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L'Accademia di Belle Arti di Brera e la formazione della Pinacoteca
L'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere

 di Paolo Colussi

Lo Sposalizio della Vergine di Raffaello

 

1. Nascita dell'Accademia

Verso la metà del Settecento il gusto sta cambiando in Europa. Lo stile barocco, diventato poi barocchetto o rococò, con il suo eccesso di volute capricciose e asimmetriche ha ormai stancato. Un diffuso clima di nuova austerità si sta diffondendo e trova negli Illuministi dei geniali portavoce, ascoltati con entusiasmo dalle nuove generazioni. E' da questo sentimento diffuso, che raggiungerà il suo apogeo con la Rivoluzione francese, che nasce il nuovo stile neoclassico, in principio in forme più semplici e lineari che si richiamano al Rinascimento, poi in forme più maestose e imponenti che rinviano a Roma e all'antica Grecia.

La storia del neoclassico a Milano inizia a Parma, dove nel 1752 viene aperta l'Accademia di Belle Arti sotto la direzione del francese Petitot, propugnatore del ritorno alle forme classiche. In questa scuola si formano molti dei futuri insegnanti di Brera.

Milano a quest'epoca però è ancora in pieno barocchetto. La nuova generazione in grado di apprezzare il nuovo stile esplode negli anni '60 e trova il suo epicentro nel famoso gruppo del "Caffè". Anche la corte di Vienna, piena di debiti dopo quarant'anni di guerre, apprezza questo modo austero di decorare palazzi e arredi. Quando l'arciduca Ferdinando, il figlio diciassettenne di Maria Teresa, deve sposare Maria Beatrice d'Este e stabilirsi a Milano, si decide di rinnovare l'aspetto della città e la sua stessa residenza secondo il nuovo stile. Dopo la fugace apparizione del Vanvitelli, tocca all'architetto Piermarini questo compito che prende il via con i lavori di ristrutturazione dell'antica Corte Ducale viscontea per renderla adeguata ai suoi nuovi augusti inquilini. Gli artisti chiamati per questo lavoro prevengono da Parma e aderiscono in modo più o meno deciso al nuovo gusto. Sono lo scultore Giuseppe Franchi, il pittore Giuliano Traballesi, il decoratore Giocondo Albertolli. Da questa collaborazione durante i lavori nel Palazzo Reale, nata in modo abbastanza occasionale, nascerà il nucleo fondatore della nuova Accademia.

L'idea di creare a Milano una scuola capace di diffondere il nuovo stile, migliorando la situazione artistica e artigianale della città, è di questi stessi anni e rientra nel vasto piano del Kaunitz orientato a sviluppare l'economia della Lombardia austriaca. Lo scioglimento della Compagnia di Gesù (1773) e la chiusura del Collegio offre l'occasione per la fondazione della nuova scuola. Sarà sempre il Piermarini ad occuparsi di tutto, dai lavori di sistemazione del palazzo di Brera all'organizzazione della scuola. Nel palazzo ancora incompleto, va quindi a stabilirsi il nuovo gruppo di insegnanti-collaboratori del Piermarini e il 22 gennaio 1776 viene solennemente inaugurata la nuova Accademia di Belle Arti. Il primo presidente è Alberico Barbiano di Belgioioso, figlio di quell'Antonio che stava impiegando il Piermarini e il suo gruppo nei grandiosi lavori del suo palazzo in piazza Belgioioso. Segretario dell'Accademia è l'abate Albuzio che occupava la carica provvisoriamente in attesa di trovare un segretario che fosse non solo un conoscitore d'arte, ma anche un esperto esecutore. Due anni dopo, quando arriva a Milano il bolognese Carlo Bianconi, l'organico dell'Accademia si può dire completo.

 

La segreteria di Carlo Bianconi (1778-1801)

Ritratto di Carlo BianconiQuando arriva a Milano, Carlo Bianconi ha 46 anni. Membro di una famiglia agiata e conosciuta in Europa grazie alla fama acquistata da alcuni suoi membri, il Bianconi aveva già alle spalle una carriera di studioso e di artefice di gusto neoclassico. Dopo aver lavorato a Bologna (paliotto dell'altare della cappella di San Domenico) si era trasferito a Roma, centro del nuovo indirizzo culturale. Giunto a Milano, inizia a studiare la città, i suoi monumenti e il suo patrimonio artistico dando alle stampe nel 1783 la "Nuova Guida di Milano per gli Amanti delle Belle Arti e delle Sacre, e Profane Antichità milanesi", che avrà presto una nuova edizione ampliata e numerose ristampe successive. Negli stessi anni, approfittando anche del caos provocato dalle soppressioni giuseppine, acquista moltissimi disegni artistici e architettonici. Alla sua morte lascerà agli eredi più di 20.000 pezzi tra disegni e incisioni, la gran parte dei quali andrà dispersa in collezioni private. Si salvano per la città solo i 400 disegni della cosiddetta "Raccolta Bianconi" conservati alla Biblioteca Trivulziana.

Giocondo AlbertolliQuesta grande raccolta viene creata dal Bianconi come strumento per la politica educativa dell'Accademia. Era infatti contrario alla raccolta di quadri come modelli per pittori e decoratori. I pochi quadri che allora vengono depositati a Brera in seguito alle soppressioni di chiese e conventi, vengono perciò chiusi in magazzino o venduti (ad esempio, la Vergine delle Rocce di Leonardo viene prima offerta a Giuseppe II e poi venduta ad una antiquario inglese). Anche la raccolta di Gessi ad uso dei pittori e degli scultori resta molto modesta nei vent'anni di gestione Bianconi dell'Accademia. Del resto gli orientamenti della corte di Vienna, e dello stesso Piermarini, non erano tanto rivolti a innalzare il livello artistico della città quanto a migliorare il gusto soprattutto attraverso l'insegnamento dell'Ornato, cattedra tenuta egregiamente da Giocondo Albertolli. La classe di Ornato sarà infatti subito la più frequentata dell'Accademia e quella che darà i frutti migliori nel campo delle arti minori. Si pensi ad esempio allo sviluppo della bottega dei Maggiolini che avvierà in Lombardia la grande industria del mobile, tuttora fiorente.

Un altro motivo che sconsiglia il Bianconi dal riunire opere d'arte a Brera è la carenza di spazio. Va ricordato che in quest'epoca c'è ancora il ginnasio, ci sono le Scuole Palatine, la Società Patriottica, la Biblioteca e l'Osservatorio. Un terzo del cortile d'onore, verso la piazzetta di Brera, è inoltre ancora in costruzione. All'Accademia restano perciò i locali dell'ex Collegio al piano terreno e alcuni locali verso via Borgonuovo per gli scultori e le abitazioni dei professori. Tra questi c'è il Parini, entrato a Brera come insegnante delle Scuole Palatine e passato poi all'Accademia per preparare gli allievi alla conoscenza delle storie mitologiche e delle allegorie ancora molto di moda. Dal 1791 il Parini sarà anche nominato Sovrintendente del Palazzo di Brera, un titolo onorifico dovuto alla fama del poeta.

L'ultimo decennio del secolo, tormentato dall'arrivo dei Francesi e poi dal breve ritorno degli austro-russi, lascia abbastanza indisturbata l'Accademia di Belle Arti. All'inizio degli anni '90, come conseguenza del programma di germanizzazione dell'impero avviato da Giuseppe II, arrivano a Brera l'architetto viennese Leopoldo Pollack e il pittore Martino Knoller come insegnante di Colorito (II cattedra di pittura). Si cerca, all'inizio con poca fortuna, di creare la cattedra di incisione, presente normalmente nelle altre Accademie.

 

La segreteria di Giuseppe Bossi (1801-1807)

Al rientro a Milano di Napoleone dopo il breve periodo austro-russo, nel giugno del 1800, la situazione è molto cambiata. Anzitutto il gusto neoclassico, come si accennava all'inizio, è ormai orientato verso l'antica Grecia con la tendenza ad un progressivo aumento dell'enfasi retorica fino al culmine rappresentato dallo Stile Impero. Partito il Piermarini, l'architettura a Milano è nelle mani del Cagnola (Arco delle Pace) e del Canonica (Arena), per la scultura ci si riferisce a Canova (statua di Napoleone) e per la pittura all'Appiani (Fasti di Napoleone nella Sala delle Cariatidi). Nessuno di loro insegna a Brera, dove troviamo ancora il Franchi e il Traballesi, artisti ormai antiquati rispetto alle nuove tendenze. La cattedra di architettura è occupata da Giacomo Albertolli (fratello di Giocondo) aiutato da Carlo Amati, che resterà poi indiscusso maestro fino alla metà del secolo.

Ritratto idealizzato di Giuseppe BossiLa vera novità di questa prima fase dell'epoca napoleonica è rappresentata dall'arrivo di un giovane quasi sconosciuto a Milano: Giuseppe Bossi. Nato a Busto Arsizio nel 1777, dai 15 ai 18 anni aveva studiato pittura a Brera, poi era andato a Roma dove aveva frequentato Antonio Canova conquistandosi la sua stima e amicizia. Nel 1801 ritorna a Milano e ottiene grandi riconoscimenti con il grande quadro (purtroppo distrutto nel 1943) intitolato "Riconoscenza della Cisalpina a Napoleone". La sicura fede napoleonica, l'amicizia di Canova, il carattere intraprendente del giovane convincono le autorità a nominarlo nuovo segretario dell'Accademia al posto del Bianconi, ormai anziano e considerato di tendenze antifrancesi. Giuseppe Bossi accetta il posto e divide il proprio stipendio con l'ex segretario per i pochi mesi nei quali questo è ancora in vita (il Bianconi muore il 15 agosto 1802).

Grazie al Bossi, l'Accademia vive questi anni come un periodo di grande fervore di iniziative. Alla fine del 1801 Bossi va ai Comizi di Lione dove viene elaborata la struttura della nuova Repubblica Italiana, preludio al prossimo Regno d'Italia. Da Lione va a Parigi dove si procura numerosi gessi per l'Accademia oltre a libri e incisioni per la futura biblioteca (fino ad allora c'era soltanto la biblioteca personale del Bianconi). Durante questo soggiorno il Bossi acquista anche per sé il Cristo morto del Mantegna, che i suoi eredi lasceranno alla Pinacoteca nel 1824. Tornato da Parigi può quindi creare la Biblioteca dell'Accademia (i rapporti con la Biblioteca Nazionale non sono mai stati buoni!) e iniziare la lunga guerra per la salvaguardia del patrimonio artistico che, con alterne vicende, viene ancora oggi combattuta dalla Soprintendenza di Brera. Una delle prima battaglie del Bossi è quella per l'acquisto dello Sposalizio di Raffaello che si troverà in quegli anni (1804-6) sulla via del mercato antiquario. Un'altra battaglia (perduta) riguarda la demolizione dell'arco romano di Castelvecchio a Verona.

L'anno 1803 segna la seconda nascita dell'Accademia. L'1 settembre vengono approvati gli Statuti che assegnano il governo dell'istituto a un Corpo Accademico di 30 membri tra docenti e artisti esterni di chiara fama. Questo consiglio si riunisce una volta al mese eleggendo di volta in volta il proprio presidente (ci sono dunque ancora residui di democrazia diretta di stampo giacobino); l'unica carica costante è quella del segretario. Le materie di insegnamento vengono ampliate in un programma più ampio di formazione. Sono previste scuole di architettura, pittura, scultura, prospettiva, ornato, elementi di figura, incisione e anatomia. Elementi di figura, prospettiva e anatomia sono aggiunte per fornire una più completa preparazione di base a tutti gli allievi. Gli insegnanti sono ancora gli stessi del 1776. Si è aggiunto Domenico Aspari per insegnare Elementi di figura. Rinnovata nello Statuto e nelle materie, comunque, l'Accademia viene riaperta ufficialmente il 25 ottobre come "Accademia Nazionale".

Oltre all'insegnamento, gli statuti prevedevano per l'Accademia un'altra importante attività, mirante a sprovincializzare la scuola e a farla conoscere in tutta Europa: i Premi. Erano previsti premi di prima classe destinati agli artisti europei che inviavano un loro elaborato rispondente ai quesiti elaborati dalla commissione. Premi di seconda classe per gli allievi delle Accademie. Tra il 1803 e il 1806 fervono i preparativi per il bando e la successiva esposizione dei premi. Oltre alle opere presentate dai concorrenti si pensa di allestire alcune sale con capolavori di pittura provenienti dalle chiese e dai conventi soppressi in questi anni. Si iniziano a strappare gli affreschi da S. Maria della Pace, S. Marta, S. Maria di Brera (prima il Foppa, poi gli altri). Tavole e tele dal Quattrocento al Settecento iniziano ad arrivare a Brera da Milano e da altre città del Regno d'Italia. Una commissione guidata dall'Appiani decide se devono andare in Francia, restare nella capitale Milano o essere smistate in altre città o Accademie per ragioni didattiche o di prestigio. I preparativi per l'esposizione decide di collocare queste opere al primo piano del cortile d'onore nelle sale situate lungo la via Brera e la piazzetta che erano utilizzate come aule dell'Accademia. Di fronte alle carenze di spazio si comincia a pensare ad un utilizzo della chiesa, dividendola in due piani.

Nel 1805, morto Giacomo Albertolli, la cattedra di architettura era passata allo Zanoja, mentre la cura del palazzo è assegnata a Pietro Gilardoni, che seguirà tutte le modifiche di Brera nei prossimi trent'anni. Il Gilardoni è incaricato di studiare la divisione della chiesa e la realizzazione dei saloni superiori da adibire ad esposizione. Il Bossi suggerisce di utilizzare la navata sud per creare un corridoio adibito a mostra di disegni. Il 1806 segna il culmine della carriera del Bossi all'Accademia, che pubblica in quest'anno le Notizie delle opere di disegno prima guida ragionata della futura Pinacoteca.

Il clima politico sta però rapidamente cambiando, la repubblica è diventata regno, Napoleone è diventato imperatore. Le istanze democratiche e giacobine dei primi tempi sono ormai apertamente condannate. Malgrado lo statuto, anche Brera deve adeguarsi al nuovo andamento delle cose e accettare un presidente dotato di piena autorità. Giuseppe Bossi non accetta la novità e dà immediatamente (gennaio 1807) le dimissioni, sostituito prontamente dall'accomodante Zanoja, che pochi anni dopo accetterà altrettanto prontamente di cantare gli elogi dei rientranti Asburgo. Da allora fino alla morte prematura (9 dicembre 1815), Giuseppe Bossi si dedicherà agli studi (soprattutto Leonardo e il Cenacolo), all'insegnamento nella scuola aperta nella sua casa di via S. Maria Valle e alla pittura. Celebri di quest'ultimo periodo della sua vita sono l'autoritratto di Brera e la Cameretta Portiana.

 

Verso una grigia normalità

Gli anni seguenti dell'Accademia vedono spegnersi progressivamente l'impatto sulla città dell'istituzione, che tende a diventare sempre più un servizio scolastico dove i giovani non trovano una spinta vivace verso le innovazioni, ma anzi un freno accademico, fino all'aperta opposizione tra scuola e correnti artistiche nuove che si registrerà con la Scapigliatura e con le avanguardie del Novecento. Anche la presenza di maestri importanti come Pompeo Marchesi e Hayez per molti decenni dell'Ottocento non arricchisce realmente la scuola, data anche la saltuarietà dell'insegnamento di queste illustri figure molto impegnate con i loro committenti.

In epoca recente, di fronte alle richieste sempre più pressanti di spazi da parte della Pinacoteca e della Biblioteca, l'Accademia si trova in condizioni più che disagiate, quasi un intruso costretto a vivere negli "scantinati" del Palazzo. Nata per arricchire le industrie della città di modelli eleganti e stilisticamente corretti, oggi è surrogata su questo versante dalle numerose scuole private di grafica e design sorte per rispondere a questa domanda, mentre arranca sul versante artistico alla ricerca di una propria identità.

 

2. La Pinacoteca

La formazione e il primo periodo al servizio dell'Accademia

Il grande successo dell'esposizione del maggio 1806 comporta subito una serie di conseguenze che daranno il via al primo nucleo della Pinacoteca. Tranne le numerose e scelte collezione private racchiuse nei palazzi nobiliari, a Milano non c'era mai stata una raccolta d'arte di Corte, come quelle di Mantova, Modena, Firenze, Roma e Napoli. Le soppressioni giuseppine avevano messo sul mercato molte pitture e sculture, che però, anche per l'opposizione del Bianconi, non erano approdati all'Accademia, ma erano state vendute a collezionisti privati. Unica eccezione, i grandi quadri settecenteschi dei SS. Cosma e Damiano (attuale Teatro Filodrammatici) di Pierre Subleyras, Pompeo Batoni e Giuseppe Bottani. Le soppressioni della Cisalpina e la nuova tecnica di strappo degli affreschi fanno confluire a Brera molte opere provenienti da chiese e conventi della città. Inoltre, il ruolo di capitale assunto da Milano nella Repubblica Italiana e poi nel Regno d'Italia, portano a Brera numerose altre opere di altre città, destinate parte a Parigi e parte a una nuova esposizione permanente da realizzarsi a Milano. Nel maggio 1806 si impone quindi un problema di spazi, che viene risolto con la divisione in due piani della chiesa. Due terzi del piano terreno sarebbe servito per il Museo di Antichità (sculture medievali e lapidi romane), il piano superiore, diviso in quattro ampi locali, viene destinato alle pitture. Allontanatosi il Bossi, lo Zanoja e altri insistono perché si demolisca anche la facciata della chiesa per ottenere un allargamento della prima sala. Per soli 4 metri di ampliamento viene quindi demolita la facciata di Giovanni di Balduccio, non senza imbarazzo e opposizione da parte dei molti conoscitori d'arte della città.

Il 1808 è l'anno dei grandi arrivi. Tra le opere principali acquisite in quest'anno e ancora esposte possiamo ricordare la Pala Sforzesca da S. Ambrogio ad Nemus, I Tre Arcangeli di Marco d'Oggiono da S. Marta, la Madonna col Bambino di Andrea Mantegna da S. Giorgio a Venezia.

Le nuove sale della Pinacoteca napoleonicaSempre nel 1808 inizia il cosiddetto "Inventario napoleonico", primo elenco progressivo delle opere custodite a Brera, che verrà tenuto in modo puntuale e ordinato fino al 1842. Il 15 agosto 1809, genetliaco di Napoleone, il museo viene aperto ufficialmente nelle nuove sale ricavate dalla chiesa. Gli arrivi comunque proseguono con un ritmo sempre più incalzante. Nel 1811 arrivano da Bologna i Carracci e Guido Reni, da Bergamo il Polittico del Foppa, dall'Arcivescovado vengono collocati a Brera (un deposito forzato!) i primi 23 quadri della Collezione Monti. Altre preziose acquisizioni di quest'anno sono la pala di Piero della Francesca, da Urbino, e il Polittico di S. Luca del Mantegna, da Padova. A questo punto la collezione è davvero degna di costituire un importante museo. Importante testimonianza del livello raggiunto è la pubblicazione del volume Pinacoteca del Palazzo Reale delle Scienze e delle Arti di Robustiano Gironi con le incisioni di Michele Bisi e altri. L'ultimo tassello per dare alla raccolta la completezza necessaria, viene posto nel 1813 con l'arrivo della Cena di Rubens e del ritratto di Rembrandt.

Il crollo del regime napoleonico è seguito subito da una profonda crisi della Pinacoteca. Molti quadri vengono restituiti alle città d'origine, molti altri sono assegnati a chiese della Lombardia senza alcun criterio preciso, solo in base alle richieste. La chiesa di S. Marco, per esempio, è quasi interamente decorata da opere provenienti da Brera. Nel 1815, su 892 opere registrate nell'inventario, solo 301 sono esposte a Brera. Dopo la morte dell'Appiani (1817), la raccolta subisce anche qualche pesante "fregatura". Il mercante d'arte L. De Sivry offre nel 1820 un quadro di Caravaggio (falso) in cambio di 5 opere tra cui un Crivelli (vero).

Statua di Cesare Beccaria di Pompeo MarchesiLa Pinacoteca, dal 1814 al 1882, resta affidata all'Accademia ed è praticamente chiusa al pubblico. I custodi della scuola possono accompagnare nei saloni gli ospiti illustri o qualche studioso di passaggio. Qualcosa continua comunque ad arrivare. Dagli eredi di Giuseppe Bossi viene acquistato nel 1824 il Cristo morto del Mantegna. Nel 1826 vengono acquistati parte degli affreschi del Luini della Villa Pelucca di Monza. Contemporaneamente Brera funziona sempre come un "supermercato del quadro" dove i parroci possono prendere quello che desiderano per abbellire le loro chiese. Persino la grande Crocifissione del Bramantino, uno dei massimi capolavori del museo, viene assegnata a una chiesa. Nel lungo periodo dalla Restaurazione all'unità d'Italia, il fatto di maggior rilievo per le raccolte di Brera è rappresentato dalla donazione Oggioni del 1855. Si tratta di circa 80 quadri di piccole dimensioni, tra cui due vedute di Francesco Guardi e le predelle del Lotto. In questo stesso periodo il cortile si arricchisce delle statue e dei busti tuttora presenti, tra i quali meritano una citazione la statua del Beccaria di Pompeo Marchesi sullo scalone e quelle di Gabrio Piola e Tommaso Grossi di Vincenzo Vela nel cortile d'onore.

Con l'arrivo di Vittorio Emanuele II le cose sembrano cambiare. Viene deliberata la collocazione nel cortile della statua di Napoleone del Canova, un omaggio al "fondatore" (in quel momento era meglio non ricordare Maria Teresa) ed anche un omaggio indiretto a Napoleone III. Nel 1861 Giovanni Morelli inizia a compilare il primo Catalogo della Pinacoteca, cercando di mettere ordine tra le attribuzioni spesso strampalate dei dipinti. Nel 1867 viene finalmente aperto il Museo Patrio di Archeologia al piano terreno della chiesa e questo comporta l'apertura del portone centrale sulla piazzetta. Si comincia a pensare ad una nuova sistemazione giuridica della Pinacoteca che ne consenta l'accesso al pubblico.

 

L'autonomia e l'apertura al pubblico

Nel 1882 la Pinacoteca si separa dall'Accademia diventando un istituto amministrativamente e scientificamente autonomo. La direzione viene affidata a Giuseppe Bertini, l'autore delle vetrate della facciata del Duomo e figlio di Gian Battista, autore dei grandi finestroni absidali. E' previsto il pagamento di un biglietto d'ingresso. Il primo lavoro da fare è quello del catalogo, che il Morelli aveva appena iniziato. Non si tratta soltanto di esaminare e schedare le opere presenti in Brera, il compito più gravoso è quello di inventariare (e in qualche caso recuperare) le moltissime opere disperse tra chiese e palazzo pubblici della Lombardia. Nasce così il primo catalogo del Carotti (1893-95) al quale seguiranno quelli di Corrado Ricci (1901, 1907) e di Malaguzzi Valeri (1908).

Nel 1898 diventa direttore Corrado Ricci e Brera viene rivoluzionata. Nel cinque anni della sua direzione partono per il Castello Sforzesco, appena ristrutturato da Luca Beltrami, tutte le opere del Museo Patrio di Archeologia (statue di Bernabò Visconti, di Gastone di Foix, lapidi, ecc.) ed anche 209 dipinti e 66 sculture dell'Ottocento che in seguito verranno collocati nella Villa Reale di via Palestro. Il Ricci modifica completamente tutto l'assetto del museo, suddividendo le opere per scuole regionali. Attraverso un gioco di scambi con la Biblioteca e l'Accademia, Corrado Ricci riesce finalmente a ottenere tutto il giro dei locali del primo piano del cortile d'onore. I locali vengono muniti di lucernari e le finestre sono murate. La nuova sistemazione elegante e prestigiosa curata dal Ricci rende finalmente la Pinacoteca di Brera una dei maggiori musei italiani. Arrivano da allora donazioni (dono Sipriot di 63 quadri), depositi (Cristo alla colonna di Bramante da Chiaravalle), acquisti. Con la successiva e lunga direzione di Ettore Modigliani (1908-34) si effettuano altri importanti acquisti (Canaletto, Piazzetta) soprattutto di scuola veneta. La sala del Settecento di PortaluppiInizia la collaborazione con il museo dell'architetto Piero Portaluppi che si protrarrà per quarant'anni. Nel 1926 nasce l'associazione Amici di Brera che si farà carico di importanti restauri e acquisti, tra cui spicca quello della Cena di Emmaus del Caravaggio (questa volta vero!). Allontanato Ettore Modigliani in seguito alle leggi razziali, tocca al Pacchioni gestire la Pinacoteca nel suo momento peggiore, durante la guerra. I bombardamenti del 1942, e soprattutto quelli dell'agosto 1943, colpiscono in pieno Brera. Brucia il soffitto dei saloni napoleonici e viene danneggiata molto gravemente l'ala del palazzo verso la piazzetta di Brera. La parte inferiore della chiesa si salva grazie alla tenuta dei soffitti dei saloni. Nel dopoguerra, dopo un breve periodo di Modigliani, tocca a Fernanda Wittgens occuparsi dei lavori di restauro e del nuovo allestimento, curato ancora una volta dal Portaluppi. Nel giugno 1950 il museo riapre rinnovato. Oltre alla nuova saletta di Raffaello, il Portaluppi ha realizzato un ambiente apposito (tuttora esistente) per il Settecento con archi e colonnine.

Nel frattempo il gusto è cambiato. Negli anni '50 e '60 il grande pubblico scopre i pittori giotteschi e tardogotici. A Brera viene costruito un ambiente apposito per ospitare gli affreschi trecenteschi di Mocchirolo mentre viene acquistato il Cristo Giudice di Giovanni da Milano dalla dispersione della Collezione Contini Bonacossi di Firenze. Anche i Tarocchi Brambilla sono un acquisto del dopoguerra (1971). Alla crescita del patrimonio durante la gestione Dell'Acqua (1957-73) fa riscontro però un dissesto generale dell'edificio, spesso chiuso per danni e infiltrazioni. Nel 1972 sembra che molti problemi siano risolti con l'acquisto di Palazzo Citterio, ma purtroppo ancora oggi (estate 2003) siamo molto lontani dal traguardo.

 

 

3. L'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere

 

Poco dopo l'arrivo dei Francesi in Italia, il 9 novembre 1797, viene fondato l'Istituto Nazionale della Repubblica Cisalpina con sede a Bologna. E' un'Accademia dove i migliori esponenti nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti si riuniscono per concordare le attività nei rispettivi campi e per scambiarsi informazioni e idee alla ricerca di una base comune del nuovo sapere. E' anche un modo di tributare un adeguato riconoscimento onorifico alle personalità più eminenti. Primo presidente sarà Alessandro Volta. L'istituto resta a Bologna fino al 1810, quando viene deciso di trasferirlo nella capitale del Regno d'Italia e a Brera. A Milano ci sarà la sede centrale, mentre sezioni staccate vengono create a Bologna, Venezia, Padova e Verona. A Brera, data l'aspra lotta per gli spazi tra tutti gli inquilini già operanti, non è facile trovargli una collocazione. Alla fine si decide di sistemare alcuni locali al primo piano sul lato est verso via Borgonuovo, tra cui anche l'appartamento già occupato dal Parini.

Con la caduta di Napoleone, l'Istituto viene conservato. Cambia solo il nome in I.R. Istituto del Regno Lombardo-Veneto di Scienze Lettere ed Arti. Nel 1838, tra le grazie concesse dall'imperatore ai suoi sudditi in occasione dell'incoronazione, c'è anche quella di suddividere l'istituto in due parti eguali tra Milano e Venezia. Nasce così, accanto a quello veneto, l'Istituto Lombardo di Scienze Lettere ed Arti. Dopo l'unità d'Italia viene eletto presidente a vita Alessandro Manzoni (che non vuole saperne) e scompare il termine "Arti", già rappresentate da altre istituzioni. Nel 1870 viene istituito un premio per chi introduce in Lombardia una nuova industria. Altri premi vengono poi istituiti grazie a donazioni di privati.

La vita dell'istituto continua indisturbata a Brera fino al 1959 quando la massa dei libri accumulati nella sua biblioteca (oltre 200.000) consiglia un trasferimento. L'occasione si offre con la disponibilità dell'adiacente palazzo Landriani in via Borgonuovo 25, dove viene solennemente inaugurata la nuova sede nel centenario dell'indipendenza. Da allora il salone della biblioteca, decorato con gli affreschi cinquecenteschi forse del Cesariano, viene chiamato Salone del Centenario.

 

Visita anche questi siti:

Pinacoteca di Brera
Il sito ufficiale della Pinacoteca.

Amici di Brera

Mimu
La pinacoteca nel sito dei musei di Milano.

Pinacoteca di Brera
Guida alla pinacoteca (in inglese) con molte opere visualizzabili.

Accademia di Belle Arti di Brera
Il sito ufficiale della scuola.

 

Bibliografia

L'Accademia di Belle Arti

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L'Istituto Lombardo

L'Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere, Milano, Palazzo di Brera, 1959 (in vendita presso la Biblioteca dell'Istituto in via Borgonuovo 25)

Ultima modifica: lunedì 7 luglio 2003

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