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 Il Sestiere di Porta Romana

La zona sud dopo la trasformazione urbanistica augustea

di Maria Grazia Tolfo

Mosaico rinvenuto sotto S.Giovanni in Conca (particolare)

 

Le mura

Con Augusto, Milano entra a far parte della XI Regio Transpadana (Lombardia Occidentale e Piemonte Settentrionale) e riceve un nuovo e più razionale circuito di mura, che adotta l’orientamento obliquo consono all’impronta lasciata dal santuario celtico e all’orografia tracciata soprattutto dal Seveso. Il pomerio gallo-romano di 23 actus si trova incluso in un altro quadrato di 25 actus (813 m), con un perimetro approssimativo di circa 3,5 km[1].

Le nuove mura augustee

Nella zona che stiamo esaminando – il Sestiere di Porta Romana – le mura furono rintracciate in diverse parti e in tempi diversi. Nel 1924, in occasione della costruzione degli uffici comunali, ne apparve un lungo tratto in via Pecorari, seguito nel 1937 da un altro tratto in via delle Ore. Nel 1779 il Piermarini aveva trovato i resti di una torre sotto quello che oggi è il teatro Lirico in via Larga, che faceva il paio con un’altra rinvenuta a S. Clemente nel 1870: cominciava a delinearsi il profilo delle mura![2]

La Pusterla del Bottonuto, tra il vicolo delle Quaglie e il Cantoncello, non c’era bisogno di scavarla, perché era rimasta lì fino alle demolizioni fasciste. Le mura che sono state documentate in via Paolo da Cannobio, dove si apriva la Porta Romana, proseguivano quindi tra via Maddalena – dov’era il fossato - e via S. Vittorello fino a congiungersi con via Cornaggia, appartenente al sestiere di Porta Ticinese.

La glareata Laudense venne lastricata con basoli e ampliata da 6 m a 8 m, perché nel nuovo impianto urbanistico assumeva il ruolo di arteria principale.

La darsena di via Larga e la torre di S. Clemente

Tra le mura e il fossato difensivo c’era una distanza maggiore di quella riscontrata nelle altre porzioni di perimetro. L’eccezione dipendeva dal letto del Seveso, che in via Larga formava il laghetto naturale.

Da scavi effettuati una prima volta negli anni 1935-1936 per l’apertura di piazza Diaz e una seconda volta nel dopoguerra (1951 e 1954) era emersa una banchina di porto tra il Bottonuto e via S. Clemente, con un andamento parallelo alle mura romane, dalle quali distava ben 14 m. La banchina era larga ca. 2,50 m, pavimentata con lastre di serizzo posate su palificazioni di rovere alte 2,50 m[3]. In via Larga e in via S. Clemente si alzavano due torri, adibite forse alla sorveglianza delle barche o a magazzini di derrate statali.[4]

La datazione della banchina era contemporanea alle mura augustee, per cui gli archeologi si trovarono di fronte a una darsena tangente le mura, come ad Aquileia, e poterono dedurre che il fossato di Milano fosse navigabile.
Il Seveso si “immetteva” nel laghetto in via S. Clemente e ne usciva incanalato nel fossato difensivo in via Maddalena.

La darsena di via Larga

La zona commerciale

Approfittando di questa favorevole situazione idrica, nell’area tra il fossato di via Maddalena e via Rugabella-piazza Erculea si installarono manifatture e depositi, rinvenuti sempre in occasione dello scavo della MM3. La prossimità della Darsena e il decorso del Seveso spiegano la presenza di un grande magazzino per il deposito e la vendita di ceramiche in vernice nera e terra sigillata, inizialmente importate da Arezzo, poi prodotte localmente (ma non in questa zona).[5]

Sempre in via Rugabella c’era un’officina per la fusione del ferro, molto pericolosa per gli incendi e quindi opportunamente collocata fuori mura e vicino all’acqua.
C’era anche un macelleria bovina, che gettava gli scarti nel canale di scolo che correva parallelo alla via Laudense, sfruttando la pendenza naturale.

Queste attività produttive smisero di funzionare alla metà del I secolo d.C., quando tutta la città subì una catastrofe ambientale: sono qui documentati episodi di scorrimento torrentizio, dovuti al Seveso, confrontabili con quelli verificati negli scavi nell’area dell’Università Cattolica: Milano andò sott’acqua!

Nella zona di Rugabella si costruirono dopo i drenaggi delle abitazioni[6], che furono nuovamente abbandonate nel III secolo perché fuori mura e facili prede delle incursioni barbariche.

L’antemurale

Non è documentata da scavi archeologici l’esistenza di un antemurale a Milano, ma sappiamo che un vallo difensivo veniva costruito persino intorno agli accampamenti provvisori, per fermare comprensibilmente – come i frangiflutti in un porto – l’onda di invasori e, nello stesso tempo, proteggere gli edifici che per motivi di sicurezza pubblica si trovavano fuori dalle mura cittadine.

Questo primo sbarramento difensivo venne ripreso in buona parte in età comunale con lo scavo di un fossato e la cerchia di mura, riassettate dai Visconti nel Trecento. La porzione coincidente è quella di via Francesco Sforza dall’altezza di via S. Barnaba fino a Porta Ticinese, mentre nella parte superiore è difficile riconoscere il possibile andamento dell’antemurale a causa della successiva “addizione erculea” della fine del III secolo d.C.

La presenza di sepolture potrebbe essere un indizio attendibile per stabilire dove si trovasse questo avamposto difensivo, perché i cimiteri si sarebbero comunque posti – fino all’età ambrosiana – al suo esterno, data la presenza nella fascia tra mura e antemurale di officine, arena, abitazioni periferiche.

L’alluvione, il Bottonuto e l’aumatium

I porti di Milano sono destinati a breve vita, perché pochi decenni dopo la costruzione delle mura augustee, come accennato prima, la città subì una “storica” alluvione… non riportata dagli storici.

Per motivi di sicurezza alla metà del I secolo d.C. si dovette prosciugare il laghetto che occupava tutta la carreggiata di via Larga.
Si crearono maestose opere idrauliche di convogliamento delle acque, documentate in piazza Diaz e al Bottonuto; l’area prima occupata dal laghetto ricevette un intenso drenaggio con anfore capovolte e fu destinata ad area verde, costituendo quello che in futuro sarà il “Brolo”, che include le attuali vie S. Antonio, Chiaravalle e Pantano. Rimase a indicare l’esistenza del lago la via Poslaghetto, scomparsa per la costruzione della Torre Velasca.

La fognatura del BottonutoTutte queste opere idrauliche, secondo la nostra tradizione, furono eseguite durante il governo del famigerato Nerone, tanto che il Sevesetto prese il nome di Nirone. Nerone aveva una spiccata passione per i modelli urbanistici greci, che volle imitare negli aspetti di ampiezza e solidità dei materiali, dando il via alle fornaci di mattoni per diminuire il rischio di incendi. Il malgoverno che caratterizzò gli ultimi anni del suo principato si fece sentire in misura talmente modesta fuori Roma, da far sì che il principe fosse tra i pochi ricordati positivamente a Milano.

Oltre ad essere state analizzate dagli archeologi, delle opere di canalizzazione del Seveso era rimasta traccia nel toponimo “Bottonuto”. Già Belloni nel 1952 aveva avanzato l’ipotesi che il nome si riferisse a un’opera idraulica: Butin-ucum farebbe pensare al vocabolo italiano “bottino”, che in idraulica si riferisce a una galleria sotto l’alveo di corsi d’acqua per scolare le acque dei terreni più bassi.

Per accedere a questa fognatura si dovette costruire una sorta di torretta, che prese il nome di aumatium, ricordata ancora nel Trecento da Galvano Fiamma:
Aumatium fuit hedifitium rotundum in centro civitas fundatum, occultis et transversis cameris distinctum, purgationi ventris deputatum, quod est in magnis civitatibus perutile nimis, aliter omnis locus stabulator”.
[7]

Le bonifiche

Anche se l’alluvione della metà del I secolo d.C. fu eccezionale, era frequente l’impaludamento della porzione meridionale della città, per cui già in età augustea, volendo espandere le insulae, si procedette alla bonifica. Augusto aveva sollecitato i maggiorenti locali a investire nell’edilizia cittadina e quindi a reperire i fondi per affrontare opere costosissime di drenaggio.

Per sfruttare l’area che andava da via Torino a Porta Romana si scavavano trincee, che venivano riempite con anfore capovolte intere o frammentate, poi si procedeva alla costruzione degli edifici, che risultavano isolati dalle infiltrazioni d’acqua. Questa tecnica edilizia definita “a strati” è molto insolita per l’edilizia romana ed è stata studiata in occasione degli scavi della MM3 grazie ai moderni mezzi di indagine archeologica. In seguito alla bonifica si resero abitabili ampie zone per la costruzione di insulae e di edifici anche esterni alle mura.[8]

Nuove insulae e abitazioni fuori porta

La maglia delle strade romane, che definivano le insulae, è qui rimasta inalterata fino alla metà del XIX secolo, quando si è stravolto (tanto per cambiare) l’orientamento della rete urbana. Le insulae milanesi avevano una dimensione di 80 m x 115 m, simili a quelle di Torino.[9]

L'insula di S. Satiro

Tra via Speronari, via Torino, via Falcone, via Unione c’era un’insula abitativa, documentata dai reperti di un pozzo venuto alla luce nell’area di S. Maria presso S. Satiro, che conteneva oggetti, monete del III-IV secolo, utensili per la coltivazione dei campi, in parte esposti nella stessa chiesa. Via Speronari è forse la via che più di ogni altra mantiene l’orientamento e il tracciato della strada romana, visibile nelle cantine dei negozi a lato della basilica di S. Satiro a un livello di – 2,60 m dal piano stradale.

Ritratto di Germanico

Utilizzato per il rinforzo del fossato di via Maddalena, riaffiorò nel 1919 un bel ritratto di età giulio-claudia, forse una scultura di Germanico, proveniente da un ambiente molto colto[10]. Germanico, destinato a succedere a Tiberio, morì invece assassinato nel 19 d.C. ad Antiochia e fu subito divinizzato. Ovviamente non sappiamo a quale contesto appartenesse la statua con la testa di Germanico.

Dalla prima metà del II sec. d.C., l’età degli Antonimi, Milano ricevette un grande impulso socio-economico e venne elevata al rango di colonia imperiale. La via Laudense divenne via consolare romana e ricevette una radicale manutenzione: il piano stradale venne rifatto e sopraelevato di 70 cm.
Anche le abitazioni civili ostentarono il nuovo rango e un notevole benessere. Si fa largo uso di pietre da costruzione importate dal Carso (Pietra di Aurisina) e dai Monti Berici (Pietra di Vicenza).

Mosaico rinvenuto sotto S.Giovanni in Conca

In Piazza Missori, dove oggi si ergono tristemente negletti i resti dell’abside della basilica di S. Giovanni in Conca, è documentata la presenza di una casa romana di fine II- inizi del III secolo. Gli scavi furono eseguiti nel 1880 da Castelfranco e misero in luce tracce di un pavimento musivo policromo a – 1,70 m dal piano stradale che ricopriva con un disegno unitario un vasto ambiente. Il mosaico, conservato nel Museo archeologico di corso Magenta, è realizzato con motivi a meandri derivanti da nastri alternati di triangoli neri e trecce color marrone e arancione. All’interno della composizione si aprono dei riquadri contenenti figure, delle quali si è conservata solo una leonessa in atto di spiccare il balzo.
Il Mercurio trovato in piazza DiazNel 1949 sotto l’abside della cripta di S. Giovanni in conca si è rinvenuta anche una vasca, interpretata o come un serbatoio d’acqua per l’edificio o come una vasca termale dello stesso[11].

In via Lamarmora, in zona cimiteriale, è stato trovato un edificio di notevole livello, datato tra il II e il III secolo d.C. L’edificio, attinente in qualche modo alla necropoli, non ebbe lunga vita, perché andò distrutto a causa dell’incursione degli Alemanni, come del resto tutto quello che si trovava fuori dall’antemurale e la zona non venne più abitata.

In occasione degli scavi per le fondamenta del palazzo INA in piazza Diaz venne alla luce un pozzo a – 5,10 m dal piano stradale, dal quale furono prelevati frammenti di lastrine di marmo, lucerne, una piccola statua marmorea di Mercurio[12], monete delle fine del IV secolo (data che stabilisce il termine ultimo dell’esistenza del pozzo) e una grande quantità di materiale termale. Possiamo immaginare che dove in epoca goto-bizantina venne fondata la basilica dedicata a S. Giovanni Itolano o in Laterano[13], si trovasse in origine un edificio termale.

 

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[1] Un actus misura 35,52 m.

[2] M. Mirabella Roberti, Milano romana, p. 23 e relative note.

[3] I pali di rovere sono conservati nel Museo del legno presso il Museo della Scienza e della tecnica di Milano.

[4] Milano capitale. La situazione idrografica di Milano romana, pp. 94-96; A. Ceresa Mori, Milano in età imperiale I-III secolo, pp. 31-33.

[5] D. Caporusso, Milano, Piazza Erculea, scavo pluristratificato, in NSaL, 1992-93, pp. 121-123; M.P. Lavizzari Pedrazzini, La produzione a Milano dal I al III secolo, in Milano in età imperiale I-III secolo, pp. 59-65.

[6] D. Caporusso, Via Rugabella, NSAL 1987, 148-150

[7] Galvano Fiamma, Chronicom majus, fol. 109, cap. 263.

[8] A chi volesse approfondire gli aspetti archeologici, è d’obbligo il rimando a Scavi MM3. Ricerche di archeologia urbana a Milano durante la costruzione della linea 3 della Metropolitana Milanese, 1982-1990, a cura di D. Caporusso, Milano 1991.

[9] Anna Ceresa Mori, Felix Temporis Reparatio, p. 34.

[10] M. Mirabella Roberti, Milano romana, p. 172.

[11] I frammenti qui ritrovati di un pregiato sarcofago attico di bottega romana, scolpito col mito di Ippolito nel 230-240 d.C., non appartengono a questo edificio e vennero usati come materiale di rinforzo in occasione dell’assedio di Milano del III secolo.

[12] La statuetta è conservata nelle Civiche Raccolte Archeologiche di Milano.

[13] La chiesa venne demolita nel 1936 per far posto a piazza Diaz.

Ultima modifica: martedì 5 dicembre 2006

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