinto includeva anche lapicidi e scultori, grazie ai quali disponiamo di un consistente repertorio di lapidi. Molte stele funerarie portano la sigla D-M e LDDD, che significano “agli Dèi Mani” e “luogo dato con decreto dei decurioni”.

 

segue - ritorna



[1] Nei corridoi della stazione della MM3 Missori sono conservati i reperti trovati in situ, documentati con tavole esplicative.

[2] Si tratta degli scavi per le fondamenta della palazzina tra corso di Porta Romana e via Calderon de la Barca, dove prima delle radicali trasformazioni del dopoguerra si apriva via Capre, che aveva mantenuto l’impronta dell’edificio.

[3] Galvano Fiamma, Chronicon extravagans, fol. 45, cap. 40.

[4] Ludus sta per “scuola”.

[5] Galvano Fiamma, Chronicon extravagans, f. 45 cap. 39

[6] G.F. Besta, Origine et meraviglie della città di Milano e delle imprese dei cittadini suoi, ms Triv. 180, p. 115

[7] G. Sena Chiesa avanza l’ipotesi che questi frammenti appartengono a un unico monumentale complesso funerario. Milano in età imperiale, I-III secolo, pp. 76-78.

[8] Questo antichissimo rito si perpetuò fino almeno al XIV secolo a Milano. Ne abbiamo testimonianza nel processo per stregoneria legato al Gioco della Signora o di Diana, dove le ossa degli animali raccolte in un sacco per magia si rigeneravano in animali integri.

[9]M. Bolla, Le aree sepolcrali di Mediolanum, p. 76. La presenza di denti di cavallo sembra alludere alla festa romana dell’equus October, dedicata a Marte, che terminava con l’uccisione del cavallo di destra della biga vincitrice, cerimonia collegata alla chiusura della campagna di guerra. Non ci è però stata tramandata memoria di un rito di questo tipo nella zona.

[10] J. Scheid, La religione a Roma, pp. 65-66.

Ultima modifica: martedì 28 novembre 2006

mariagrazia.tolfo@rcm.inet.it