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 Il circolo di via Bagutta e la nuova piazza San Babila

di Paolo Colussi

 

Il Premio Bagutta

Una sala del ristorante BaguttaNell'aprile del 1926 un bolognese - Riccardo Bacchelli (vedi schede ) - e un giornalista fiorentino - Adolfo Franci - scoprono la trattoria di Oreste Pepori in via Bagutta. I due "non milanesi" convincono gli amici che la cucina toscana del Pepoli, originario di Fucecchio, meritava un sopralluogo più accurato da parte dell'intero gruppo, che era piuttosto eterogeneo come provenienza ed anche come attività. Oltre ai due scopritori, nel gruppo c'erano due milanesi - Massimo Del Curto e Orio Vergani (vedi schede ) -, il pittore piemontese Mario Alessandrini, il pittore Ottavio Steffenini, nativo di Cuneo, il pittore e illustratore modenese Mario Vellani Marchi. Prima di scoprire la trattoria di via Bagutta, si trovavano al Bœucc, che allora era nella vecchia via Borgogna, all'angolo con via Durini.

Entrambe le trattorie erano situate in una posizione molto comoda soprattutto per quelli tra loro che collaboravano con la "Fiera letteraria", la nuova rivista letteraria che aveva la redazione in via Spiga 24. La rivista settimanale era stata fondata nel 1925 da Umberto Fracchia, un giornalista e scrittore di origine toscana che lavorava al "Corriere". Nell'ambito della rivista, Bacchelli si occupava della critica teatrale, Titta Rosa di quella letteraria, Franci, Gino Scarpa, Anselmo Bucci e Vellani Marchi erano illustratori. I collaboratori della rivista si trovavano spesso anche nella libreria della Fiera letteraria in fondo ai portici di destra di piazza San Carlo, oppure nella celebre pasticceria "Le tre Marie", all'angolo tra corso Vittorio Emanuele e via San Pietro all'Orto, dove non era raro imbattersi nelle graziose ragazze della celebre casa che si trovava proprio di fronte.

Qui avevano occasione di incontrare altri amici milanesi più o meno famosi: artisti, intellettuali, scrittori. Tra questi, uno dei più assidui frequentatori della trattoria era Paolo Monelli, noto giornalista del "Corriere della Sera" e Tonino Niccodemi, figlio del commediografo Dario, che la frequentava volentieri anche perché abitava lì vicino, in via S. Andrea 9.

Oltre all'ottima cucina, la trattoria garantiva agli ospiti un ambiente molto accogliente, arricchito alla presenza di Ugo Bernardini, un libraio ambulante che arrotondava le sue entrate lavorando la sera come cameriere.

Riccardo BacchelliNon si trattava di un gruppo compatto e unito da un credo estetico comune come nel caso dei Futuristi o degli artisti del Novecento riuniti della Sarfatti. Si trovavano assieme per discutere liberamente d'arte e di letteratura, in genere tra soli uomini, uniti soltanto da uno spirito comune, che si rifaceva grosso modo alle esperienze e alle idee manifestate negli anni precedenti dalla rivista romana "La Ronda" (1919-23) e riprese proprio nel 1926 a Firenze dalla rivista "Solaria". Bacchelli, implicato in entrambe queste vicende, era il rispettato leader del gruppo anche se non erano ancora stati pubblicati i suoi lavori più famosi come Il diavolo al Pontelungo (1927) e Il Mulino del Po (1938-40).

Pochi mesi dopo quella scoperta gastronomica, che permetteva ai nostri amici di passare piacevoli serate e nello stesso tempo di distinguersi da altri gruppi, orientati diversamente da loro e che si riunivano in altri locali, ecco l'idea geniale che renderà famoso il nome "Bagutta" in tutta Italia.

Come avvenne il fatto ce lo racconta Orio Vergani, in un libro dedicato al Premio Bagutta curato da Marino Parenti e pubblicato nel 1955:

... 11 novembre 1926, pioveva. C'erano undici amici.

Bacchelli, Monelli, Vellani Marchi, Steffenini, Franci, Scarpa, Niccodemi, Alessandrini, il musicista Antonio Veretti, Bonelli e Vergani. Si attende di andare al Savini. Ci si annoia, forse è l'ultima sera a Bagutta.

Qualcuno dice «Perché non fondiamo un premio letterario?»

«Come lo chiamerebbe?» «Si potrebbe chiamare premio Bagutta. In Italia non c'è nessun premio letterario, e questo avrebbe il merito, soprattutto, che lo daremo noi, con i nostri soldi, senza aspettare l'eredità dei Goncourt, senza costruire un'Accademia, senza servire l'interesse di nessuno. Il premio di noi amici dell'osteria...»

«E chi sarebbero i giudici?» - «Noi» - «Un concorso?» - «No. Compreremo i libri, ce li scambieremo, faremo una sorpresa ad uno scrittore che non si aspetta nemmeno una stretta di mano...» «Credi che potrebbe durare? Credi che durerà o che lo daremo una volta sola?» - «Credo che durerà. Sarà magari un premio di cento lire, se non avremo altri soldi, ma il premio durerà...»

Con cento lire a testa gli undici mettono assieme 1100 lire che affido al tesoriere Alessandrini. L'assegnazione è fissata per il 14 gennaio 1927. Poi tutti vanno al Savini. ...

La prima giuria del premio BaguttaBacchelli è nominato presidente a vita del Premio, Orio Vergani primo giudice. Gli altri giudici che faranno parte della giuria sono: Cesarino Branduani, Anselmo Bucci, Dino Buzzati, Eugenio Montale, Emilio Radius, Mario Robertazzi, Fortunato Rosti, Edilio Rusconi, Giovanni Titta Rosa. Gran cerimoniere era Marino Parenti. Tesorieri Alessandrini e Zibordi. Ai vincitori andavano 5000 lire.

Il primo premiato nel 1927 fu G. B. Angioletti per il romanzo Il giorno del Giudizio. Dal 1928 al 1936 furono premiati G. Comisso, Vincenzo Cardarelli, Gino Rocca, Giovanni Titta Rosa, Leonida Repaci, Raul Radice, Carlo Emilio Gadda (Il castello di Udine), Enrico Sacchetti e Silvio Negro. Nel 1937 il premio non venne assegnato. Dal 1938 viene istituito il premio Bagutta Tripoli e il premio di pittura. Dopo la guerra, nel 1947, si riparte con un premio di 100.000 lire, mentre nascono altri premi paralleli. (Vedi l'elenco dei premiati)

L'idea intanto aveva avuto fortuna e nacquero molti altri premi letterari, alcuni dei quali hanno resistito fino ad oggi, ma l’importanza di questo premio stava soprattutto nell’aver spazzato via quell’atmosfera sacrale che fino a quel momento aveva caratterizzato il lavoro dei letterati impedendo che si potesse pensare a un compenso in “vile denaro” per l’opera di un Vate. Il carattere misto del gruppo e la presenza dei giornalisti aveva fatto superare queste barriere ormai superate dall’insorgente Era Moderna degli anni Venti, che a Milano stava per celebrare il suo trionfo proprio nella vicina piazza San Babila.

La nuova piazza San Babila

Milano riparte!

L'antico Carrobio di Porta OrientaleDov’è oggi piazza San Babila c’era fino agli anni Trenta solo uno slargo che si apriva alla fine dell’attuale corso Vittorio Emanuele e davanti all’antica basilica per restringersi all’inizio di corso Venezia: era l’antico Carrobio di porta Orientale, il parcheggio fuori dalle mura romane dove nel Medioevo sostavano i carri prima di entrare in città.

L’idea di aprire qui una grande piazza non venne di getto, ma fu il risultato di una lunga serie di aggiustamenti adottati via via che si procedeva con i lavori di adeguamento del centro cittadino all’enorme crescita di Milano, che in pochi decenni era passata da poco più di 200.000 a un milione di abitanti.

La storia inizia con la decisione presa all’inizio del secolo di aprire una strada di collegamento diretto tra piazza della Scala e corso Venezia. Un’iniziativa che era stata sospesa, prima per il sopraggiungere della guerra e poi per le gravi difficoltà del turbolento dopoguerra.

Nel 1926, consolidato ormai il potere di Mussolini, bisognava dare un segno forte di ripresa delle attività sociali ed economiche, anche per far dimenticare le violenze e le misure autoritarie prese dal governo a partire dal famoso discorso di Mussolini del gennaio 1925 con il quale venne stroncato il dissenso creatosi dopo il delitto Matteotti. Venne così bandito il concorso per un nuovo Piano Regolatore (1 ottobre 1926) e intanto si avviarono i primi lavori della nuova strada demolendo l’edificio che si trovava accanto alla nuova sede della Banca Commerciale in piazza della Scala. Nel corso del 1927 e 1928 si procedette con le demolizioni per aprire piazza Crispi (oggi Meda) e corso Littorio (oggi Matteotti).

Senza attendere il nuovo piano, che sarà approvato solo nel 1934, tutto il centro è preso di mira nel frattempo da molteplici interessi che non vedono l’ora di recuperare il tempo perduto, complice il nuovo podestà Ernesto Belloni che verrà destituito ed espulso dal Partito Fascista nell’ottobre del 1930 “per somma di ammonizioni” come si direbbe in linguaggio calcistico.

Ricordiamo alcune tra le tante iniziative edilizie di questi anni.

Il 3 agosto 1926 viene deciso il cambio di mano delle vetture che tenevano la sinistra e che da questo momento devono tenere la destra. Dovendo adeguare al cambiamento tutta la rete tranviaria, si decide di approfittarne per abolire il carosello dei tram in piazza del Duomo e quindi di creare un nuovo sagrato e una nuova pavimentazione della piazza. Nello stesso anno si iniziano i lavori di copertura dei Navigli.

Nel 1927 si costruiscono i due esempi più rappresentativi dell’architettura fascista a Milano: il Monumento ai Caduti in Largo Gemelli e la Casa dei Fasci Milanesi in via Nirone 15 di Paolo e Vittorio Mezzanotte.

Dal 1928 iniziano i lavori della nuova piazza degli Affari e del palazzo della Borsa, ancora del Mezzanotte. Nel 1930 viene approvato il progetto della nuova piazza Diaz che avrà la sua trionfale conclusione nei palazzi dell’Arengario.

 

Si inizia da piazza Crispi

Il nuovo Corso del LittorioI lavori verso San Babila vanno più a rilento. Nel 1928, terminate le demolizioni, si costruiscono i tre grandi palazzi che si affacciano su piazza Crispi: la nuova sede della Banca Popolare di Milano di Giovanni Greppi (1928-31); il Palazzo Bolchini di Pier Giulio Magistretti (piazza Meda 3-5, 1928-30); il Palazzo Crespi del Portaluppi all’imbocco del nuovo corso Littorio (1928-30).

Nello stesso anno il Portaluppi costruisce il palazzo accanto alla casa degli Omenoni, il primo edificio moderno della zona. Mentre si procede all’edificazione di piazza Crispi, nell’ambito dei progettisti del nuovo Piano Regolatore si discute animatamente su come dovrà essere lo sbocco di corso Littorio verso San Babila. Si profila sempre più la necessità di creare una nuova piazza demolendo la parte dell’isolato tra via Monte Napoleone e via Bagutta che bloccava la nuova arteria. Il 7 maggio 1931 è approvato lo stralcio del Piano Regolatore che prevede la nuova piazza e possono iniziare le demolizioni che interessano anche le case all’angolo tra via Bagutta e corso Venezia dove sorgerà il palazzo attualmente sede dell’UPIM. Il corso Littorio può quindi avanzare con il grande edificio a portici di Emilio Lancia sul lato verso via Monte Napoleone (1933-36), che doveva concludersi con la Torre Snia Viscosa (1935-37). Quest’ultima, progettata da Alessandro Rimini, in deroga al Piano Regolatore poteva raggiungere i 14 piani proponendosi come il primo grattacelo di Milano, un segnale dell’importanza che il nuovo centro stava assumendo come modello di modernità “americana”. Il lato nord della piazza con il palazzo dell’UPIM e la vicina autorimessa di via Bagutta, entrambi di G. De Min, completano nel 1937 il lato nord della piazza.

 

La nuova piazza

 Dal 1935 iniziano invece i lavori sul lato ovest della piazza. Dopo la cessione della Galleria De Cristoforis e della case adiacenti alla Società di Assicurazioni del Toro, tutta l’area della vecchia Galleria viene smantellata e sostituita dal grande edificio per uffici, negozi e abitazioni, comprendente la Galleria Ciarpaglini (detta comunemente del Toro) e il Teatro Nuovo. E’ il Palazzo del Toro (1935-39), progettato da Emilio Lancia e Raffaele Merendi, che prende alcune idee da un precedente progetto dell’Andreani ed è decorato verso corso Littorio dalle sculture di Gigi Supino. Assieme al Palazzo del Toro vengono costruiti, tra il 1936 e il 1938, anche gli altri grossi e poco rilevanti edifici di corso Littorio che proseguono lungo lo stesso marciapiede, e cioè i numeri 4-6-8-10 degli architetti Bietti e Pozzi.

Il progetto dell'Andreani per il palazzo del ToroOrmai il problema dello sbocco di corso Littorio sulla piazza è risolto, ma molti osservano subito che bisogna regolarizzare la piazza anche sul lato est di fianco alla basilica. Lungo questo lato erano state costruite nel 1859 le famose “case veneziane”, una gotica ed una rinascimentale, per sottolineare il rammarico della mancata unione di questa città al resto d’Italia. Il nuovo piano prevedeva la demolizione di tutto l’isolato tra corso Monforte, via Cerva (oggi Cino del Duca) e la nuova via Borgogna, che sostituiva l’antica e stretta contrada di S. Stefano in Borgogna. Su questo lato però le discussioni si protraggono molto a lungo anche perché, oltre alla nuova via Borgogna, bisognava aprire una seconda grande arteria di collegamento tra San Babila e il centro, il futuro corso Europa. A questo punto, di fronte alla prospettiva di far convergere tre grandi strade, gli urbanisti del Comune mostrano grandi incertezze che porteranno alla fine ad inventare quello strano slargo supplementare di raccordo che oggi si chiama largo Toscanini.

L'idea di Luciano BaldessariFinalmente, nel dicembre 1938, è approvato il tracciato definitivo del lato ovest della piazza e si può procedere con le demolizioni, a partire dalle case veneziane. Già da qualche anno intanto si pensava ad una soluzione per il nuovo palazzo che avrebbe dominato la piazza. Luciano Baldessari aveva schizzato un edificio vagamente futurista con una torre centrale che avrebbe sicuramente “dinamizzato” lo spazio antistante, ma venne scartato. Alla fine tutto il lavoro fu affidato ad un gruppo di architetti e ingegneri guidato da Gio Ponti che iniziò a lavorare nel 1939. Interrotto dalla guerra, il complesso di edifici che comprende la galleria San Babila e la piazza Umberto Giordano fu terminato nel 1948.

 

Gli interventi del dopoguerra

I bombardamenti del 1943 danneggiarono molto gravemente il lato destro del corso Vittorio Emanuele, specialmente dov’era l’antica via Pasquirolo. Rimanevano invece quasi intatti la via Passarella e l’ultimo tratto del corso verso San Babila. Mentre si avviavano i lavori per un nuovo Piano Regolatore che sarebbe stato approvato nel 1954, si procedette con le demolizioni per la nuova via Borgogna. Muzio, nel 1950, costruì la casa all’angolo tra via Borgogna, via Durini e via Cerva che darà il via alle successive iniziative lungo il lato destro della nuova via. Dal 1953 iniziarono i lavori della nuova strada che venne battezzata “Corso Europa” come auspicio per la futura Unione Europea. Luigi Caccia Dominioni costruì gli edifici ai numeri 10-12 e 18-20 tra il 1953 e il 1959. Più tardi, tra il 1963 e il 1966 costruì sul lato opposto l’edificio ai numeri 11-13. Vico Magistretti progettò l’edificio al numero 22.

Anche sul corso Vittorio Emanuele fervono i lavori che porteranno al quasi totale rinnovo degli edifici che lo fronteggiano. Tra il 1954 e il 1957 Luigi Mattioni mette l’ultimo tassello di piazza San Babila costruendo l’edificio tra il corso Vittorio Emanuele e corso Europa che comprende la Galleria Passarella. 

Bibliografia

Il Premio Bagutta

Bacchelli, Riccardo, Opere, Milano, Rizzoli 1951-56, Voll. 21 (Brera Rom N. 3618 /1 ... 21)

Parenti, Marino (a cura di), Bagutta. CXXII tavole di Mario Vellani Marchi, Anselmo Bucci, Enzo Morelli, Giuseppe Novello,Bernardino Palazzi. Testi di Riccardo Bacchelli e Orio Vergani, Milano, Casini 1955 (Brera 280 G 74)

Parenti, Marino, Bagutta, Milano, Ceschina 1955 (Brera N.S. O 394 oppure 31 O 81)

Vigevani, Alberto, Milano ancora ieri, Venezia, Marsilio 1996

 

La nuova piazza San Babila

AA. VV., Milano contemporanea, Milano, Designers Riuniti 1986, pp. 185-188

Ciucci, Giorgio, Gli architetti e il fascismo, Torino, Einaudi 1989

Montaldi, Valeria, Piazza S. Babila, Milano, L'agrifoglio 1990

Reggiori, Ferdinando, Milano 1800-1943, Milano, Milione 1947, pp. 153-175

 

Appendice

da G. B. Angioletti, Il giorno del Giudizio, Torino, Fratelli Ribet, 1928

(Amico all’osteria, pag. 57)

... Ma aspetteremo un pezzo, caro amico. Io non vedo avanzarsi di lontano, con un canto che somiglia ad un ruggito, che l'America dinamica e antialcoolica, ubriaca di animalesca energia, avida e macchinosa, superbamente insulsa, tutta stipata dentro innumerevoli carovane di automobili economiche. Ogni cittadino, la sua automobile. Centosessanta milioni di automobili che corrono giorno e notte su tutte le strade di una terra di conquista, del più infelice continente del mondo, ogni giorno martoriato da un popolo che ha perso il senso del grottesco. Ti pare soggetto da epopea, codesto? Ti pare che tutto ciò possa esaltare il nostro delicato, onesto coraggio? Eppure è l'unica novità che ci offra la terra.

(Pazienza, pagg. 69-74)

...

Un pomeriggio d'aprile, uno di noi pigri era andato a sedere sui gradini che dalla veranda di una villetta in Riviera portavano nel giardino. La villetta non era sua, chè il pigro conosce spesso la povertà, come di giusto, ma l'amico proprietario di tanto in tanto ve lo invitava. Gli teneva quel giorno compagnia un altro pigro innocente, un gatto, sdraiato un gradino più sotto; e tutt'e due contemplavano il mare che veniva schiumando appena fin sotto i cancelli, contenti della frescura e della pace dell'ora.

Nel giardino un grosso ragno stava allora terminando una tela enorme, tirata su proprio fra i rosai fioriti attorno alla vasca, dove rideva a bocca spalancata un amorino di marmo. Poichè i pigri hanno il dono di capire tutti i linguaggi, uomo e gatto s'interessarono a un discorso che il ragno, con rapidi cenni delle zampe, s'era dato a trasmettere a un compagno più piccolo, appeso per un filo a un arbusto sporgente dal muro di cinta, dieci passi più in là. A quel che diceva, il costruttore della tela era ragno dinamico e moderno, e s'era scelta quella posizione centrale proprio per trovarsi nel quartiere degli affari, laddove più intenso era il traffico delle mosche.

Il ragnetto obiettò esser quello soltanto un magnifico roseto, e non credeva affatto di buon gusto il guastarlo con tutti quegli impianti, e con tanto spazio che c'era lì intorno. La risposta fece andare sulle furie il costruttore. Si mise a gridare dal centro della tela che bisognava a tutti i costi finirla con la sciocca venerazione dei musei e delle anticaglie sentimentali, che i tempi non sopportavano rinuncie e che l'arte, insomma, doveva sacrificarsi al lavoro.

- Al piacer tuo, mormorò il ragnetto, e se n'ebbe tale diluvio d'improperi, e fannullone dei sobborghi e stupido retrogrado e ragno del secolo scorso, e ancora peggio, che l'uomo e il gatto, colpiti nel vivo, dovettero scambiarsi un'occhiata di compatimento.

Ma il ragno dei sobborghi non fece neppur caso al vituperio; sbavò un altro palmo di filo e approfittò d'un poco di brezza che s'era levata, per lasciarsi dondolare piano piano, beato di quel giuoco d'aria che lo percorreva tutto fra le sette zampe, e d'essere sospinto talvolta così in alto da poter vedere, oltre il muro, una bella striscia di mare.

Dopo aver brontolato che i fannulloni non servono che a far perdere tempo, e che il tempo è mosca, l’altro riprese a faticare come un bue, se si può dir cosí d'un ragno. La sua tela comportava una ventina di ottagoni concentrici fissati per i fili trasversali ad otto rami di rosa; dal centro partiva una rete telefonica sussidiaria, unita agli ottagoni più lontani, di modo che, appena una mosca v’incappava, il ragno ne riceveva il terrorizzato ronzio, anche se stava per dormire; ed allora, senza scomodarsi a balzare fin laggiù, metteva in azione un acchiappamosche automatico, composto di altri fili sussidiari che strangolavano di colpo la vittima, pur se fosse stata una vespa o un tafano. Infine, per mezzo di una teleferica, la preda era calata nei docks, formati dalla bocca ridente dell'amorino di sasso.

Con questo sistema, diceva il lavoratore alla media borghesia delle formiche, tutte ritte sui fili d'erba ad ammirare il «Palazzo del Commercio», con questo sistema piglio dalle cinquanta alle sessanta mosche al giorno, senza contare una diecina tra vespe, mosconi e tafani. Vendo al miglior offerente: gli affari, signori, sono affari. E le formiche subito a chieder prestiti promettendo interessi favolosi, a contrattare partite di mosche per la rivendita, ad accaparrarsi fili in affitto ed esclusività di ottagoni interi. Il ragno banchiere segnava sul «Mastro» ch'era un verde trifoglio.

Quando il palazzo fu finito, e le prime mosche strangolate per l'inaugurazione calavano dalla teleferica nei docks, quel gran ragnatelone in mezzo al giardino, tutto disteso sopra meraviglie di rose gialle e rosee appena sbocciate, aveva un aspetto davvero impressionante. Erano fuori tutti a guardarlo, e bruchi e cocciniglie e maggiolini, e gli altri minuzzoli della creazione che avevano scelto dimora nel giardino. E pareva così solido, così inevitabile, che perfino l'uomo e il gatto ne furono inquieti. Il gatto aveva una gran voglia, è vero, di spiccare un salto magistrale dentro la rete e romper tutto d'un peso; ma l'uomo lo trattenne a carezze sulla testa: Lascia fare, micio, che non è detta l'ultima parola. Il ragnetto pigro invece continuava a dondolarsi tranquillo, forse addormentato.

Ma d'un tratto prese a roteare due volte intorno all'arbusto, proprio mentre il cappello dell'uomo volava via e il pelo del gatto s'arruffava fin sulle orecchie. Un vaso di leandri si rovesciò sul cancello con uno schianto, e la ventata andò a balzare sul mare, sollevando un popolo di schiume.

Temporale. I due pigri andarono a rifugiarsi nella veranda, sedettero su un tavolino di ferro dietro i vetri, e tornarono a guardare il giardino, ch'era ormai tutto voli di foglie, polvere e scrolli di rami fioriti. La spiaggia ululava tutta, raschiata senza posa dai frangenti.

Rimontato in fretta l'arbusto, il ragnetto s'andò a fissare sotto la radice, tra due mattoni. La tela del ragno operoso ballonzolava come un'amaca tra i rami delle rose, mentre il banchiere volteggiava impazzito da un'ottagono all'altro, tentando di raggiungere i fili in pericolo, che sempre si strappavano prima che vi arrivasse, filando subito in aria, lunghi e sinuosi. Il corpo centrale cedeva ad ogni istante, a volte già abbassandosi fino a terra.

Quando giunsero i grandi sacchi di carbone delle nuvole sopra il giardino, l’ultima ventata precipitosa ghermì i resti del « Palazzo del Commercio » e se li portò in trionfo oltre i cancelli, verso il mare infuriato.

Caduto al suolo, il ragno arrancava sulle sue dieci grucce, invecchiato, tremebondo, tentando di risalire nei docks, a custodirvi almeno il bottino già preso. Ma il primo chicco di grandine fu per lui. Restò lì fulminato e subito sepolto da un rovescio che sbacchettò compatto per tutto il giardino.

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Ultima modifica: martedì 30 luglio 2002

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