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 Matteo Bandello e il ritratto della contessa di Challant (3)

di Valentino Scrima

 

L’enigma del ritratto della contessa di Challant

È il momento di scovare il ritratto di Bianca Maria, una «figliuola assai bella, ma tanto viva e aggraziata che non poteva esser più», finita sul patibolo come mandante di un delitto passionale. I lettori d’età romantica la riconobbero senz’altro nella distinta e matronale santa Caterina d’Alessandria, raffigurata nel momento della decapitazione, negli affreschi della cappella laterale dei Besozzi.

 

Secondo i commentatori dell’‘800, Luini sarebbe rimasto soggiogato dal fascino della malfattrice, riscattandola dal delitto per farne una martire. Ma oggi l’identificazione non regge davvero più. Perché?

1) La decorazione della Cappella Besozzi risale al 1530, quando Bandello ha già lasciato Milano. È questo l’argomento principale riportato dagli studiosi recenti, anche se in realtà un personaggio itinerante come Bandello sarebbe potuto benissimo capitare a Milano nei primi anni ’30, magari accolto dal vecchio amico Giampaolo Sforza, potente fratellastro del duca Francesco II (figlio del Moro e della favorita Lucrezia Crivelli), da poco maritatosi con Violante Bentivoglio.

2) Bandello parla di un «ritratto dal vivo». Quindi bisogna pensare a un’opera esemplificata su un dipinto da cavalletto o meglio su un disegno tratto dal volto della donna, forse in presenza dello stesso scrittore. Quando gli artisti dell’epoca inseriscono ritratti nelle loro composizioni, li rendono perspicui grazie alla postura statica e convenzionale: di profilo o di tre quarti, talvolta con gli occhi rivolti all’osservatore. La scena di santa Caterina non ha nulla del ritratto così concepito.

3) Può anche darsi che, nel dipingere la decapitazione di una santa, Luini abbia tratto personale ispirazione dagli eventi di cronaca, ma senza spingersi a profanare l’immagine sacra con i lineamenti di una criminale. È un procedimento che ha qualcosa di caravaggesco, totalmente estraneo all’universo estetico del Rinascimento! Si aggiunga che tutti i milanesi del tempo avrebbero saputo riconoscere i lineamenti di Bianca Maria di Challant, visto che la testa mozza della donna era stata esposta – a quanto si racconta – nella basilica di San Francesco Grande, dando ai testimoni la terribile impressione di essere ancora viva.

Si dovrà allora rintracciare un volto che: uno, ricordi un ritratto cinquecentesco; due, sia eseguito nella parte pubblica accessibile ai fedeli; e tre, risalga preferibilmente a prima del 1526. L’unica candidatura – davvero non ve ne sono altre – è il viso di santa Lucia, nel riquadro sotto la lunetta di Ippolita, all’estrema destra del tramezzo.

 

 

Sostanzialmente diversa dalle sante compagne, che hanno tutte il volto tondeggiante (ricavato da cartoni più volte sfruttati dalla bottega luinesca), la carnagione rosea, le labbra poco evidenziate, e sono atteggiate in pose devote, con gli occhi rivolti in basso, per modestia, o al cielo, in colloquio con Dio; santa Lucia guarda lo spettatore con quel sorriso benevolo tipico dei ritratti muliebri di Luini: il volto perfettamente di tre quarti, è ben fisionomizzato e leggermente scavato; la pelle è candida e come imbellettata da tocchi vermigli sulla bocca e le guance (come nei ritratti di Ippolita e suor Bianca); il naso è piccolo e affilato, come quello disegnato da Ambrogio Noceto nell’Album della Trivulziana; i capelli sono raccolti da un turbante, seconda la moda milanese degli anni francesi.

 

 

Luini può avere schizzato il volto di Bianca Maria in Casa Bentivoglio, e poi averlo inserito come omaggio all’universo di affetti di Ippolita. La giovane aveva frequentato la dimora dei Bentivoglio almeno fino alla decapitazione del marito Ermes, del 22 ottobre 1519. Cosa facesse subito dopo il tragico evento non si sa con certezza. È noto che l’11 marzo 1522 si rimetterà alla protezione della marchesa del Monferrato, per poi risposarsi col giovanissimo conte di Challant. E in quell’intervallo? Bandello riferisce che Bianca Maria, negli anni del primo matrimonio, aveva il permesso di frequentare esclusivamente i Bentivoglio. Per cui è lecito pensare che la sua prima idea di vedova sia stata di riparare nelle braccia materne di Ippolita. La decisione successiva di abbandonare l’amata Milano sarebbe la conseguenza della morte della Bentivoglio, forse per segreto timore di finire anche lei in convento.

 

La tragica fine della contessa di Challant (novella I, IV)

Bandello non è a Milano al momento dell’esecuzione, per cui riferisce i fatti come riferitigli dal poeta milanese Antonio Sabino. Il novelliere insiste sulle basse origini della donna, che dice figlia di un ricchissimo usuraio di Casalmonferrato. In realtà Bianca Maria Gaspardone è figlia di conte, per quanto di recente nobiltà. Nel 1514, quando è poco più che quindicenne, sposa Ermes Visconti, attirato dalla cospicua dote. Dopo la morte del marito (giustiziato dai francesi per sospetto tradimento sulla piazza d’armi del Castello), è accolta dai Bentivoglio. Grazie alla straordinaria avvenenza è corteggiata da parecchi pretendenti. Nel 1522 il potente signore valdostano Renato di Challant riesce a conquistarla, ma non a farle apprezzare la vita solitaria nei castelli alpini, a lei che è abituata alla mondanità di Milano.

 

Ritratto di Renato quinto conte di Challant

 

Federico Pastoris, I signori di Challant nel castello di Issogne (1865, Torino, GAM)

Bianca Maria scappa nel 1524 a Pavia, dove mena «una vita troppo libera e poco onesta», facendo «all’amore con questo e con quello». «Ho ventidue anni e son già vedova due volte. La sorte può mutare»: le fa dire Giacosa nella sua fortunata pièce teatrale. La descrizione bandelliana di Pavia come di città mondana e tentatrice può far oggi sorridere, ma coincide con la visione che nel passato si aveva della vivace città universitaria. «Quis Papie demorans castus habeatur?» (chi dimorando a Pavia potrebbe rimare casto?): cantavano i goliardi del medioevo.

Solo a posteriori – scrive Bandello – si capiscono le ragioni della gelosia del Visconti, dopo che la donna, libera dal controllo del consorte, si è mostrata in tutta la sua congenita disonestà, fino alla condanna per omicidio il 20 ottobre 1526. Eppure la dama aveva la fama di donna «costumata», quando – pur non potendosi permettere le libertà delle signore milanesi – praticava la Casa Bentivoglio. Con il senno di poi, Bandello la descrive come una puledra irrequieta, tenuta a freno dal marito, che le impedisce di presenziare alle occasioni mondane:

"ella ne le prime nozze era moglie del nostro signor Ermes Vesconte, che Dio abbia in gloria, perciò che egli era riputato esser di lei geloso. Del che era in Milano assai biasimato. Egli non permetteva che ella praticasse in molti luoghi, se non in casa de la signora Ippolita Sforza e Bentivoglia, ove spesso io la vedeva e seco domesticamente ragionava. Onde mi ricordo che, essendo ella fanciulletta, e volontarosa, come le fanciulle sono, d’andar a le feste con quella libertà che le donne milanesi vanno, pregò essa signora Ippolita, che l’impetrasse dal marito di poter andar in certo luogo, massimamente essendovi invitata. La signora Ippolita fece in effetto l’ufficio a la presenza mia con il signor Ermes, un giorno che di compagnia eravamo noi tre soli a ragionar insieme. Ascoltò il signor Ermes la richiesta fattagli, e poi sorridendo così le rispose: […] Voi mi perdonarete s’io non lascio andar la mia moglie ov’ella vuole e se non le do tanta libertà quanta in Milano si costuma, perché io conosco il trotto e l’andar del mio polledro…."

 

Bandello racconta la dinamica dei fatti con il consueto realismo. Nel secolo romantico, Giacosa e altri assolveranno la contessa dalla taccia di femmina depravata, indicando come causa della condanna capitale il rifiuto di lei a concedersi al duca di Borbone, governatore milanese. Ma Bandello non mostra pietà per la «putta sfacciata», perfida e ninfomane, sempre in cerca di un «gagliardo macinatore».

"Questo don Pietro era giovine di ventidui anni, brunetto di faccia ma proporzionato di corpo e d’aspetto malinconico, il quale veggendo un dì la signora Bianca Maria, fieramente di lei s’innamorò. Ella conoscendolo e giudicatolo piccione di prima piuma ed instrumento atto a far ciò che ella tanto bramava, se le mostrava lieta in vista, e quanto poteva più l’adescava, per meglio irretirlo e abbarbagliarlo. Egli, che più non aveva amato donna di conto, stimando questa esser una de le prime di Milano, miseramente per amor di lei si struggeva. A la fine ella se lo fece una notte andar a dormir seco, e con amorevolissime accoglienze lo raccolse, e mostrandosi ben ebra de l’amor di lui, li fece tante carezze e gli dimostrò tanta amorevolezza nel prender amorosamente piacer insieme, che egli si reputava esser il più felice amante che fosse al mondo, e in altro non pensando che in costei, così se le rendeva soggetto, che ella non dopo molto entrata in certi ragionamenti, domandò di singular grazia al giovine che volesse ammazzar il conte di Gaiazzo e il signor Ardizzino.

Ma la disgraziata giovane, avendo di bocca sua confermata la confessione de l’amante, fu condannata che le fosse mózzo il capo. Ella, udita questa sentenza, e non sapendo che don Pietro era scappato per la più corta, non si poteva disporre a morire. A la fine essendo condutta nel rivellino del castello verso la piazza, e veduto il ceppo, si cominciò piangendo a disperare e a domandar di grazia che, se volevano che morisse contenta, le lasciassero veder il suo don Pietro; ma ella cantava a’ sordi. Così la misera fu decapitata. E questo fin ebbe ella de le sue sfrenate voglie."

 

«Vi vo’ narrare un’istoria»

Qui di seguito un breve regesto delle novelle di Matteo Bandello d’ambientazione milanese. Si tenga presente che i nomi dei personaggi sono quasi sempre, dichiaratamente, pseudonimi.

I. IX. Un marito, geloso della moglie Caterina, ascolta di nascosto in San Angelo la confessione dell’adulterio di lei e – appena fuori dalla chiesa – la uccide.

I. XXVI. La duchessa di Amalfi si sposa in segreto con il maggiordomo Antonio Bologna. Una volta scoperta dai fratelli, fugge con lui verso il nord Italia, rinunciando al titolo. Sorpresa in un’imboscata, è fatta prigioniera con i due figli minori e con loro uccisa. Il Bologna riesce per il momento a fuggire a Milano, accompagnato dal figlio maggiore, ma è raggiunto anche lui dai sicari.

I. XXVIII. Cornelio, fuoriuscito milanese a Mantova, torna nottetempo in città a ritrovare l’amata Camilla.

II. III. Il mercante di cavalli Guglielmo di Germania torna a Milano a riscuotere un vecchio pagamento, ma trova – al posto del creditore Ambrogio fuggito in campagna – un prelato amante della moglie. Gli chiede lo stesso i soldi, perché grazie a lui ha potuto cavalcare con agio: non i cavalli ma una bella puledra.

II. VIII. Crisoforo riesce a convincere la bella Apatelea a giacersi con lui almeno una volta, minacciando di calunniarla di fronte all’amante ufficiale e alla città intera.

II. XLVII. Simpliciano, giovane azzimato, sempre vestito all’ultima moda e profumatissimo, viene ingannato dalla donna che corteggia, che lo fa giacere con l’orrenda serva.

II. XLVIII. «Noi siamo su l’ultimo del carnevale, e il tempo vorrebbe esser dispensato in giuochi festevoli e parlari piacevoli, a ciò poi possiamo esser più forti a sopportar il peso de la quadragesima che ci è su le porte». I frati di un convento di Milano si spaventano nel trovare in una cella una meretrice che si è tinta per sbaglio d’inchiostro

III. XXII. Ambrogiolo berrettaio va a trovare di nascosto la Rosina, in borgo di Porta Comasina. Sente il bisogno impellente di andare di corpo nel cimitero di San Simpliciano, ma un buontempone lo spaventa fingendosi uno spirito. Fermato dalla compagnia di Estorre Visconti, è in seguito liberato, ma non prima che un soldato abbia approfittato della bella Rosina.

III. XXIV. Giovanni Antonio, figlio del giardiniere di Palazzo Bentivoglio nel borgo di Porta Comasina, litiga con uno sbirro di corte, ed è difeso dall’eroica sorella. I due sono risparmiati dalla legge grazie all’intervento del Bentivoglio.

III. XXV. Giovanni Maria Visconti fa seppellire vivo un prete che si rifiuta di officiare gratuitamente il funerale di un povero milanese.

III. XXVI. Il capitano Biagino Crivelli non riesce a ottenere da Ludovico il Moro un beneficio ecclesiastico per un suo parente. Ammazza allora un prete decrepito di Montevecchia in Brianza, e fa presente al duca che ormai non può più accampare scuse: in questo caso non è proprio possibile che il beneficio sia già stato assegnato a qualcun altro.

III. XXXII. Nella sala verde del Castello un buffone di corte sbeffeggia i supponenti frati carmelitani, al cospetto del duca Galeazzo Maria Sforza.

III. XXXV. Un dottore convince con una scusa un amico gentiluomo a cambiarsi d’abito con lui, approfittando del buio della chiesa di San Nazaro. Subito dopo corre a casa dell’amico per giacersi con la moglie.

III. XLV. Il duca Galeazzo Maria Sforza fa suo consigliere il dottore Giovanni Andrea Cagnola, conosciutolo giusto e saldo nei giudizi.

III. LIII. L’usuraio Tommasone Grasso chiede a Bernardino da Siena in visita a Milano di predicare contro il vizio dell’usura, con il segreto proposito di debellare la concorrenza.

III. LXV. La spassosa novella di monna Bertuccia, scimmia da compagnia fuggita da una casa nella contrada di San Giovanni sul Muro.

IV. XIII. Terza novella dedicata a Galeazzo Maria Sforza, il duca gaudente, «troppo dedito a l’amore de le donne». Qui il signore riesce a farla sotto il naso a un consigliere, spacciandogli per un gesto di cortesia una visita a casa sua per trescare con la moglie.

IV. XXV. Una gentildonna vedova, innamoratasi di un giovane alla Festa del Perdono, riesce a godere di lui per sette anni, fino alla prematura morte dell’amante, senza mai rivelare la propria identità.

 

Bibliografia essenziale

Lo studio sulla personalità di Matteo Bandello e dei suoi legami con Milano è stato condotto in gran parte sul testo delle Novelle, ricco di spunti e notizie autobiografiche, specie (ma non solo) nelle lettere dedicatorie.

Le Novelle (Lucca, 1554) sono leggibili in sillogi presenti in commercio:
Matteo Bandello, Novelle, Rizzoli, Milano 1990.

Oppure nell’edizione integrale, consultabile nelle principali biblioteche italiane:
Matteo Bandello, Tutte le opere, a cura di Francesco Flora, Mondadori, Milano 1934.

O infine consultabili sul sito web:
http://www.liberliber.it/biblioteca/b/bandello/index.htm

Utile inoltre sui rapporti di Bandello con i Bentivoglio:
Carlo Godi, Bandello. Narratori e dedicatari della prima parte delle Novelle, Bulzoni, Roma 1996.

 

La committenza Bentivoglio del ciclo di Bernardino Luini in San Maurizio è oggetto di analisi in alcuni testi fondamentali:

Angelo Ottino Della Chiesa, San Maurizio al Monastero Maggiore, Cariplo, Milano 1962.

Giovanni Battista Sannazzaro, San Maurizio al Monastero Maggiore, Parrocchia di S. Maria alla Porta, Milano 1981.

Maria Teresa Binaghi Olivari, I francesi a Milano (1499-1525): arti figurative e moda, in «Annali dell’Istituto storico italo-germanico in Trento», V, 1979, pp. 86-116.

Sandrina Bandera, I cicli pittorici, in Carlo Capponi (a cura di), San Maurizio al Monastero Maggiore di Milano, BPM, Milano 1998, pp. 46-83.

Dario Trento, Alessandro e Ippolita Bentivoglio in San Maurizio, in Sandrina Bandera, Maria Teresa Florio (a cura di), Bernardino Luini e la pittura del Rinascimento a Milano. Gli affreschi di San Maurizio al Monastero Maggiore, Skira, Milano 2000, pp. 37-44.

Maria Teresa Fiorio, Paola Zanolini (a cura di), Arte e musica in San Maurizio al Monastero Maggiore, BPM, Milano 2006.

 

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Ultima modifica: martedì 1 novembre 2011

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