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 Il Sestiere di Porta Romana

Il culto delle reliquie

di Maria Grazia Tolfo

 

La scoperta dei martiri

Il vocabolo reliquiae significa “resti”, inclusi anche quelli corporei di un defunto. In Estremo Oriente il culto di reliquie corporee era una consuetudine riservata alla venerazione dei capi religiosi, in Grecia lo si concepiva per gli eroi. Scopo della reliquia era comunque quello di creare e cementare le fondamenta delle istituzioni sulla base dei miti delle origini.

Il mondo culturale romano si dimostrò restio a usare resti corporei, per l’orrore che aveva nei confronti di tutto ciò che era morto. Fu il cristianesimo, religione orientale avulsa dalla tradizione romana, a rompere questo tabù. Più che di cristianesimo, dovremmo parlare di cattolicesimo e di vescovi di Roma provenienti in prevalenza dall’Oriente greco, perché la fazione ariana rimase pervicacemente ostile al culto di reliquie, soprattutto se di provenienza umana.

C’era un uso soft della reliquia, ossia oggetti venuti a contatto con l’eroe cristiano, martire, apostolo o beato che fosse: strumenti di tortura, stoffe, pietre, schegge di legno di oggetti che gli erano appartenuti, emanazioni corporee (sangue e lacrime) raccolte su fazzoletti o mischiati a gesso, ecc.
L’aspetto più hard era costituito dall’asportazione di ossa da un cadavere (come nel caso degli apostoli) o, caso estremo, l’esumazione di un cadavere ritenuto appartenere a un eroe della fede.

Il vescovo Ambrogio si avvalse di questa ultima modalità, anche grazie al sostegno della corporazione dei becchini che nel cattolicesimo aveva trovato una sua riabilitazione sociale. Una prima volta, nel giugno 386, Ambrogio rinvenne nel cimitero dei Martiri di Porta Vercellina i resti di Gervasio e Protasio. Il vescovo aveva manifestato l’intenzione di farsi seppellire sotto l’altare della basilica da lui fondata accanto al sacello di S. Vittore, scatenando uno sciame di polemiche per l’arroganza e l’orgoglio che così dimostrava. Ambrogio per ispirazione divina riuscì a trovare due martiri da seppellire sotto l’altare, accanto ai quali gli sarebbe allora stato lecito venir sepolto. Geniale!

La seconda volta, per distrarre la popolazione dal pericolo del ritorno al paganesimo, ebbe l’ispirazione di trovare altri due martiri nel cimitero grande del Quadronno, due anonimi che prenderanno successivamente il nome di Nazaro e Celso; traslò il primo nella basilica Apostolorum, lasciò il secondo nel cimitero, in una cappella che diventerà la basilica di S. Celso.

In questo modo il vescovo Ambrogio gettò le fondamenta per la costruzione della chiesa cattolica milanese, che meritatamente prese il nome di ambrosiana. I quattro martiri inventati divennero i pilastri non solo della chiesa cittadina, ma il loro culto si diffuse in tutta l’ampia diocesi e nell’Europa cattolica.

 

La capsella argentea

Nell’altare della basilica Apostolorum venne riposta una capsella argentea, che oggi rappresenta uno dei più interessanti oggetti del IV secolo in deposito presso il Tesoro del Duomo. La storia, l’epigrafia e l’iconografia della cassettina ne fanno un unicum nei reperti paleocristiani del territorio milanese.

Ipotesi e precisazioni storiche

Il primo a entrare in contatto con la preziosa cassetta fu il vescovo Carlo Borromeo nel 1578, in occasione della ricognizione delle reliquie contenute nell’altare maggiore. Nel 1894 il reliquiario fu definitivamente tolto dall’altare e gli studiosi iniziarono a interessarsi a questo splendido ed enigmatico oggetto. Ci fu chi lo definì opera di oreficeria cinquecentesca, chi era pronto a giurare che era un falso ottocentesco, chi lo collocò in età ambrosiana, aprendo allora un’altra serie di ipotesi, dubbi, ricerche: da dove proveniva? La bottega orafa che aveva prodotto la capsella era milanese, romana, tessalonicese, costantinopolitana?

Appoggiandosi sulla donazione di reliquie apostoliche e incrociando le varie tradizioni, gli studiosi finirono per accettare l’idea che la capsella fosse di provenienza romana, ma l’analisi stilistica recente sembra aver invece stabilito la derivazione da botteghe orafe di Salonicco o di Costantinopoli e collocato la produzione all’epoca di Valentiniano II. L’equivoco ingenerò dal fatto che la basilica di S. Nazaro ricevette due diverse reliquie di apostoli in due date distanti e da provenienze differenti: nel 386 la dedica avvenne con le reliquie di Pietro e Paolo da Roma; nel 395 si deposero le reliquie di Tomaso, Andrea e Giovanni Battista prelevate da Costantinopoli, alle quali vennero unite le precedenti (brandea) di Pietro e Paolo.

La cassettina ha le dimensioni di un cubo di circa 20 cm di lato, con scene istoriate sui quattro lati e sul coperchio, incorniciate da un motivo a treccia sbalzata.
E’ realizzata con una spessa lamina di argento lavorata a sbalzo, con rifiniture a cesello e a bulino, con dorature a fuoco su capelli e vesti per dare un effetto, molto elegante, di bicromatismo. Per far risaltare la luminosità del rilievo, lo sfondo delle immagini è stato sottoposto a una fitta martellinatura. All’interno del coperchio si trova, fissata con un perno, una croce d’oro, che ne indica l’uso religioso[1].

L’iconografia è prelevata in buona parte dai repertori imperiali e ci mostra un ritratto di giovane imperatore, che per motivi storici e per la somiglianza con i ritratti dell’epoca, noi identifichiamo col piccolo imperatore Onorio, figlio di Teodosio.

La cassettina d’argento sbalzato e dorato doveva essere stata regalata a Onorio nel 391, in occasione della sua cooptazione nell’impero, Valentiniano II ancora vivente. Quando nel gennaio 395 morì suo padre Teodosio, Onorio – che aveva solo 11 anni – assunse il comando della parte occidentale dell’impero sotto la tutela di Serena, nipote (poi figlia adottiva di Teodosio) e moglie del generale Silicone.

Quale omaggio alla sua capitale, Onorio depositò il 9 maggio 395 nell’altare della basilica trionfale la sua cassettina, già molto usurata (segno che ci aveva giocato?), impreziosita dalle reliquie degli apostoli Giovanni, Andrea e Tommaso, prelevate dall’Apostoleion di Costantinopoli.

Iconografia

La capsella si presenta come un dado di 20 cm di lato, con cinque facce istoriate che si collegano alla simbologia imperiale e devono riferirsi al piccolo imperatore:

Cristo annuncia la nuova dottrina agli Apostoli, sul coperchio (senza immagine in questo testo). I cesti di pane e le anfore di vino hanno simbologia eucaristica.

Giudizio di Salomone. E’ un’iconografia che si presta a diverse letture simboliche. Salomone è il committente del Tempio e fa trasportare l’arca dell’alleanza dall’antica città di Davide. Salomone non veste panni orientali, ma è il ritratto di un giovane imperatore romano, con le insegne del suo imperium, tunica, clamide e scettro. Si tratta probabilmente dello stesso Onorio, riconoscibile dalla faccia paffutella, come in un ritratto di Detroit o come nella base dell’obelisco di Costantinopoli scolpita tra la fine del 391 e l’inizio del 392.

Salomone, come Giuseppe che compare nel riquadro successivo, ha il dono della Sophia, che consiste nell’onorare Dio.

Giudizio di Giuseppe. Si tratta parimenti di una simbologia legata alla Sophia, come prefigurazione del Cristo giudice (Gen. 42-47). Giuseppe veste panni orientali.

Tre ebrei nella fornace salvati da un angelo, vestito da speculator con la corta tunica e la clamide (la mantellina), come la divisa militare. Notare l’urbiculum sulla spalla, il clavio verticale e la ferula. Notiamo che l’angelo (messaggero- speculator) è ancora senza ali.

Madonna con Bambino in trono tra schiere angeliche. Qui i personaggi sono vestiti in parte col pallio, indumento preferito dai cristiani al posto della toga, in parte come militari. Le figure che affiancano la Madonna col Bambino esibiscono forme maschili, muscolose; ricevono dal Re dei Re i missoria secondo il rigoroso cerimoniale della corte di Costantinopoli, tanto che sono stati scambiati per dignitari (ma allora l’iconografia sarebbe stata diversa). I missoria erano i piatti d’argento che l’imperatore, a partire dal IV secolo, donava ai capi militari e ai dignitari di alto rango in occasione della sua proclamazione, di anniversari o di altre ricorrenze solenni. I due personaggi che ricevono i piatti sono vestiti con il pallio, indumento che i cristiani hanno adottato dai filosofi classici: sono due apostoli o santi, mentre gli altri personaggi vestiti con la clamide militare sono gli angeli[2]. Maria non porta ancora il nimbo, come sarà solo dopo il Concilio di Efeso che la definirà Theotokos, Madre di Dio. Ciò che nell’iconografia aveva destato inizialmente stupore era l’assenza di ali degli angeli.

(Foto della capsella da O. Zastrow, L'oreficeria in Lombardia)

Lo stile della capsella è decisamente classico, collegato ai bassorilievi greci, anche per il tipo di vestiario. Come dono a un bambino di circa sette anni cooptato al trono imperiale ha un significato augurale e contemporaneamente di alto contenuto teologico, come ci si potrebbe attendere dal cattolicissimo Teodosio.

Analisi epigrafica

Le sorprese della capsella non finiscono qui. Sul fondo del cubo si è scoperta una scritta, che venne ritenuta autografa di S. Ambrogio[3]:

Il testo recita: “Alleluia. Domine Christe, faustum factum, beate felix Christi. Amen. Domine misericordia”. L’esperto di epigrafia Alfio Rosario Natale ha stabilito che l’elegante incisione sul metallo non è tanto opera di un calligrafo di professione, che avrebbe usato una scrittura libraria, quanto di “un uomo colto che usa lo stilo sul metallo come è abituato a scrivere sul fondo cerato della tavoletta”.[4]

L’encolpion di Manlia Daedalia

Sempre nel 1894, nella capsella argentea si trovò un encolpion di argento con motivi e scritte incise. Il prevosto don Giuseppe Pozzi pensò di tenere l’oggetto per sé e lo lasciò agli eredi, che lo cedettero ai Borromeo, i quali ritennero di restituirlo alla basilica. Dal 1964 passò in deposito perpetuo al Tesoro del Duomo.

Encolpion di Manlia Daedalia, Tesoro del Duomo

L’encolpion era di Manlia Daedalia, con le scritte a nastro DEDALIA VIVAS sul coperchio e IN CRISTO sulla base. Quello che ha colpito gli studiosi è che la grafia è illetterata, è scritta come si pronunciava, ossia Dedalia invece di Daedalia e Cristo invece di Christo, errori incomprensibili per il colto ambiente dal quale Daedalia proveniva.

Il fratello Teodoro, sulla cui identità gli storici non hanno ancora le idee chiare, le scrisse un epitaffio (oggi nella basilica Ambrosiana) che la definisce “illustre per stirpe, ragguardevole di censo e madre dei bisognosi… vergine a Dio consacrata… Arrivò a toccare il traguardo dei sessant’anni…” Essendo qualificata come vergine velata, si è ritenuto che Daedalia era fosse amica di Marcellina, sorella di Ambrogio e vergine velata, che però morì nel 382. Fu allora che il fratello Teodoro fece dono al vescovo di questo encolpion eucaristico, da deporre nel 395 sul corpo di Nazaro? I frammenti ossei che si trovarono all’interno appartenevano allora all’amata e santa sorella, che così poteva riposare fra le braccia di Nazaro? Se così fosse, Teodoro aveva ottenuto il sommo privilegio e poteva veramente appartenere all’aristocrazia di corte milanese.

 

La pratica della depositio ad sanctos

La sepoltura nei pressi delle reliquie della basilica Apostolorum et Sancti Nazari divenne infatti ambitissima: più si era vicini all’altare e più si era sicuri della grazia per contatto.

All’esterno della basilica, tutto intorno all’abside e ai bracci del transetto, si appoggiarono ai muri piccoli mausolei privati e tombe, quasi a voler cercare la protezione dei santi apostoli e del martire milanese. Le tombe rinvenute negli scavi sono risultate tutte prive di corredo, con casse funebri in sarizzo[5].

Le tombe paleocristiane affrescate

A un metro di distanza dal muro di fondazione della canonica verso piazza S. Nazaro e a due metri sotto il piano attuale di calpestio vennero ritrovate alla metà dell’Ottocento alcune tombe dipinte risalenti al IV secolo, che ci sono note solo attraverso disegni[6]. Una di queste riveste particolare interesse per la comprensione del clima culturale dell’epoca. Vediamone l’iconografia:

  • lato corto di testa: una pernice in mezzo ad alberelli e 7 stelle; un pavone con due piccoli nel nido e 7 stelle.
  • Fiancate: chrismon con alfa e omega e 7 stelle; gallo con arbusto e 7 stelle; piante fruttifere e fronde
  • Lato corto di piedi: busto di Cristo (?) con il mano il bastone ricurvo degli auguri e ai lati il sole e la luna; Lazzaro avvolto nelle bende.

Accenniamo brevemente a un’interpretazione che vuole essere più suggestione che spiegazione. Uno dei cardini della religione tardo-antica era la credenza che un’imperfezione avesse sfigurato il volto dell’universo: da una parte era coagulata la terra opaca, materiale, dominata dal male, dall’altra era filtrata la cristallina volta stellata. La morte poteva significare il superamento di questa imperfezione se la persona era stata virtuosa, perché allora l’anima poteva passare in cielo, dopo la morte corporea, come un lampo di luce. Le stelle presenti in questa tomba collocano l’anima del defunto, sotto forma di uccelli simbolici (pernici e pavoni), in un paradiso (giardino), accennato da fronde ed alberelli, lassù nel cielo.

Il chrismon indica chiaramente che il mezzo della salvezza è il Cristo, che compare fra sole e luna, a garantire la resurrezione del defunto come già fece con Lazzaro.

Le stelle sono sempre in numero di sette: ciò starebbe a indicare che ci si trova in presenza di una forma di cristianesimo sincretista, che ha inglobato in sé principi dello gnosticismo e del culto di Mitra. Sette erano le sfere o i pianeti o le Pleiadi o le porte che l’anima doveva attraversare per risalire al punto della creazione e nella sua ascesa, ad ogni stazione, l’anima si spogliava dell’imperfezione assorbita durante la sua vita terrena. Sette stelle potevano semplicemente simboleggiare l’intero universo, come del resto il sole e la luna.

Questa tomba resta comunque fra le più interessanti dal punto di vista dell’iconografia paleocristiana fra quelle rinvenute a Milano.

Il “famedio” all’interno

Se il cimitero all’esterno della basilica si riempì di personaggi in grado di conquistarsi, per merito e per censo, questa santa protezione, all’interno della basilica trovarono posto i personaggi legati alla corte imperiale e alla sede metropolitica milanese.

Ci fu nel tempo una dislocazione delle tombe:

Nel IV e V secolo le sepolture si disposero intorno all’altare maggiore e quindi alle reliquie degli apostoli. Quattro vescovi della prima metà del V secolo, Venerio, Marolo, Glicerio e Lazzaro, che vennero collocati in sarcofagi accanto all’altare, confermando così per la basilica il ruolo di seconda per importanza dopo la cattedrale, una vera basilica del trionfo cristiano e un famedio cittadino.

Tra i personaggi laici illustri sepolti in S. Nazaro c’è il medico egiziano Dioscoro[7], probabilmente al servizio della corte imperiale. Dall’analisi dei caratteri epigrafici si è arrivati a datare la lapide tra la fine del IV e l’inizio del V secolo.Venne tumulato nell’emiciclo occidentale del braccio destro (oggi cappella Tondani), che conserva ancora un tratto di pavimentazione originaria a piastrelle di marmo bianco e nero. La lapide, visibile nel braccio destro di croce, è scritta in greco con un breve riassunto in latino.

“Qui fu la tomba de chiarissimo Dioscoro, della cui bocca più dolce del miele era la voce. Sono il sepolcro del medico Dioscoro che con la sua arte spesso salvò i malati anche da morte. Questi giunto all’apice di ogni sapienza, lasciò qui il corpo e se ne andò in paradiso. Qui giace un uomo valente nell’arte di Peone che tutti sorpassò nell’arte del dire. Ebbe il nome di suo padre Dioscoro e sua patria fu il santo Egitto e sua gloria la nostra città. Qui giace il famoso Diascoro. Tacque la sua lingua, più dolce del miele era la sua voce. Sepolto il 20 novembre” (430).

Altro personaggio legato alla corte era un comes sacrarum largitionum con la moglie Saura. La lapide, parzialmente danneggiata e privata del nome del defunto, è così riassumibile:

“(qui riposa)…, illustre, già comes sacrarum largitionum (ministro delle finanze imperiali), il quale fu deposto il quarto giorno prima delle calende di ottobre, durante il consolato dei Onorio per la dodicesima volta e Teodosio per l’ottava (28 settembre 418); e la sua coniuge Saura, illustre, insieme riposa, la quale fu deposta la vigilia delle calende di marzo, quando fu console Festo, chiarissimo, e chi sarebbe stato proclamato dall’Oriente (28 febbraio 439).”[8]

Nel VII-VIII secolo le tombe si disposero intorno alle reliquie di S. Nazaro.

Nel X secolo si ebbero inumazioni presso la basilichetta di S. Lino, appena costruita.

Come fece osservare Peter Brown, la pratica della depositio ad sanctos evidenziava un privilegio sociale che definiva, sotto forma della prossimità delle reliquie, il diagramma della distribuzione del potere sociale all’interno della comunità cristiana[9].

Distribuzione delle tombe all'interno della basilica, da Ambrosius '63 in Ambrogio e la cruciforme, p. 63

 

I difensori celesti delle mura

Nella trasformazione urbanistica segnata dal passaggio al mondo cristiano, le mura sono il solo elemento che mantenne il suo significato originario, di diaframma, di separazione fra organizzazione e caos, con un’unica differenza: alle divinità pagane poste a difesa delle porte si sostituirono gli angeli e dalla fine del IV-inizi V secolo si rinforzò la difesa con la presenza delle reliquie di martiri e confessori nei santuari lungo le principali vie d’accesso.

A Roma papa Damaso si era qualificato come grande scopritore e valorizzatore di reliquie di martiri, facendo leva sulle persecuzioni soprattutto neroniane. Aveva rilanciato la basilica Apostolorum, sorta sulle catacombe (S. Sebastiano), dove erano stati temporaneamente trasportati Pietro e Paolo.

Milano non aveva avuto persecuzioni, data la non significativa presenza di giudei e la mancanza di diffusione del credo presso la popolazione locale nei primi secoli.

Fino all’episcopato di Ambrogio, prevalendo la fazione ariana più vicina alla mentalità romana, non si ebbero santuari extramurani, poi, grazie alla grande capacità mediatica del vescovo, anche Milano ebbe la sua potente difesa delle sue mura con otto santuari dislocati a formare un ottagono protettivo:

·       Porta Vercellina la basilica dei Martiri o Ambrosiana con le reliquie di Gervasio e Protasio;

·       Porta Giovia S. Martino ad Nemus;

·       Porta Comacina la basilica delle Vergini (un frammento della croce?);

·       Porta Nuova la basilica Sanctorum Veteris Testamenti (di incerta collocazione);

·       Porta Orientale la basilica Concilia Sanctorum (poi diverrà SS. Romano e Babila);

·       Porta Tonsa la basilica ad Innocentes (poi S. Stefano)[10];

·       Porta Romana la basilica Apostolorum e di S. Nazaro;

·       Porta Ticinese S. Eustorgio.

A parte l’Ambrosiana e la basilica Apostolorum di committenza vescovile e quella detta delle Vergini di committenza imperiale, le altre basiliche erano molto probabilmente cappelle sorte su aree cimiteriali in vari periodi.

 

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[1] Alla capsella argentea di S. Nazaro ha dedicato ampi studi Gemma Sena Chiesa, che ne ha pubblicato un’anticipazione su  “La città e la sua memoria. Milano e la tradizione di sant’Ambrogio”, catalogo Electa 1997, pp. 74-79; scheda tecnica alle pp. 179-180 dello stesso catalogo.

[2] Il pallio andrebbe fermato o girato sulla spalla sinistra, invece l’angelo di destra, per motivi di simmetria, porta il pallio sulla destra.

[3] Il primo a pubblicarla fu E. Villa, Un autografo di S. Ambrogio, in "Ambrosius", 30 (1954), pp. 65-68.

[4] Citazione da Ambrogio e la cruciforme…, p. 213.

[5] Milano capitale, scheda 2a.23, 23a, 23b, pp. 119-120.

[6] Luigi Braghi, Una catacomba cristiana dei primi tre secoli scoperta in Milano, in "L’amico cattolico", 1845, maggio-giugno. Più recentemente lo studio è stato ripreso da Cinzia Fiorio Tedone , Dati e riflessioni sulle tombe altomedievali intenamente intonacate e dipinte rinvenute a Milano e in Italia Settentrionale, Atti del X Congresso Internazionale di Studi Alto Medioevo, 1983, pp. 404-408, tav. II.

[7] In quasi tutti i testi è identificato erroneamente con un amico di S. Agostino, ancora vivente nel 428, quando riceve una lettera dal vescovo.

[8] Milano capitale, scheda 1c.2c p. 42

[9] P. Brown, Il culto dei santi, 1983, p. 49

[10] A Roma esisteva parimenti il mausoleo degli Innocentiores, che prendeva il nome da una confraternita. Non è escluso che la cappella milanese avesse la stessa origine, poi alterata dalla leggenda delle lotte fra cattolici e ariani.

Ultima modifica: domenica 4 febbraio 2007

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