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 La Scapigliatura

di Maria Grazia Tolfo

 

 

L'Osteria del Polpetta e l'Ortaglia

 

La zona di via Vivaio vista dai BastioniIn via Vivaio due erano i punti di ritrovo degli Scapigliati: l'osteria del Polpetta e il giardino dei Cicogna nella parte coltivata ad ortaglia.

In quei tempi corso Monforte terminava sui bastioni chiusi, "dalle larghe ombre degli ippocastani giganteschi, in mezzo ai bei giardini patrizi e alle vaste e pingui ortaglie". Il mezzo di collegamento con questa zona bucolica era un enorme vecchio omnibus color verde pisello, che trasportava rarissimi passeggeri.

Via Vivaio, come suggerisce il toponimo, era una via assolutamente campestre, con solo un paio di case moderne accanto a un paio di antiche case rurali. Vi abitavano molti artisti, amanti della quiete: De Albertis, Francesco Fontana, Eugenio Perego, Giuseppe Barbaglia, Borgomainerio, ...

Il ritrovo comune a mezzogiorno era presso il Polpetta, sull'angolo di via Conservatorio, dove convenivano anche Tranquillo Cremona, Giuseppe Grandi ed Emilio Praga, che abitava in Monforte. La polpetta milanese, piatto povero e di recupero per antonomasia, era così famosa fra gli scapigliati che il poeta e commediografo dialettale Ferdinando Fontana compose la gustosa "Polpetta del Re" (in appendice).

A far concorrenza al Polpetta giunsero due portinai in una casa di recente costruzione di via Vivaio, due coniugi mastodontici con due bambini ritagliati sul loro stesso stampo. I bimbi divennero i modelli preferiti dagli artisti; i genitori si offrirono di tenere in ordine gli studi e gli "antri" degli artisti e, pian piano, s'instaurò tra loro un rapporto di tale complicità che un giorno qualcuno buttò là: "Perché non ci fate anche da mangiare?". Dopo pochi giorni alla mensa della portineria sedevano tutti i clienti del Polpetta disperato. All'arrivo della primavera Emilio Praga sospirava di poter mangiare all'aperto, adocchiando il giardino fiorito dei conti Cicogna, che copriva l'area dove ora sorge l'istituto dei ciechi. Il portiere Prevosti ne parlò al conte e ai primi di maggio s'inaugurò la mensa all'aperto nell'ortaglia sotto alberi ormai fronzuti, con accanto predisposto anche un gioco di bocce.

E fu quell'angolo di pace che ispirò al Carcano e al Barbaglia due tele che trasmettevano armonia per la vegetazione lussureggiante e per il tremolare dei raggi del sole attraverso le fronde - "pizzicotti della luce all'ombra", diceva il Borgomainerio -. Qui si ritrovarono per molti anni gli allegri scapigliati, intorno al cibo frugalissimo ma sano, accompagnato da qualche boccale di vino nostrano e frizzante, vociando e gesticolando sulla pista delle bocce.

La zona di via Vivaio nell'OttocentoIl Sacchetti ne ha lasciato una commossa descrizione: "A due passi dalla Prefettura pareva d'essere in fondo a una campagna remota. Alcuni vecchi alberi bellissimi che forse una volta appartenevano al parco del palazzo vicino avevano, là dimenticati, disteso i loro rami da tutte le parti e per questo piacevano all'autore dei Paesaggi che trovava in quella libertà di fronde una certa somiglianza con la immaginosa abbondanza del suo stile. C'era a completare la scena campestre una rustica osteria, ma aveva un'usanza deplorevolmente urbana: faceva credito agli avventori e rincarava il conto ai morosi. In quell'ortaglia si fecero le più care festicciole ch'io abbia mai goduto."

 

Francesco Fontana e Giuseppe Barbaglia

Tra i frequentatori più assidui dell'Ortaglia vi erano lo scultore Fontana e il pittore Barbaglia, due amici fraterni, assolutamente inseparabili anche quando lavoravano. Come dalla maggior parte degli artisti, la buona sorte si teneva in disparte anche da loro, al fine di accrescere il tormento creativo. Il Fontana, che aveva animo mite e fatalista, soleva consolare l'amico dicendogli: "Non bisogna disperare. Il Signore provvederà". Il Barbaglia non era invece né fatalista, né confidava nella divina provvidenza e quindi replicava, come si suol fare coi bambini che credono a Babbo Natale: "Il Signore! Il Signore! Vuoi che te la canti? Il Signore non c'è!". I discorsi ruotavano sempre intorno a quel perno: - C'è - Non c'è - e coinvolgevano anche gli altri artisti dell'Ortaglia.

Una mattina il portinaio Prevosti accompagna nello studio dove stavano i due amici un elegante signore, che dovendo fare dei regali aveva avuto l'indicazione di rivolgersi ai due soci. Il Fontana esclama allora trionfante: "Vedi che c'è il Signore?", e l'altro di rimando: "Sì, basta togliergli la maiuscola!".

Emilio Praga visto da Roberto Sacchetti

Da sinistra: Luigi Conconi, Guido Pisani Dossi, Giachi e Emilio Praga"Emilio Praga, idealista inconscio, ma incorreggibile, che diceva "la lirica è la sola arte vera perché inutile", non sdegnava, nei giorni di sconforto e di bisogno, il mestiere letterario; macchinava di far vivere la sua poesia purissima a spese del giornale e del teatro, "trastulli ed intelligenze inferiori". Progettista sfrenato ed impenitente, scoccava de' tiri scellerati alla supposta buaggine del pubblico e quando credeva aver trovato l'idea di qualche nuova, fenomenale mistificazione, strizzava l'occhio maliziosamente e con una perfidia estremamente ingenua esclamava: "Ah mio buon pubblico, tu hai a portare l'arte come la mula porta l'arcivescovo: ora ti metterò io la cavezza!". Il guaio è che lui s'invaghiva di quelle sue burle, ci profondeva il sangue vivo del cuore, le ricchezze del suo grande talento ed era lui stesso la prima, l'unica vera vittima delle sue infernali ciurmerie. Il pubblico recalcitrava e fischiava invariabilmente i suoi drammi. Credereste che lui ne soffrisse. Ma che! artista sempre, abbandonava lui primo la causa dell'autore!, mentre la burrasca imperversava in teatro e gli attori rientravano barcollanti, sbalorditi dagli urli e cacciati dai proiettili lanciati dalla platea, Praga si contorceva dalle risa, e pigliava uno spasso infinito dal comico della propria disgrazia; non serbava rancore al pubblico, anzi gli acquistava stima per lo spirito che aveva dimostrato accoppando il suo aborto. Fallito il tiro, ne mulinava un altro.

Roberto SacchettiUna volta fece in collaborazione con Arrigo Boito una commedia intitolata, credo, Le madri galanti, e fu recitata al Carignano di Torino da una compagnia la cui prima donna era analfabeta e bisognava metterle in gola la parte. I due poeti confidavano tanto nel successo che avevano portato con sé, per la rappresentazione, le loro famiglie. Subito al primo atto scoppiò il finimondo. Arrigo Boito, bravo fino alla temerità, s'era avanzato tra le quinte più sulla scena, e là, le mani nelle tasche dei calzoni, una sigaretta sfatta tra le labbra sottili, gli occhi aguzzi luccicanti dietro gli occhiali, ritto, impassibile sfidava l'uragano. Praga venne a prenderlo per il braccio dicendo: "Vieni prima che ci accoppino" e discesero al vicino caffè del Cambio, dove cenarono allegramente mentre a due passi si faceva della commedia l'estremo scempio.

Emilio PragaEmilio Praga scrisse parecchi libretti per musica, e in questi sovente lo aiutò il Boito, perché il poeta delle Penombre, capace di passare una notte intorno al congegno di una strofa, non poteva assolutamente far cosa che richiedesse l'attività continuata e regolare di qualche settimana. Respinto dal teatro, si rivolgeva al giornale: aveva nella stampa degli amici dispostissimi a pubblicare qualunque cosa sua, perché gli volevano bene e perché il suo nome era pur sempre un valore. Si metteva con ardore a imbastir novelle e racconti per appendice: era sicuro del fatto suo, avrebbe guadagnato tesori, ci contava, e ne disponeva: offriva generalmente ai suoi più intimi, a Boito, a Fontana, a Torelli di collaborare con lui. Il mestiere non era cosa per lui: l'arte ci s'infiltrava a sua insaputa, ci metteva, come dissi, troppo del suo, gli costava più fatica delle sue liriche migliori e tirati i conti questa pretesa letteratura alimentare non serviva che ad alimentare le sue illusioni. In quindici anni menò a fine, credo, due novelle pubblicate dal Pungolo: nel 1867 cominciò nell'appendice della Platea un romanzo, le Memorie del Presbiterio. Alla settima appendice il romanzo fe' una sosta: il giornale morì e Praga vendette il romanzo incominciato al Pungolo. Per nove anni di seguito, ad ogni Natale, egli portava al Fortis lo scartafaccio e ne riceveva una cinquantina di lire, poi passato il primo dell'anno lo ritirava per finirlo, l'allungava di un paio d'appendici e lo lasciava lì. Veniva una cosa ineguale, stravagante, stiracchiata dalle idee più lontane e diverse, ma ricca d'immagini, di pagine splendidissime; l'intreccio gli si arruffava sotto mano sempre più: e lui si compiaceva di smarrirsi in quel labirinto di poesia. Quando era in angustie si risolveva ad un tratto d'uscirne. Avesse campato cent'anni, non ne sarebbe mai venuto a capo."

Praga era un frequentatore dell'Ortaglia. Ci andava la mattina e ci passava intere giornate; voleva rimettersi a dipingere, ma anche di questo proposito non ne fece niente. Scarne le notizie nella sua biografia: nato a Milano il 18 dicembre 1839, morto nella stessa città nel dicembre di trentasei anni dopo. Più che essere immortalato come poeta dai posteri, fu amato dagli amici artisti come persona trainante e imprevedibile.

 

L'"Indisposizione" del 1881 in via S. Primo

Il 1881 fu un anno memorabile per Milano: ospitava l'Esposizione nazionale. Tutte le industrie italiane mandarono i loro campionari nei padiglioni allestiti ai Giardini Pubblici, mentre l'esposizione delle Belle Arti si teneva nel palazzo del Senato.

In coda all'esposizione ufficiale, in via S. Primo nella ex casa di Pompeo Marchesi , si tenne anche l' "Indisposizione" artistica organizzata dagli Scapigliati, una parodia brillante che ebbe un successo inaspettato e straordinario.

Ne ha fatto la cronaca il Chirtani: "Codesta mostra da ridere nacque da un pensiero malinconico, espresso dal titolo, e fu ideata da quella società milanese che porta tanto bene il nome di Famiglia Artistica e che vi ricorse come a un mezzo per migliorare le proprie condizioni: auspici il Vespasiano Bignami, il Campi che fa tanto ridere a muso duro, il Mangili, ed altri dei più ameni capi scarichi della Famiglia; il progetto fu ventilato seriamente.

"Emettiamo delle azioni" - esclamò un membro della società - "Le emettono le ditte dei carri inodori che puzzan tanto, e quelle del concime del re del creato, perché non ne emetteremo anche noi?"

"Le azioni furono emesse, di lire 100, destando la ilarità di chi non crede ai miracoli dell'arte o non conosce che leve d'umorismo e che sorta di milionari esistano in quella Famiglia. Appena emesse le azioni si esitarono tutte. La base d'operazione era trovata.

"Si tennero delle sedute tempestose pel programma dell'Esposizione; il Bignami ne ha fatto un acquerello nel quale si vede il presidente che si tura le orecchie, ed i membri che fanno un caos del diavolo; il segretario incaricato del verbale tira giù moccoli dal lampadario dibattendosi come una scimmia sua una corda di ginnastica.

Cosa siasi deciso in quelle sedute nessuno ha mai potuto saperlo... Si sa e s'è visto bensì che i membri della Famiglia, più pratici di stecche e pennelli che di chiacchiere, si son messi subito all'opera, a porte chiuse, per avere abbastanza presto pronta la mostra. Si cercò il titolo. Perché si faceva l'impresa? Per indisposizione della Famiglia Artistica. La mostra si chiamò Indisposizione di Belle Arti. Fu atto di verismo e una trovata felice.

Era disponibile l'antico studio dello scultore Marchesi in via San Primo, fu subito preso in affitto: sgombrato dalle cose minori, vi rimasero le due grandi figure di fiumi (i gessi dell'Adige e del Tagliamento che figurano all'Arco della pace), il cui trasporto costava troppo: le lasciarono stare, le indorarono, ne fecero "le sorgenti della Panna (crema di latte), fiume che irriga e feconda la pianura lombarda mettendo foce a Gorgonzola, dove arriva alquanto stracchino".

Sulla facciata fu condotto un dipinto a buon fresco rappresentante i tranvai al tempo dei Greci, una bella e briosa composizione bene immaginata a simulato bassorilievo, lavoro del Mentessi che prometteva subito bene della mostra.

All'interno le pareti furono coperte di quadri. Quattro grandi pilastri sostenevano la volta della sala e si chiamarono Anteo, Atlante, Ercole e Piccaluga (in memoria del celebre personaggio del Barchett de Boffalora). Sui quattro lati di ciascuno vennero distribuiti bozzetti di scultura e quadri: vicino alla porta sorrideva il Moro colla sua mazza in mano, come all'Esposizione di Belle Arti; in fondo alla sala si aprì la caupona di Lucullo, con servizio di "bibite igieniche ed esilaranti, conservate fresche col ghiaccio nazionale".

Quadri e gessi formavano l'Esposizione. Temi di quei lavori erano parodie, bisticci e scherzi:

Bracch, Brecch, Bricch, Brocch, Bruck, cinque quadretti col ritratto di Bruck (ministro austriaco del tempo), una rozza (brocch), un carrozzone break, un brich e un cane bracco.

Fuga di Bach: i filugelli che vanno al bosco, dipinto da Conconi.

Effetto di sole buono a mangiarsi con qualche michettina, ossia un sole in mezzo a delle nubi gialle, che pare un uovo al tegamino, sempre del Conconi.

Vela Spartaco, figlio di suo padre, come dice il Libro d'oro o catalogo dell'Indisposizione, ha fatto un quadro di parodia michettiana: è un paesaggio? una marina? non si capisce ed ha per titolo Mombello.

Una parodia felicissima, perché il quadro risibile è quasi tal e quale il quadro serio, è quella di Roberto Fontana che ha trasformato il dipinto storico del Cromwell di Delaroche. Peccato che non si può descrivere... vale a dire si potrebbe, anzi sarebbe facile ma non dà l'immagine della parte più estetica di un appartamento né dell'atto più sublime che l'uomo compie nella giornata.

Una Madonna del Soccorso frecciava argutamente il giornalismo fatto colle forbici, e colle enciclopedie; in mezzo al quadro la Madonna e il Bambino distribuivano forbici a cronisti e direttori di giornali che la adoravano in ginocchio (nel quadro figuravano Poldo Bignami del Pungolo, Zambaldi della Perseveranza, Corio della Lombardia, Torelli-Viollier del Corriere della Sera, Luzzatto della Ragione, Moneta e Romussi del Secolo); il quadro ispirato dalla pala di Cima da Conegliano a Brera, era opera del pittore cremasco Giuseppe Conti.

Un sacco pieno e ritto con su scritto S.P.Q.R. cosa rappresentava? Il sacco di Roma, diàmine!

Una tela bianca incorniciata, cioè un "quadro non incominciato per la morte dell'autore".

Il ritratto di un mezzo soprano era solo la metà di una cantante, e così via.

E v'erano chiarimenti circa i quadri esposti: esempio, per un dipinto di Achille Dovera: "Dov'era..quando..." "Quando?" "Quando dipingeva quel quadro" "Nel suo studio, corso Venezia 12" "E adesso dov'è?" "Chi? Dovera?" "No, il quadro" "E' qui, guardi. Non è del Guardi, ma è un quadro di marina. Marina ... a secco".

E il Libro d'oro che serviva da guida e da catalogo? Sotto una copertina adorna di ghirigori, fiori, piccoli scoiattoli e di un ragno gigantesco, erano adunati aforismi, tra l'altro di Kant e Hegel ben accomodati, nonché di Emmenthal, Fontine, La Gruyère e Grane-le-Vieux. Questo aforisma è di Vespa: "Il riso umano altro non è che il moto peristaltico dei nervi irriflessori, agitati da una corrente pirocratica afra-centrale, ripercossa sull'accerbinio dalla craspastiglia individuale, in forza della debolezza comune".

Di giorno i visitatori ammiravano facendo buon sangue le opere esposte, di quando in quando la sera c'erano conferenze e "ombre".

Le conferenze fatte dal socio Mangili erano descrizioni lepide delle opere esposte. Una delle più divertenti fu il discorso fatto dal podestà di Bergamo a Napoleone I (in bergamasco) dopo la battaglia di Marengo per chiedere la trasformazione di Bergamo in porto di mare. Ogni lombardo conosce la leggenda canzonatoria colla quale fu accolta Bergamo - da secoli soggetta a Venezia - allorché caduta la repubblica entrò a far parte della famiglia lombarda; il Puricelli aveva esposto il famoso Mostrino delle onde che secondo quella fanfaluca era stato deposto in quell'occasione nella sala del Consiglio comunale bergamasco. E' un'onda immensa che arriva ai piedi di Bergamo e - patasgiunfete, spazza via gli increduli che s'erano fermati sul luogo dove dovea invece fermarsi l'onda giunta in linea retta dal mare.

Le "ombre" di Campi hanno ormai una fama estesa; incrociando in diversi modi le dita e le braccia davanti a un lume per farne cadere lo sbattimento d'ombra sopra un diaframma di tela bianca, il Campi fa delle ombre di persone e animali che si possono dire vive. Alle serate dell'Indisposizione il Campi, se è possibile, superò se stesso.

Con questi mezzi complicati il successo dell'Indisposizione: "grande mostra conferenziaria ombreggiata", come ebbe a definirla un tale di mia conoscenza, fu un successo di oltre a 40.000 franchi d'introito, che vuol dire di oltre a quarantamila visitatori paganti.

Nelle ultime sere s'inaugurò la "passeggiata storica". S'alza un sipario: delle figure dipinte su carta e messe in cartone stratagliate, passano su una scena e vanno da sinistra a destra; lo scenario che rappresenta i monumenti principali di Milano passa da destra a sinistra. Una voce che esce dalle viscere del teatrino nomina le figure che passano: "I trombettieri del duca di Milano - i guerrieri colle lame che in tempo di pace servono a sbatter le noci - l'alto clero - il basso clero...". Si trattava di fare la parodia del grande progetto di passeggiata storica annunciato con tanto fragore e andato in fumo, e si è ricorso all'antitesi con una sfilata di figurine di cartone in piccolo, che passano al suono d'una musica da scatolino. Lo spazzaturajo chiude la sfilata per "raccogliere gli applausi", dice la voce che esce dal teatrino. Fu l'ultima trovata dell'Indisposizione...

La sala era tappezzata di avvertenze e consigli utili: "E' rigorosamente vietato far dondolare l'edificio".

"I Visitatori dovranno depositare, in luogo a ciò destinato, la propria ombra, onde evitare soverchi affollamenti"

"Uno non potrà essere un altro"

"Le idee sovversive verranno respinte a forza di braccia"

"E' rigorosamente vietato crearsi delle vane illusioni, e molto meno prendere in sinistra parte il lato destro della via San Primo"

  "I visitatori più robusti sono pregati di portar pazienza anche per gli altri"

 

Un museo della Scapigliatura in via S. Paolo 10

Luigi ConconiVi abitava Luigi Conconi, morto nel 1917. La sua casa, all'ultimo piano di un vecchio palazzo, era considerata il museo della Scapigliatura lombarda. Usiamo la descrizione di G.B. Angioletti: "L'estremo romanticismo ottocentesco riposa là dentro nelle più strambe reliquie, ostinatamente ricoperte dalla polvere rossiccia delle demolizioni che si vanno facendo tutto intorno a quella nobile casa. Appena entrato nel margine di quegli stanzoni, mi ha accolto il senso di un'epoca che non tornerà mai più, poiché ben tramontata. Il dubbio che il nostro secolo sia non soltanto diverso ma opposto per indole e per espressioni d'arte al secolo scorso, diviene là dentro certezza. Una genialità forse malata, ma piena di suggestioni s'è perduta, nebbie e sogni che furono come il nutrimento spirituale dei nostri padri, non torneranno mai pù. In queste stanze il Conconi aveva raccolto tutto quanto l'estroso e bizzarro gusto del tempo poteva colpire la sua immaginazione, che al tempo s'adeguava senza posa. C'era, negli scapigliati, un piacere un po' ironico un po' convinto del macabro, dell'orrido, del grottesco malinconico, piacere che stranamente si accompagnava alla bonarietà del carattere ed a certi impeti d'allegria che parevano come il sale delle fedeli e numerose amicizie. Chi avrebbe oggi il coraggio di adornare il soffitto del proprio studio con cani, gatti, lucertole, salamandre e pipistrelli insecchiti, appesi ad un cerchio come le famose figurine femminili della Danza delle Ore? Chi terrebbe sul pavimento un piccolo pescecane imbalsamato? Eppure, era in quei tempi diffusa l'arguzia del Conconi, che diceva essere indispensabile un pescecane o almeno un coccodrillo in ogni rispettabile famiglia.

Il senso della morte e della distruzione è ovunque. Stinchi posati su una cassapanca tarlata, pianticelle fossilizzate, un orologio le cui lancette girano imperniate nei denti di un teschio dipinto, un pezzo di trave scavato a sottilissime lamine e guglie da un esercito di tarli (per avere questo esemplare della materia che si consuma e perisce, il Conconi diede in cambio una delle sue tele migliori, e battezzò il cimelio: Duomo delle formiche). Idoli asiatici ed africani spargono il terrore, con i loro occhi feroci, nelle notti in cui entra la luna dai finestroni. Da tende e paramenti orientali par che balzino mostri d'argento, figure spettrali escono da vecchie carte o da stampe ingiallite. Nei ritratti appesi alle pareti, uomini di cinquant'anni fa mostrano il loro sorriso beffardo tra la barbetta faunesca arricciata, e negli occhi hanno fosche ombre di predestinati al suicidio. Vipere e serpi si sfasciano nei loro aggrovigliamenti perversi, un gufo spennacchiato tenta ancora il suo volo sinistro.

La magia è largamente rappresentata nella casa del pittore che aveva un po' il volto d'un mago delle antiche favole. Talismani, zodiaci, simboli della cabala. Par di vedere ancora, tra le pergamene e i compassi, il vecchio "Bigio" Conconi pronunciare la formula propiziatoria:

Enchete, pènchete
Puff tiné
Abeli, fàbeli, dominé...

Parole magiche? Macché, il mago era un buon mago, e quella era un tiritera per i bamberottoli che gli stavano intorno e gli tiravano la gran barba grigia. Magia, sì, ma prima di tutto, per i cari scapigliati veniva l'allegro amore della famiglia.

In una stanza c'è un tempietto buddistico. Per tre anni il Conconi, che l'aveva scovato da non so quale antiquario o reduce dalla Cina, gli aveva fatto la corte, fin che un giorno aveva potuto comperarselo e portarselo a casa, nero e grande come una cassaforte. Ancora oggi la curiosità più riverita della casa. S'aprono gli sportelli di lacca, ed appare, assiso in una cameretta dorata, il Budda. In uno dei cassettini di questo tempietto portatile, c'è una mano di mummia egizia, conservata gelosamente, ché tanto fu cara al buon pittore.

Ma gli oggetti strani sono sparsi un po' dappertutto. Copricapi birmani, marmi romanici, bronzi irriconoscibili, statuine orientali; una bellissima danzatrice greca, leggera e volante nella grazia della lunga veste, è l'unico ricordo classico in questo museo romantico dello spavento, dell'orrore e del bizzarro.

I quadri del Conconi, qui riuniti ancora in gran copia, sembrano rose in una necropoli. E' incredibile come questi uomini dell'ultimo Ottocento, votati alla tristezza, diventassero poi lieti e sereni quando seguivano l'estro nativo della loro arte. Figure di donne e di bimbe hanno in queste tele, in questi acquerelli, una grazia, una freschezza incomparabili. Da tutto il mondo accidioso di scolopendre e scorpioni, di lémuri e scheletri, fra tutti i mostri delle fantasie orientali, ecco che sorgono come per incanto queste figure primaverili, leggiadre, in cui la malinconia è appena un'ombra delle tinte diluite ad arte, e in cui sono sì frequenti i sorrisi sulle labbra giovanili e negli occhi bruni o celesti. E allora? Allora viene fatto di riflettere che tutto quel lugubre armamentario non fosse altro che una moda, quei segni di morte e distruzione un omaggio all'aura poetica di quegli anni, ch'era desolata e piangente; ma che, per una troppo naturale reazione, l'animo restasse puro ed ingenuo, tutto guidato da una fantasia solerte e cordiale. Ed anche quelle scene macabre, a ben riflettere, ci sembran frutto di una invincibile ingenuità."

Alberto Savinio amava ricordare il Conconi per un episodio un po' boccaccesco che aveva coinvolto il pittore Mentessi, insegnante di prospettiva a Brera. "Come tutti gli animi miti - scrive Savinio - Mentessi era un ammiratore devoto e incondizionato della natura, e si levava nelle ore castissime dell'avantigiorno, per contemplare il trionfo dell'aurora. D'estate abitavano, lui e Conconi, una casetta campestre. Una mattina Mentessi al suo solito si levò per tempo e uscì sul terrazzino in camicia da notte, per salutare la rododàttila. Assieme con le prime luci del giorno, saliva nel cielo e si diffondeva un chiaro suono di campane, e dal paese veniva su lentamente cantando una processione avviata a un vicino santuario. In testa marciavano le alte vergini (cfr. Marziale: "grandes virgines") reggendo labari e stendardi. Quando vide la processione venire avanti, Mentessi volle rientrare in casa e nascondersi, ma il crudele Conconi aveva chiuso la finestra dall'interno, e se n'era tornato a letto. Intanto le vergini labarofore avevano veduto sul terrazzino quell'uomo nudo le gambe e scarmigliato, e un certo qual disordine era entrato nelle file del pio corteo. "Concon! Concon!" implorava l'infelice Mentessi, ma lo spietato Conconi faceva orecchie da mercante. D'un tratto, una folle ventata mattutina sollevò la camicia da notte di Mentessi. La processione di colpo si ruppe, e le alte vergini, rompendo in acutissimi stridi, fuggirono per la campagna, come uccelle sulle quali sta per abbattersi il falco."

Altri ricordavano che, essendo la sua casa adiacente al palazzo di una banca, Conconi aveva fatto costruire un ponticello attraverso il quale indirizzava i topi intrappolati durante la notte "a mangiare i milioni della banca".

 

Nascita del termine "Scapigliatura"

Concludiamo con l'origine di questo curioso movimento risalendo all'invenzione del suo nome.

Cletto ArrighiFu Cletto Arrighi, giornalista, commediografo e romanziere, che conosceremo nella secondo lezione, a escogitarlo nel modo che lui stesso racconta: "Avvenne che, un bel giorno, dovendo pur trovare un titolo mi trovai nella necessità o di coniare un neologismo o di andare a pescare nel codice della lingua qualche parola vecchia che rendesse pressapoco il concetto del mio qualsiasi romanzo. Prima dunque di osare, consultai sua maestà il Vocabolario, se mai nella sua infinita sapienza avesse saputo additarmi un mezzo di salvezza. Cerca e ricerca, finalmente trovai una parola acconcia al caso mio; perché s'ha un bel dire, ma la nostra lingua, per chi la vuol frugare un po' a fondo, non manca proprio di nulla, e sa dare a un bisogno parole vecchie anche per idee nuove, nello stesso modo che i Francesi sanno fabbricare parole nuove, per idee che hanno tanto di barba.

Però, in quella maniera che potrei star garante che scapigliatura non è una parola nuova, sarei in un bell'imbarazzo se volessi persuadervi che la è molto usata e conosciuta.

Infatti fra le tante persone a cui domandai che cosa intendessero per scapigliatura, parte inarcò le ciglia, come a dire: non l'ho mai sentita a menzionare, e parte mi rispose così a tentoni, chi: l'atto dello scapigliarsi, chi: una chioma arruffata, e chi, finalmente - e costui fu un letterato - una vita da débauché; definizioni tutte o false o inesatte e, in ogni modo, lontane le mille miglia da quel significato in cui mi ero proposto di adoperarla io.

Quell'io che credevo di aver rubato il lardo alla gatta, da quelle risposte n'ebbi una delusione che mi afflisse moltissimo - ben inteso, per quanto può affliggere una delusione filologica - e avrei messo il cuore in pace, e lasciato nel dimenticatoio la povera incompresa, se una certa rincalzante smania di spuntare le cose un po' difficili - confesso un mio debole - non mi ci avesse incaponito sopra.

Ed ecco lettori, se il permettete, ch'io la prendo per mano e ve la presento.

In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità d'individui d'ambo i sessi - v'è chi direbbe: una certa razza di gente fra i venti e i trentacinque anni non più, pieni d'ingegno quasi sempre; più avanzati del loro secolo, indipendenti come l'aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; inquieti, travagliati, turbolenti - i quali - e per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per ... mille e mille altre cause e mille altri affetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo - meritano di essere classificati in un nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre.

Questa casta o classe - che sarà meglio detto - vero pandemonio del secolo -personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana, l'ho battezzata appunto: la Scapigliatura Milanese.

La Scapigliatura milanese è composta di individui di ogni ceto, di ogni condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Plebe, medio ceto e aristocrazia; foro, letteratura e commercio; celibato e matrimonio, ciascuno vi porta il suo tributo, ciascuno vi conta qualche membro d'ambo i sessi; ed essa li accoglie tutti in un amplesso amoroso, e li lega in una specie di mistica consorteria, forse per quella forza simpatica che nell'ordine dell'universo attrae fra di loro le sostanze consimili... Da un lato un profilo più italiano che Meneghino, pieno di brio, di speranza e di amore, e rappresenta il lato simpatico e forte di questa numerosa classe, inconscia delle proprie forze, anzi della propria esistenza, propagatrice delle brillanti utopie, focolare delle idee generose, anima di tutti gli elementi geniali, artistici e politici del proprio paese, che ogni causa o grande o folle fa balzar d'entusiasmo, che conosce della gioia la sfumatura arguta del sorriso, e lo scroscio franco e prolungato, ed ha le lagrime del fanciullo sul ciglio e le memorie feconde nel cuore.

Dall'altro invece un volto smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizio e nel giuoco, su cui si adombra il segreto del dolore infinito, e i sogni tentatori di una felicità inarrivabile e le lagrime di sangue, e le tremende sfiducie e la finale disperazione."

Appendice

La polpetta del re, lanterna magica per bagaj e bagajoni

di Ferdinando Fontana

On'olivetta
che, al post de l'oss, la gh'abbia on trifolin
involtiàa in dò fett
de carna de cavrett.
Mett dent sto polpettin
in d'on ortolanin;
mett dent l'ortolanin in d'on dordin;
mett quest in del panscin d'ona quajetta,
e la quajetta in d'ona pernisetta,
e la pernis in d'on fasan doràa,
che in del sciampagn primma el dev vess lavàa.
Sto fasan mèttel dent in d'on cappon;
sto cappon mèttel dent in d'on pollin;
sto pollin mèttel dent in d'on ocon;
e sto ocon mèttel dent in d'on porscell.
Poeu mètt dent el porscell in d'on vitell;
e sto vitell mèttel dent in d'on boeu;
e liga sù tuscoss cont del ramett.
Fà coeus caròtol, verz, fasoeu,
aj, scigòll, rosmarin, biedrav, ravett,
baggiann, sèller, tomates, erbion
e pomm de terra in d'ona gran caldera,
cont dent on mila liter de barbera;
mett la caldera sora on gran fogon,
e bùttegh, quand la buj, di peveron,
del timm, de la cannella, tanto sàa,
e cent chili de zuccher raffinàa;
e poeu traggh dent el boeu ligàa ben ben,
e làssel coeus on dodes or almen!
Quand sarà sugàa sù el barberon,
tra via, senza paura,
tutta la toa verdura;
e, dopo, boeu, vitell, porscell, ocon,
pollin, cappon, fasan,
pernis, e quaja, e dord, e ortolan;...
e serv, caldo fumante, el nisciorin:
che saran i dò fett
de carna de cavrett,
cont denter l'olivetta,
cont dent la trifoletta!!!

Questa l'è la ricetta - de la regal polpetta!

 

Bibliografia

Letture e approfondimenti sulla Scapigliatura milanese:

Accetti, Carlo, Luigi Borgomainerio, caricaturista lombardo del Risorgimento, Milano, Rizzoli 1942

Colombo, Carletto, Storia del teatro dialettale milanese, Milano, Silvana 1988

Corio, Ludovico, Milano e i suoi dintorni

Gara, E. - Piazzi, F., Serata all'osteria della Scapigliatura, Milano, Bietti 1945

Giarelli, F., Luigi Conconi, prospetto biografico-critico, Roma-Milano, Alfieri & Lacroix, s.d.

Madini, Pietro, La Scapigliatura milanese. Notizie ed aneddoti, Milano, La Famiglia Meneghina 1929

Moretti, Marino, Le più belle pagine di Emilio Praga, Tarchetti e Arrigo Boito, Milano, Treves 1926

Nardi, Piero, Scapigliatura, Bologna, Zanichelli 1924

Praga, Emilio, Tavolozza, Torino, Casanova 1889

Savinio, Alberto, A Brera, in “La Stampa” del 27 maggio 1941

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Ultima modifica: mercoledì 31 luglio 2002

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