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Atlante milanese  

 

 Il complesso cattedrale in età carolingia

Sommario

La riorganizzazione ecclesiastica carolingia
La cattedrale del S. Salvatore e di S. Tecla: le reliquie di S. Tecla - Il rifacimento della cattedrale  
Il nuovo polo religioso carolingio: il modello simbolico della basilica doppia - S. Maria Maggiore -  Le trasmigrationes
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I doppi battisteri - La canonica degli ordinari - La Schola dei Vecchioni  
Le chiese intitolate agli arcangeli: S. Uriele - S. Michele - S. Gabriele - S. Raffaele
Biblioteche e scuole
Bibliografia
Link utili

 

La riorganizzazione ecclesiastica carolingia

Una liturgia della monarchia era assente presso i Longobardi. Forse Pavia aveva vissuto maggiormente il cerimoniale regio longobardo in S. Michele, ma non risulta che vi fossero particolari cerimonie per la sepoltura e per la consacrazione dei re, che non avveniva in chiesa, ma nei circhi o di fronte all'esercito. I Franchi inaugurano la liturgia della monarchia ispirandosi all'età costantiniana e all'impero bizantino. Gli spazi liturgici ricevono una nuova sistemazione, funzionale al rigido cerimoniale che si viene instaurando e la gerarchia ecclesiastica viene disciplinata come un esercito. Vescovi e abati sono di nomina reale, scelti fra i fedeli alla dinastia o fra i parenti e godono del privilegio dell'immunità. I vescovi nel ricevere il pastolare, invece della spada, giurano fedeltà al re come qualunque altro vassallo.
Con Carlomagno Milano torna ad essere la metropoli della provincia ecclesiastica nord-occidentale[1], togliendo la sede alla capitale longobarda Pavia. A partire da questo momento il vescovo a capo di una provincia è detto arcivescovo e il primo a fregiarsi di questo titolo a Milano è Tommaso, che il 2 giugno 781, vigilia di Pentecoste, ha l’onore di battezzare Gisela, figlia di Carlomagno. 
La Chiesa ambrosiana vedeva poi un ordo maior o cardinale, preposto all'officiatura con l'arcivescovo della cattedrale e delle chiese matrici nelle grandi feste, e un ordo minor o decumano, che dipendeva da un primicerio e si occupava della liturgia quotidiana e di quella funebre.
Della gestione dell'ingente patrimonio della provincia e della metropoli si occupavano i procuratori detti “avvocati”, che garantivano la riscossione delle imposte e la gestione dei tribunali, costituendo una sorta di gabinetto dei ministri. Mentre queste pratiche temporali erano gestite in case private, le faccende ecclesiastiche, incluso il tribunale che doveva giudicare l’operato dei religiosi, si sbrigavano nella cattedrale, attorno cioè alla cattedra dell’arcivescovo nel presbiterio.
Il luogo privilegiato di tutta questa imponente e gravosa amministrazione divenne l'area intorno alla cattedrale, circondata sin dall'età romana da un alto muro, in modo da formare una cittadella ecclesiastica.


La cattedrale del S. Salvatore e di S. Tecla 

Le reliquie di S. Tecla 
L’impatto di Carlomagno col clero milanese non fu dei più felici. Desideroso di eliminare ogni minima differenza all’interno della liturgia, onde poter collocare vescovi di sua nomina in qualsiasi parte dell’impero senza ricorrere alle elezioni locali, Carlo suscitò prevedibilmente la resistenza del clero milanese. Seguendo i buoni consigli offerti al nuovo re dai suoi validi ministri, non solo l'organizzazione della Chiesa milanese divisa in clero decumano e cardinale non venne toccata, ma la nuova metropoli ricevette fondi per l'adeguamento delle sue strutture ai nuovi compiti. 
Dittico delle Cinque PartiNell’anno 811 Carlomagno assegnò alla Chiesa milanese una dotazione suntuaria, forse anche un avorio tardo-antico, noto come Dittico delle cinque parti, di fattura ravennate, conservato nel Tesoro del Duomo. Si tratta di due grandi copertine di avorio, suddivise ciascuna in cinque parti finemente intagliate. Sul frontespizio si vede l'Agnello realizzato in granati incastonati in argento e inserito in una ghirlanda; nella tavola di chiusura al centro vi è una croce.  
Ma il dono più prezioso venuto dalla Francia fu la testa di S. Tecla, per sistemare la quale si diede avvio al lavoro di ripristino della basilica del S. Salvatore.


Il rifacimento carolingio della cattedrale
Sfortunatamente la storia tace circa il periodo di arrivo della reliquia di S. Tecla a Milano e sul conseguente rifacimento della basilica, ma è probabile che l'episodio riguardi il governo di Ludovico il Pio, successo al padre nell'814 [2]. Ludovico era particolarmente devoto a S. Batilde, la regina vissuta nel VII secolo che aveva promosso la fondazione di monasteri, tra cui anche quello di Chamalières con le reliquie di S. Tecla.
Il presbiterio venne rialzato a formare una grande tribuna alla quale si accedeva con una scalinata centrale, sul modello della basilica Ambrosiana. L'abside venne arretrata per dar maggior ampiezza al presbiterio, ma fu ridotta in profondità e rimpicciolita. Per l'occasione ricevette una nuova decorazione a mosaico, sfortunatamente a noi ignota.  
La cripta, posta a - 1 m dal piano di calpestio della chiesa, era dotata di sedici colonnine che sostenevano il pavimento del presbiterio. Vi si trovavano le reliquie di S. Pelagia, l'altra nuova titolare della basilica insieme a S. Tecla. Inizia da questo momento la depositio ad sanctos nella basilica; la gestione delle inumazioni e i proventi derivati dalle cerimonie funerarie spettavano ai decumani.
La basilica maior venne così a essere intitolata al S. Salvatore e S. Tecla, ma col tempo rimase solo il titolo di S. Tecla.


Il nuovo polo religioso carolingio

Il modello simbolico della basilica doppia
Disegno della cattedrale doppia di GerasaTutte le sedi episcopali vennero dotate, come citazione d'età costantiniana ma con diversa funzione, di due basiliche. Tra gli esempi a noi noti in area lombarda ebbero due cattedrali gli episcopati di Pavia, Cremona, Bergamo, Brescia, Como e Vercelli.  
Secondo la tradizione medievale, la basilica aperta all'assemblea dei fedeli era dedicata a un martire, spesso S. Stefano o a un vescovo locale o a un santo di culto particolarmente vivo, mentre la cattedrale portava il titolo di S. Maria, quale simbolo dell’Ecclesia. Il modello che più si avvicina alla nostra sistemazione del complesso cattedrale è quello di Gerasa.

La costruzione di S. Maria Maggiore  
Spetta all'arcivescovo Angilberto I (822-824) la fondazione della nuova basilica di S. Maria. E’ un franco inviato da Ludovico il Pio, l’imperatore che nell’816 aveva promosso la riforma canonicale, imponendo la vita in comune del clero. Angilberto I non visse abbastanza da vedere la realizzazione del suo progetto, che venne ultimato dal suo successore Angilberto II, con la consacrazione nell’836. Per la cerimonia l'imperatore donò una croce gemmata e l'arcivescovo un altare d'oro, simile a quello realizzato da Volvinio in S. Ambrogio.
La basilica misurava m 65 x 30 m e aveva tre navate, coperte a capriata, con un deambulatorio che girava intorno all’altare; era dotata di un atrio, forse un quadriportico, citato da Landolfo sr, e da un altro atrio posto “a latere portae respicientis ad aquilonem” in cui erano ospitate le scuole del clero.
Presso lo spigolo nord della basilica si ergeva un imponente campanile ottagono, del diametro di m 18.
S. Maria maggiore divenne la cattredrale vera e propria, come un tempo lo era stata la basilica vetus. Funzionava per l’istruzione dei catecumeni, le cresime, i sacramenti, l'amministrazione giuridica vescovile. Essendo di dimensioni più ridotte rispetto alla basilica di S. Tecla, divenne la cattedrale jemale o invernale, mentre la basilica di S. Tecla era considerata estiva. Il passaggio da una basilica all'altra - transmigratio - avveniva con grandi cerimoniali in periodi prefissati.
In S. Maria Maggiore si riuniva il Capitolo della cattedrale per eleggere l'arcivescovo. Il Capitolo era un'istituzione autonoma rispetto all'arcivescovo, possedeva beni propri e spesso esercitò un potere concorrenziale nei confronti dell'arcivescovo.

Le transmigrationes
I manoscritti liturgici testimoniano due transmigrationes annuali da una basilica all'altra: dalla terza domenica di ottobre fino alla vigilia di Pasqua si stava nella cattedrale jemale, poi il clero si spostava in S. Tecla. La transmigratio, anche nel nome, ricordava l’esodo pasquale ebraico attraverso il Mar Rosso, simboleggiato anche dal rito del battesimo alla vigilia. Nella processione veniva usata un’arca del Vecchio e Nuovo Testamento, custodita nella sacrestia di S. Maria Maggiore.

I doppi battisteri
Con la costruzione di S. Maria Maggiore, il complesso episcopale tornò ad avere due battisteri distinti, come del resto era anche a Pavia, specializzati nei battesimi per uomini e donne, anche se ormai si diffondeva l’obbligo del battesimo ai fanciulli.
Il battistero di S. Giovanni alle Fonti era più prestigioso rispetto al battistero di S. Stefano alle Fonti, ma entrambi ricevettero adeguati restauri.
Alla mattina e alla sera, dopo le Lodi e i Vespri, alcuni ordinari si recavano in processione cantando da un battistero all’altro, rito documentato almeno a partire dalla fine del secolo XI, ma senz’altro precedente.

La canonica degli ordinari
Nell’825 Lotario, figlio di Ludovico il Pio e re d’Italia, col Capitolare di Corte Olona, dovette ribadire ai vescovi l'ordine di preparare delle abitazioni accanto a ogni cattedrale perché il Capitolo della cattedrale potesse vivere “canonice”, ossia in vita comune secondo i canoni. La disposizione verrà reiterata da papa Eugenio II l’anno successivo e ancora nel febbraio 876 in una dieta a Pavia presieduta dall'arcivescovo Ansperto. A Milano la canonica degli ordinari si trovava quasi a fianco di S. Stefano, quindi sull’area della basilica vetus, fra l’abside e la sacrestia aquilonare del nostro Duomo e fu demolita solo nel 1386 per la costruzione del Duomo.

La Schola dei Vecchioni o di S. Ambrogio
Con questo nome erano indicati i membri della Scuola di S. Ambrogio operanti nella cattedrale milanese. La Scuola era composta da venti membri, dieci uomini e dieci donne, che durante le messe solenni all'offertorio presentavano al celebrante il pane e il vino per il sacrificio eucaristico.  
La prima menzione documentaria risale al testamento dell'arcivescovo Ansperto del 10.9.879 "pauperes qui dicuntur Schola sancti Ambrosii". La Scuola dipendeva dal cimiliarca ed era presieduta da un priore (membro più anziano di nomina). All'atto dell'investitura i vecchioni ricevevano in capo il berretto rotondo nero, le vecchione l'anello; ambo i sessi indossavano una talare nera con cotta, che per le donne era fermata ai fianchi da una cintura in cuoio; i due vecchioni che portavano le offerte si servivano del fanone, un'ampia sopraveste bianca con cappuccio nero con la quale tenevano in mano le ostie e il vaso del vino. 
Nelle processioni la Scuola precedeva il clero ed era introdotta dalla propria croce astile d'argento, mentre un vecchione portava il flagello di S. Ambrogio. 


Le quattro chiese intitolate agli arcangeli

Dai documenti e dalla tradizione locale conosciamo l’esistenza di quattro cappelle dedicate al culto degli arcangeli che dovevano disporsi a protezione della cattedrale di S. Maria: S. Uriele, S. Michele, S. Gabriele, S. Raffaele. Quello che alcuni studiosi hanno cercato di fare è stato di trovare a quale sistema ideologico queste dediche potevano far riferimento per poter arrivare a un significativo modello interpretativo, ma le diverse date di fondazione (dal V al X secolo) sembrano escludere che esistesse un progetto unitario iniziale. Ci soccorre nella ricostruzione dell’ubicazione delle quattro cappelle il Besta con la sua descrizione:

La piazza del Duomo secondo il Puricelli"(S. Maria Maggiore) era in mezzo a quattro chiese dedicate a quattr’Arcangeli. Quella verso l’Oriente a S. Rafaele, che era un poco più oltre al Camposanto dirimpetto al Monastero di S. Radegonda; et che fosse in detto luogo si è visto per i fondamenti che furno scoperti in tempo che si fece la scalinata di Marmo che è da quella parte .. La seconda di dette quattro Chiese era dedicata a S. Michele detta poi S. Michele sotto ‘l Duomo; quale pochi anni sono per l’antichità sua minacciando rovina fu profanata, e distrutta, et fabricatovi a spese della fabrica del Domo una gran casa con botteghe che guarda dritto alla Torre del Verzaro verso l’Occidente. Poco discosto dal Coperto delle bollette vi era la chiesa di S. Gabriel de Decumani  et dall’altra banda che è hora in Domo dove s’insegna la Disciplina Christiana a i putti, che è la parte che guarda verso la corte dell’Arengo gli era la chiesa di S. Uriele."

S. Uriele
L’ubicazione della piccola basilica di S. Uriele è alquanto problematica, ma in base alla descrizione del Besta potrebbe essere identificata con l’aula che affiancava il battistero di S. Giovanni. Costruita tra la fine del IV secolo e l'inizio del V, secondo il Besta servì da oratorio per la preparazione dei catecumeni e da consignatorium fino al secolo XI.
Il culto di S. Uriele era diffuso nel medioevo fino alla condanna - per altro disattesa - del concilio lateranense del 745, che ritenne canonici solo i tre arcangeli Michele, Raffaele e Gabriele. Uriele (in ebraico "fuoco di Dio") era definito “quello dei tuoni e del tremore” ed era identificato con l’arcangelo della cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso, poiché era lo spirito che stava al cancello dell'Eden impugnando la spada di fuoco. Nel Libro di Enoch Uriele sarebbe stato inviato da Dio a Noè per avvisarlo del diluvio; in altri scritti apocrifi era l'angelo seduto accanto alla tomba di Gesù,  che avverte le pie donne della resurrezione; secondo altri testi sarebbe l’angelo che condusse Giovanni Battista fanciullo nel deserto per cui l'abbinamento al battistero di S. Giovanni potrebbe essere supportato da questa lettura. Era comunque un arcangelo venerato soprattutto nell'Oriente siriaco ed è probabile che a introdurne il culto a Milano sia stato un vescovo proveniente da quelle regioni. 

S. Michele subtus domum
La  chiesa di S. Michele subtus domum era, come suggerisce il suo titolo, presso la domus archiepiscopi ossia l’arcivescovado. Sorgeva all’angolo con via Pattari [3] ed era stata fondata dal vescovo Giovanni Bono per il ritorno del clero cardinale a Milano nel 649 come chiesa vescovile in sostituzione della scomparsa basilica vetus o di S. Stefano. Il vescovo, nativo di Recco o Camogli, rimase comunque a Genova e solo le sue spoglie furono traslate nella chiesa di S. Michele da Ariberto d'Antimiano. E' da notare la nuova titolazione della basilica episcopale che da S. Stefano, il protodiacono al quale erano quasi ovunque dedicata una delle due cattedrali, passa al "longobardo" Michele, forse in onore del re Rotari che aveva favorito il ritorno a Milano del clero.
La chiesetta era lunga ca. m 20 e larga m 12-13, con abside rettangolare, affiancata sul lato nord da un campanile e da una cappella che intralciavano il traffico di via Pattari. Era dotata di un pozzo e aveva locali soprastanti.  
La chiesa di S. Michele sotto il duomo verrà parzialmente convertita nel 1593 ad uso commerciale e demolita tra il 1844 e il 1850 per costruire il palazzo della Fabbrica del Duomo.

S. Gabriele
Meno si sa sulla chiesa di S. Gabriele, se non che era posta tra le due cattedrali e che venne assegnata alla scuola dei lettori, ossia a coloro che leggevano dal pulpito e cantavano gli inni ambrosiani[4].
Gabriel in ebraico significa “Dio è la mia forza”; è il nuntius per eccellenza e quindi l’assegnazione ai lettori della cattedrale era appropriata. La sua festa cadeva il 24 marzo.
Era un piccolo edificio con locali soprastanti, probabilmente costruito insieme a S. Maria Maggiore e al campanile ottagono. Il piccolo cimitero annesso era forse riservato in origine agli stessi lettori.
Nel 1157 i lettori affittarono S. Gabriele ai decumani, che avevano la canonica a fianco, per celebrare la messa di notte. I decumani non si fecero scrupoli di subaffittare tutti gli spazi liberi, persino il cimitero, ai venditori con le loro bancarelle, suscitando la riprovazione dei lettori per l’uso improprio che veniva fatto della loro cappella. Infine, dopo innumerevoli questioni, S. Gabriele venne ceduta ai decumani con una permuta, ricordata in un documento del 1192, rimanendo in loro possesso fino al  crollo del campanile di Azzone alla metà del Trecento, che la travolse.

S. Raffaele
E’ l’ultima e l’unica superstite delle quattro cappelle, anche se rifatta a partire dal 1579 nella via omonima su progetto di Pellegrino Tibaldi o di Galeazzo Alessi[5]. Mentre le altre tre chiesette si trovano sulla piazza e formano una sorta di corona intorno alle cattedrali, S. Raffaele è defilata. 
Nel 903 l’arcivescovo Andrea (m. 906) fondava uno xenodochium presso la sua abitazione per l’assistenza a poveri e infermi. Il complesso, “non multum longe ab ecclesia, quae dicitur aestiva” presso il monastero “quod vocatur Vigelinde”, comprendeva bagni detti “balnea antiqua¸ forse ciò che restava di terme, una corte con un orto che aveva ricevuto per permuta da Gaidolfo, abate di S. Ambrogio e una piccola cappella dedicata all’arcangelo Raffaele, collegato ai luoghi di cura.
La pianta di S. Raffaele Andrea lasciò la gestione dello xenodochium e della chiesa a suo nipote Varimperto¸ con la condizione che nell’anniversario della sua morte desse un pranzo per dodici cardinali, distribuendo loro i ceri dell’oblazione, e tre denari più un pasto per cento poveri costituito da pane, lardo, cacio e vino. Dopo la morte di Varimperto, che aveva ricoperto a sua volta la cattedra episcopale dal 918 al 921, xenodochium e chiesa sarebbero passati al monastero di Wigelinda. Il Giulini dice che lo xenodochium scomparve, ma le monache di S. Radegonda conservarono il diritto di eleggere il parroco della chiesa di S. Raffaele fino al tempo di Carlo Borromeo. Nel 921, alla sua morte, Varimperto venne sepolto in S. Raffaele.
Il piccolo sacello subì forse dei danni col terremoto del 1117 e venne riconsacrato solennemente l’11 ottobre 1119 dall’arcivescovo Giordano da Clivio; alla metà del XIII secolo divenne sede degli Umiliati, del secondo o terzo ordine, che aggiunsero la titolazione a S. Zerborio.
La presenza di balnea antiqua nella casa dell’arcivescovo Andrea e la destinazione dell’area a ospedale fanno ritenere che la dedica del sacello a S. Raffaele fosse parte integrante del progetto. Anche la celebrazione liturgica di questo arcangelo (festa 24 ottobre), al contrario degli altri due, non compare nei sacramentari che in questi anni. Il nome ebraico Rephael significa “Dio ha guarito” e l’arcangelo è una manifestazione del potere taumaturgico della fede. Secondo il Libro di Tobia Raffaele fu inviato per guarire Tobia dalla malattia agli occhi e per liberare Sara dal diavolo Asmodeo che faceva morire i suoi sposi prima della notte nuziale. Raffaele era quindi medico ed esorcista, prestandosi come figura archetipica ad assimilare le antiche divinità guaritrici e a divenire lo spirito guida dei medici. Gli Ebrei usavano scrivere il nome di Rephael nelle formule di guarigione e sugli amuleti contro le malattie, mentre il mondo cristiano orientale sostituì col suo culto quello ad Esculapio, rappresentando anche l’arcangelo sotto forma di serpente.
  

Biblioteche e scuole

In età carolingia ci fu il rilancio delle biblioteche e degli scriptoria. Insieme alla biblioteca di S. Ambrogio, anche la cattedrale possedeva la sua. Nell’812 Carlomagno rivolse all’arcivescovo Odelperto alcuni quesiti sul battesimo; il presule milanese gli rispose con un trattato, il Liber de baptismo, che era un sunto delle posizioni di S. Ambrogio, i cui testi erano disponibili nella biblioteca.
Il recupero di S. Ambrogio divenne un preciso programma pastorale e politico dei Carolingi. Angilberto II fece il massimo per rilanciare una scuola della cattedrale sui livelli del nord Europa, importando libri e maestri, come Ildemaro e Leutgario, che diffusero lo studio dei classici commentati. La scuola aveva sede nel portico sul lato nord di S. Maria Maggiore. Durante il suo lungo episcopato arrivò a Milano la grandissima enciclopedia carolingia, il Liber glossarum, composto in Francia. 
A Milano, da quest’epoca a quella di Tadone (860-880), erano al lavoro copisti irlandesi, allievi di Sedulio Scoto.
 

[1] La provincia ecclesiastica è divisa in diocesi, con a capo i vescovi; la diocesi è a sua volta divisa in arcidiaconati retti da arcidiaconi; gli arcidiaconati sono suddivisi in decanati, diretti da arcipreti.  L’Italia carolingia ha cinque province ecclesiastiche: Roma, Ravenna, Milano, Cividale, Grado (al posto di Aquileia).
[2] La navata ritornò ad avere un pavimento in cocciopesto, ritrovato a quota m - 1,45. S. Lusuardi Siena ed altri, La città e la sua memoria, Electa, Milano 1997, p. 40.
[3] Non nella stessa posizione dell’odierna, spostata più ad oriente dalla mole degli edifici che la fiancheggiano.
[4] Gli inni non videro forma scritta prima del XII secolo, per cui era importante la trasmissione continua orale.
[5] Cesa Bianchi terminò la facciata nel 1892 con pezzi donati dalla Fabbrica del Duomo e con un’erma trovata nei sotterranei di Palazzo Marino.

 

Bibliografia

Fiorio Maria Teresa, S. Raffaele, pp. 226-229; S. Tecla, pp. 235-236, in Le chiese di Milano, Electa, Milano 1985
L'organizzazione dell'eterno. Struttura e dinamica del campo religioso, Milano 1979
Milano e i Milanesi prima del Mille, Atti del X Congresso Intrernazionale di Studi sull'Alto Medioevo, Spoleto 1986
Piva Paolo, La cattedrale doppia. Una tipologia architettonica e liturgica del Medioevo, Pàtron Editore, Bologna 1990
Pracchi Attilio, La cattedrale antica di Milano, Laterza, Bari-Roma 1996
Riché Pierre, I Carolingi. Una famiglia che ha fatto l'Europa, Sansoni, Firenze 1988
Rotta Paolo, La coscienza religiosa medievale. Angelogia, Bocca, Torino 1908

Link utili

Sui Carolingi:
http://www.medio-evo.org/carlo.htm
http://spfm.unipv.it/zanella/Programmi/Manuale/CentriCulturaCarolingi.html
 
 
Sulle basiliche doppie:
http://www.aph.cnrs.fr/AnTardWEB/Numero4.html : è il Sommario del n. 4 (1996) della Rivista Antiquité tardive dedicata alla tavola rotonda svoltasi a Grenoble nel 1994 sul tema "Les eglises doubles et les familles d'eglises"

 

Ultimo aggiornamento: lunedì 29 luglio 2002
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