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Maestro del Vitae Imperatorum, S. Ambrogio nello studio, Bologna, Museo Civico Medievale

Scritti ambrosiani

 di Maria Grazia Tolfo

 

Si possono classificare gli scritti ambrosiani in tre categorie fondamentali: l’epistolario, i trattati e gli inni. Le sue lettere, sia che si tratti di quelle da lui stesso raccolte per la pubblicazione o di quelle fuori collezione, destinate a rimanere segrete e rese note solo nel IX sec., sono un materiale molto interessante per le notizie sociali, culturali, politiche e sociologiche che ci offrono.

La serie dei trattati su questioni dottrinali e teologiche comprende libri ponderati e composti a volte nel corso degli anni, ben diversi come costruzione dalle omelie scritte per le messe o per le celebrazioni festive, pervenuteci in qualche caso nella versione stenografata, e quindi molto interessanti per capire come il vescovo porgesse ai fedeli l’insegnamento dottrinale.

Un’ultima categoria molto particolare di scritti riguarda gli inni composti da Ambrogio stesso e, probabilmente, musicati anche da lui, data la sua  conoscenza musicale. Sono forse per i fedeli la produzione ambrosiana più famosa e utilizzata nella liturgia, almeno fino a poco tempo fa.

 

L’epistolario

Tra i suoi scritti un ruolo non indifferente è giocato dall’epistolario sul modello di quello di Plinio il Giovane. Ambrogio provvide personalmente alla raccolta in X libri delle sue lettere e ne curò la divulgazione, perché le sue lettere avevano uno scopo letterario e di propaganda. Fra i suoi interlocutori vi sono innanzi tutto i vescovi: Giusto di Lione, Felice di Como, Savino di Piacenza, Cromazio di Aquileia, Teofilo di Alessandria; seguono i membri del suo clero, in particolar modo Simpliciano, il suo istruttore in materia di fede.

Interessanti sono le lettere, abbondanti e dense di riferimenti politici, all’imperatore Teodosio; non mancano anche le lettere ai giovani imperatori Graziano e Valentiniano II, nonché all’usurpatore Eugenio. Ai parenti restano solo le lettere alla sorella Marcellina, alla quale racconta la vicenda dell’occupazione delle basiliche nell’aprile 386 e il ritrovamento di Gervasio e Protasio nel giugno dello stesso anno.

 

Omelie, opere esegetiche e trattati

Ambrogio non fu un teologo, fu un assimilatore che riproponeva al suo gregge le sue letture e riflessioni. Fra le sue fonti d’ispirazione Ilario di Poitiers, Origene che diventa la fonte principale nella seconda fase della sua produzione letteraria; Atanasio di Alessandria, Basilio di Cesarea (che fece in tempo a congratularsi con Ambrogio per la sua elezione); Gregorio di Nazianzo, suo amico personale; Eusebio di Cesarea, altro padre cappadoce; Didimo il Cieco, suo ispiratore per la teologia trinitaria.

Rispetto alla media dei patrizi romani, Ambrogio possedeva un retroterra filosofico insolito e la conoscenza del greco, che gli permetteva di inserire nella sua fornitissima biblioteca testi in lingua greca.

 

I trattati teologici

La fede, scritta nel 378 su richiesta dell’imperatore Graziano, deriva dalla forte presenza ariana a Milano dopo l’arrivo della corte da Sirmio, capeggiata dall’imperatrice Giustina. Ambrogio parte subito alla riscossa “Mi hai ordinato di manifestare la mia fede non per apprenderla ma per approvarla”, scrive al giovane imperatore nell’introduzione del suo trattato. Non si sa cosa ne fece, perché glielo consegnò solo nel 381, dopo che nell’estate del 379 aveva incontrato personalmente Graziano a Milano e dopo che il concilio di Costantinopoli convocato da Teodosio nel 381 aveva preso posizione sulla figura dello Spirito Santo. Già nel 379 Ambrogio scriveva a Graziano ringraziandolo per il sostegno fornitogli.

Nella primavera del 381 scrive il trattato sullo Spirito Santo che apre una controversia con S. Girolamo. Il santo dalmata paragona Ambrogio a una sgraziata cornacchia che si fa bella coi colori di altri. “Ho letto recentemente i libri di un tale sullo Spirito Santo e, secondo il poeta comico (Terenzio), ho visto opere latine non buone ricavate da buone opere greche. Non vi si trova né dialettica né energia né rigore..., ma tutto è flaccido, molle, brillante e appariscente”. Il libro sarebbe insomma un plagio indegno. Girolamo si era mostrato inizialmente molto deferente e pieno di elogi verso Ambrogio, sperando in un suo appoggio alla successione di Damaso. Invece il vescovo milanese non si oppose all’elezione di Siricio nel 384 e da quel momento divenne uno dei bersagli prediletti dall’esacerbato dalmata, allontanato forzatamente da Roma.

Nel periodo della strage di Salonicco del 390 Ambrogio scrisse il trattato La penitenza, contrario a ogni rigorismo e a favore del perdono. Viene descritta la prassi della penitenza da compiere davanti alla comunità ecclesiale. Riguardava soprattutto tre gravi peccati: idolatria, omicidio e adulterio, per i quali il perdono poteva essere ricevuto una sola volta nella vita. Comportava innanzi tutto l’esclusione dall’eucarestia, l’emarginazione nello spazio dei penitenti in chiesa, pratiche di digiuno, mortificazione corporale e preghiera nelle ore sottratte al sonno.

 

La teologia politica ambrosiana e le porte lignee di S. Ambrogio

L’Apologia del profeta Davide a Teodosio Augusto, ribadita nella Seconda apologia di Davide è da considerarsi un trattato di teologia politica nella visione ambrosiana, riproposto figurativamente nelle formelle lignee del portale della basilica di S. Ambrogio, del cui programma il vescovo fu l’indubbio committente. Le storie narrano l’ascesa di Davide, dalla sua unzione al combattimento vittorioso contro Golia, ossia gli stessi episodi considerati nell’esegesi fatta da Ambrogio. Il motivo ispiratore del programma è il rapporto fra sacerdotium e imperium; Ambrogio sostiene che all’imperium si accede in virtù di quell’operatio dei che rimane prerogativa del sacerdos autenticare e non in forza di una successione dinastica. Nel racconto il sacerdos è Samuele che sa riconoscere l’unto del Signore, il pastorello Davide.

Se questo messaggio venne “inviato” a Valentiniano II al culmine della lotta per l’occupazione delle basiliche, poteva essere rivolto con un trattato nel 390 a Teodosio, aggiungendovi il tema della concessio (assente nel portale): si tratta della difesa di Davide prima che si macchiasse di adulterio con Betsabea e ne eliminasse il marito Uria. Il vescovo svolge il ruolo di difesa e sostiene che il peccato del re è stato giustificato dalle sue buone azioni: la vittoria su Golia, la pazienza contro le persecuzioni di Saul e la sua lealtà. A Teodosio Ambrogio perdonava la strage di Salonicco in virtù della sua lotta contro l’eresia ariana e il paganesimo.

 

Il rito ambrosiano

Ci sono due trattati, il De sacramentis e il De mysteriis che trattano il rito della chiesa milanese, poi detto ambrosiano. Cominciamo ad esaminarlo partendo dai riti di iniziazione cristiana.

I catecumeni erano distinti in due livelli, i semplici e i competentes, ossia quelli giunti ormai al tratto finale della preparazione durata tre anni. Ogni anno, all’Epifania, il vescovo invitava i catecumeni a dare il nome per ricevere il sacramento senza dilazionare il momento per lunghi anni. Nella domenica delle Palme, dopo il congedo dei catecumeni, si teneva il rito della traditio Symboli ai competentes, che riassumeva le verità fondamentali della fede cristiana da imparare a memoria. Quando la domenica delle Palme divenne commemorativa dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, la traditio Symboli fu anticipata al sabato. Nella notte pasquale si svolgevano i riti d’iniziazione:

- effetha o mysterium apertionis, durante il quale il vescovo toccava le orecchie e le narici del battezzando con le dita bagnate di saliva;

- ingresso nel battistero, dove si trovava una vasca con acqua corrente;

- unzione prebattesimale;

- rinunce al mondo e al demonio formulate attraverso due sole domande;

- esorcismo dei demoni;

- consacrazione dell’acqua della vasca;

- triplice professione di fede e triplice immersione del battezzando nudo;

- unzione post-battesimale con l’olio versato sul capo;

- lavanda dei piedi. Ambrogio ricorda che egli, imitando il gesto compiuto da Gesù dopo l’ultima cena, si piegava a lavare i piedi del neofita. Scomparso dal rituale battesimale, il rito della lavanda è rimasto come complemento della messa in Coena Domini al giovedì santo.

- consegna della veste bianca;

- confermazione o cresima;

- processione all’altare della vicina cattedrale per la celebrazione eucaristica all’alba di Pasqua. Dal martedì alla domenica successiva il vescovo si intratteneva coi neofiti sul significato dei riti dell’iniziazione. Come si vede, i riti d’iniziazione sono oggi suddivisi in tre momenti distinti: battesimo, cresima e comunione. A separarsi per prima dal battesimo (ormai somministrato anche dai preti) fu la confermazione, che rimase di esclusiva competenza episcopale; quindi si staccò la comunione, rimandata all’età della ragione.

La messa veniva celebrata dal vescovo ogni giorno, verso mezzodì e verso sera nei giorni di digiuno; era divisa in due parti: la liturgia della parola, volta all’insegnamento, e la liturgia eucaristica. Nella liturgia della parola c’era la lettura profetica, poi quella delle Lettere di S. Paolo e infine del Vangelo, alla quale seguiva l’omelia del vescovo. La chiesa ambrosiana manterrà questa partizione anche dopo che papa Gregorio Magno ridurrà a due le letture sopprimendo quella dei profeti e l’omelia. Al termine della liturgia della parola si licenziavano i catecumeni e i fedeli portavano su apposte mense le offerte consistenti in pane e vino, ma anche nelle ricchezze accumulate nel corso di attività svolte con l’impuro mondo pagano; si recitava la preghiera eucaristica, il Padre nostro e poi si distribuiva la comunione; i fedeli salivano all’altare per ricevere il pane e il vino, mentre nelle chiese latine erano i sacerdoti che portavano l’eucarestia ai fedeli, al limite del presbiterio.

Riguardo agli altri riti: la riconciliazione dei penitenti avveniva il giovedì santo; per i malati è attestato il rito dell’imposizione delle mani; nel matrimonio, rimasto giuridicamente uguale a quello laico romano, il sacerdote si limita a imporre il velo alla sposa e a benedire l’unione; la velazione delle vergini avveniva di solito a Natale o all’Epifania; l’ordinazione per i diaconi e presbiteri avveniva per imposizione delle mani. Per l’ordinazione di un vescovo era richiesta la presenza di tre vescovi che imponevano le mani.

Nella Quaresima si digiunava (astensione dal pranzo) tutti i giorni eccetto il sabato e la domenica, uso estraneo alle chiese occidentali ma presente in quelle orientali. Il digiuno finiva il giovedì santo ed iniziava dalla sesta domenica prima della domenica di Pasqua. A Milano, nel computo della Pasqua secondo le fasi lunari, si seguiva la tradizione alessandrina e non quella romana.

Sembra che sia stato Ambrogio a introdurre a Milano, secondo l’uso romano, la celebrazione del Natale il 25 dicembre invece che il 6 gennaio, secondo l’uso milanese.

 

Il tema della verginità

Uno degli argomenti preferiti e più sviscerati da Ambrogio riguarda il tema della consacrazione alla chiesa di vergini e vedove. Il vescovo esordì nel 377 con un trattato Sulle vergini dedicato alla sorella Marcellina, in cui si prende a modello S. Sotere, prozia paterna, martire sotto Diocleziano (303) e sepolta sulla via Appia. Ambrogio annota qui un particolare di costume interessante: alla zia durante il martirio non fu risparmiato il viso, schiaffeggiato brutalmente, mentre di solito la martire rimaneva velata anche se il suo corpo era sottoposto a tormenti.  Lo schiaffo sul viso viene visto come un affronto al pudore: “Si scoprì il volto, senza velo e senza protezione solo per il martirio, e spontaneamente andò incontro all’offeso presentando il viso” (Esortazione alla verginità, 12, 82). A questo fece seguito sempre nel 377 il trattato Le vedove; nel 386-87 uscì La verginità, con ampio influsso di Origene e di Gregorio di Nissa; nel 392 pronunciò l’omelia L’educazione della vergine e, infine, nel 394 si ebbe l’Esortazione alla verginità. 

Dal 383 l’imperatore Graziano, su pressione di Ambrogio, emanò una legge che permetteva tra l’altro alle donne che si consacravano a Dio, vergini o vedove, di ricevere la dote o di portare con sé l’eredità, perché lo sposalizio in Cristo era considerato un matrimonio a tutti gli effetti. La cerimonia della velazione, che si svolgeva alla vigilia di Natale e di Pasqua, era strutturata infatti come un matrimonio: durante la messa, dopo il sermone, il vescovo prendeva il velo dall’altare, dove era stato collocato per essere santificato e lo metteva sul capo della vergine.

Un argomento ricorrente negli scritti di Ambrogio in favore della verginità è l’ostilità al matrimonio per via della posizione subordinata della donna, che può emanciparsi solo rifiutando ufficialmente di affidarsi alla tutela di un uomo, cioè facendo volto di verginità. Ambrogio paragona la nubile a una schiava che si vende sul mercato al miglior offerente, avendo al collo una collana d’oro o di perle invece del collare di ferro delle schiave. Emerge dalle sue considerazioni una visione drammatica della società alla fine dell’impero, dove il senso di precarietà esistenziale dovuto a fattori negativi come le guerre ininterrotte, la pressione dei barbari, il calo di natalità, la recessione economica, spingevano sia i più deboli socialmente che i più evoluti culturalmente a cercare solidarietà anche al di fuori del gruppo parentale.

L’immagine che della vergine modello dà Ambrogio è severissima: umile nei sentimenti, parca nel parlare, zelante nella lettura, staccata dalle ricchezze, assidua nel lavoro, timorosa dei familiari, frugale nei cibi. Non esce di casa se non per andare in chiesa accompagnata dai familiari ed evita i contatti coi vicini per non offrire spunto ai pettegolezzi. Evita i cibi che danno calore alle membra, i convitti affollati, rifugge dai convenevoli. Infatti per le cortesie si guasta il pudore, risalta la sfrontatezza, fa strepito il riso, svanisce la modestia. E nemmeno sta bene che le vergini mostrino un’allegria eccessiva; se non hanno di che piangere, piangano almeno per i mali del mondo. Che la vergine non sia come quelle femmine che durante la messa sbuffano, tossiscono, si soffiano il naso, ridono, guardano con occhi torvi, usano parole e un comportamento impudenti, specie quando ballano. La vergine non abbia mai gesti stanchi, incedere rilassato, voce petulante; non si dipinga il viso e gli occhi, non esibisca gioielli preziosi o gemme alle orecchie, non indossi vestiti dorati con strascico, non lusinghi coi profumi, ma emuli in tutto la Vergine Maria. Tale modello è comune ai padri del primo cristianesimo e lo si ritrova, ad esempio, nel radicalismo etico di Tertulliano, che ne L’eleganza delle donne condanna l’ostentazione del lusso nella partecipazione alla vita mondana, proponendo per la donna cristiana un modello di vita appartata.

Anche la vedova, fatta oggetto di carità dalla primitiva chiesa cristiana, diveniva ora protagonista dell’azione religiosa; a lei si chiedeva come prima virtù l’ospitalità, ma anche la generosità verso i poveri e i malati, ossia un compito squisitamente assistenziale. Mentre le vergini restavano sottratte alle brutture del mondo in una mistica intimità con lo sposo divino, le vedove svolgevano la loro professione di fede al servizio dell’umanità, istituendo forse così una primitiva distinzione fra monache e suore. Tra i laici le vedove influenti erano le più attive nella diffusione del cristianesimo. L’unico requisito imposto per diventare membri attivi della Chiesa era l’astinenza. La donna astinente più comune era la madre di famiglia che spesso amministrava alcune proprietà con le quali poteva beneficare la chiesa. La vedova poteva girare per le case, approfittando dell’invidiabile mobilità concessa alla funzione apostolica. Le vedove esplicavano funzioni paraecclesiali e i fedeli si rivolgevano loro per avere consigli, perché il dono profetico della donna era un’idea inestirpabile dall’immaginario romano. Le vergini godevano in compenso di una posizione privilegiata all’interno della Chiesa, occupando nelle celebrazioni liturgiche il primo posto dopo il clero.

 

Il clero celibatario e nullatenente

L’importanza accordata alle donne consacrate innescò il problema della continenza dei sacerdoti. Negli anni successivi al 380 il celibato perpetuo per il clero diventò una questione aperta. “Ambrogio aveva capito che le chiese locali potevano aspettarsi dai loro vescovi e sacerdoti solo un celibato postmatrimoniale, a partire dal momento dell’ordinazione: dal clero in generale non si poteva pretendere altro che non continuasse a produrre figli, pur avendone avuti in precedenza” (Brown). Alla fine del IV secolo il celibato integrale del clero venne proposto soprattutto dalle chiese di Spagna e Gallia e sostenuto da papa Siricio: una classificazione gerarchica del grado di perfezione cristiana basata sulla continenza per ambo i sessi. Al primo posto erano le persone vergini, al secondo le persone vedove e al terzo le persone sposate. La verginità femminile diventava il modello per tutto il clero.

Nell’ep. 6 a Ireneo Ambrogio prende spunto dalla lettura biblica, con Mosé che poté salire sul Sinai con i sacerdoti e non col volgo, per sostenere la necessità per i sacerdoti di distinguersi dai laici. “Nei sacerdoti non si ricerca nulla di volgare, nulla di comune con le aspirazioni, le abitudini, i costumi della moltitudine grossolana. La dignità sacerdotale rivendica per sé una gravità che si tiene lontana dai tumulti, una vita austera, una singolare autorevolezza... Cerchiamo per noi una via inaccessibile ai discorsi degli impudenti, impraticabile dalle opere degli ignoranti, tale che non sia calpestata da nessun individuo macchiato...”.

Nell’ep. 17 al suo clero Ambrogio lascia intendere le difficoltà economiche in cui versavano i sacerdoti e l’abitudine ad abbandonare gli ordini. “Spesso nella mente degli uomini s’insinua la tentazione di rinunciare al proprio compito dopo essere stati sfiorati da qualche lieve contrarietà, se le loro aspirazioni non incontrano il successo desiderato. Tale atteggiamento in un’altra categoria di persone sarebbe tollerabile; ma in quelli che attendono al culto divino è motivo di profondo dolore”.  La chiesa era stata economicamente favorita da Costantino, che nel 330 aveva esonerato i preti dai servizi civili; nel 343 Costante aveva aggiunto l’esenzione dalle imposte e, per quelli che esercitavano il commercio, l’esenzione dalle tasse sul reddito, beneficio estensibile ai figli. Si suppone che l’alleanza fra Chiesa cattolica e mercatores risalga a questi provvedimenti.

Il clero riceveva uno stipendio mensile, possedeva una cassa (arca) alimentata in modo regolare da offerte e donazioni. Figura di spicco era il diacono amministratore: in caso di defezione, grazie al suo potere economico, poteva influenzare e controllare masse sbandate di fedeli nella scelta del partito in cui schierarsi. La cassa provvedeva inoltre a tutta una gamma di opere assistenziali, divenute poi tipiche dell’intervento sociale cristiano: orfani e vedove privi di mezzi, malati, servi anziani, naufraghi, condannati alle miniere o deportati nelle isole per professione religiosa.

Valentiniano I cercò di frenare la tendenza dei cittadini abbienti a sottrarsi agli obblighi civili e dispose nel 370 che i decurioni che ricevevano gli ordini sacri dovessero lasciare i loro beni alla curia o a un parente che li sostituisse nell’incarico. Anche dall’episodio che segue si deduce come nella mentalità dell’epoca la carriera ecclesiastica era vista come un comodo sotterfugio per l’esonero civile e l’esenzione dalle tasse. L’ep. 27 al vescovo di Piacenza Sabino, scritta all’inizio del 395, tratta della decisione di Paolino, poi vescovo di Nola, di percorrere la carriera ecclesiastica, vendendo tutti i suoi beni a favore dei poveri. Ambrogio registra lo sgomento dell’opinione pubblica: “Un membro di così illustre famiglia, un discendente da stirpe così insigne, così dotato da natura, fornito di tanta eloquenza, avere abbandonato il senato, avere interrotto la successione del nobile casato: è una cosa che non può essere tollerata!”.

 

La questione sociale

Giuseppe è un trattato nel quale Ambrogio commenta la triste storia di questo personaggio biblico, venduto ai mercanti dai fratelli, condotto schiavo in Egitto e comprato da Potifarre. In questo trattato prevale la lettura tipologica: Giuseppe è immagine di Cristo, anch’egli venduto per la salvezza dell’umanità. La spiegazione morale chiarisce che Dio, per mezzo di Giuseppe, “ha dato conforto a coloro i quali sono in schiavitù, ha concesso loro un insegnamento, affinché imparassero che anche nelle condizioni più basse la condotta di vita può essere superiore e che nessuna situazione è priva di virtù”. La condizione richiesta è che conoscano se stessi. Continua Ambrogio “chiunque commette peccato è schiavo del peccato”: è quindi schiavo il ricco perché “si vende all’incanto per un minimo profitto di denaro.

Elia e il digiuno,  scritto tra il 387 e il 390, è dedicato in forma buffa al tema dell’intemperanza, in particolare dell’ubriachezza e dell’avarizia e per contrapposizione del digiuno. Esordisce con un quadretto divertente su come il servo si agiti per trovare gli ingredienti migliori per il banchetto offerto dal suo padrone, prosegue con l’abitudine di fare la cresta sui prezzi, si dilunga sull’incredibile daffare nelle cucine della villa e, infine, su come è ridotto pieno di avanzi il pavimento dopo il banchetto. Tutto il trattato verte sulle ricchezze e i doveri sociali che ne derivano, visti ovviamente in chiave grottesca. Ma non solo, l’aggravarsi della situazione agricola in questi anni e la carestia provocata dall’invasione di Massimo nel 387, con le speculazioni e le privazioni che ne erano derivate, avevano sollecitato l’attenzione di Ambrogio per i problemi sociali.

Naboth fu composto fra il 386 e il 390: è un trattato che mette in guardia dalla ricchezza, riconoscendo in essa e nei vizi che ne possono conseguire di avarizia e avidità, la causa dei disastri sociali. Naboth è l’umile ebreo del Primo Libro dei Re, vittima del re Acab che, per sottrargli la sua vigna non esita ad eliminarlo. Ambrogio sostiene che la terra non può essere di proprietà di nessuno, ma è un bene comune: “Quando tu aiuti il bisognoso non dai del tuo, ma gli rendi il suo; infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti, tu solo la usi. La terra è di tutti, non dei ricchi”. Ambrogio era colpito dall’estendersi dei latifondi improduttivi in mano a pochi ricchi, mentre i contadini erano costretti a riversarsi verso le città, creando sacche di miseria di proletariato urbano. Il ricco che possiede terre ne è solo un amministratore, non il padrone e se rifiuta di condividerle si mette contro la dottrina evangelica della fraternità universale. Nell’ep. 10 a Simpliciano ribadisce questo principio “Nessuno è ricco, perché non può portare con sé da questa terra ciò che possiede; ciò che si lascia quaggiù non è nostro, ma degli altri”.

Tobia, scritto tra il 385 e il 389, tratta dei reinvestimenti che, facendo leva sull’usura, creavano situazioni di indebitamento senza via d’uscita. Ambrogio condanna ogni prestito ad interesse, che di fatto assume la forma di sfruttamento. Tobia, ricordiamo, riceve un prestito gratuito dal lontano parente Gabael. Al contrario, si arriva perfino a tenere in ostaggio i defunti senza sepoltura per riavere il prestito con gli interessi. Ambrogio usa parole molto dure: “O ricchi: date poco ed esigete molto. Questa la vostra umanità: quando soccorrete depredate anche. Anche il povero vi giova per arricchirvi”.

Il terzo libro de I doveri, scritto  tra il 388 e il 389, è un trattato di norme per la vita cristiana offerto dal vescovo all’intera comunità ecclesiastica. Il vescovo condanna quei possidenti che al tempo del raccolto sottraggono al mercato ingenti quantità di frumento per aumentare il prezzo, provocando così carestie artificiali. Per Ambrogio l’aggiotaggio è una forma di rapina: “Tu da usuraio nascondi il frumento, da trafficante lo vendi al maggior offerente”. L’unica speranza del coltivatore è che aumenti la carestia!

Nell’ep. 8 a Faustino di Bologna, scritta dopo il novembre 394, Ambrogio prende spunto dal lutto personale di Faustino, al quale era morta la sorella, per allargare il cordoglio all’intera Aemilia, devastata dalle guerre. “Or non è molto, venendo da Bologna, ti lasciavi alle spalle Claterna, la stessa Bologna, Modena, Reggio, alla tua destra c’era Brescello, davanti ti veniva incontro Piacenza, che ancora proclama nello stesso suo nome un’antica nobiltà, ed eri preso da compassione osservando alla tua sinistra la zona incolta dell’Appennino e i villaggi abitanti un tempo da popolazioni prospere e ricche e ne rievocavi la sorte con dolorosa partecipazione. Tanti cadaveri di città semidistrutte e le rovine dei territori si offrono alla tua vista nello stesso tempo...”

 

Innodia ambrosiana

La biografia di S. Ambrogio ci informa che durante l’occupazione delle basiliche nel 386 a scapito degli ariani, per tener desta l’attenzione dei fedeli il vescovo ricorse al canto, fino a quel momento poco utilizzato dai fedeli e riservato ai lettori. Ilario di Poitiers aveva composto alcuni inni, ma non aveva riscosso alcun successo per la difficoltà dei poemi e la pregnanza teologica del contenuto. Ambrogio può quindi essere ritenuto il vero diffusore dell’innologia occidentale, componendo lui stesso circa una dozzina di inni, che incontrarono un gran successo nell’ampia diocesi milanese e anche oltre, in Germania, Francia e Inghilterra.

In quel frangente drammatico Ambrogio insegnò quindi a cantare i salmi in forma antifonata: divise in due cori (maschile e femminile?) gli occupanti, affidando a ciascuno di essi alternatamente un versetto dopo l’altro; distribuì poi i testi degli inni che aveva già composto e che entreranno successivamente a far parte della regolare liturgia. Gli inni sono stati pensati per accompagnare i diversi momenti della giornata nei quali è scandita la preghiera: inno per l’Ufficiatura notturna, per l’Aurora, per la Terza, per i Vespri, oppure per introdurre ai misteri dell’anno liturgico: Natale, Epifania, Pasqua; o per celebrare le principali figure della Chiesa: Pietro e Paolo, Giovanni Evangelista, Lorenzo, Agnese, Vittore, Nabore e Felice e infine i neo-ritrovati Protasio e Gervasio.

Rappresentano l’inizio dell’innodia latina cristiana.  Vi sono quattro inni diurni: l’Aeterne rerum conditor, imperniato sull’immagine del gallo, che caratterizza l’ultima parte della notte, la ravviva col suo canto, anticipa la luce del giorno, invita anzi a destarsi alla luce, ad assumersi gli impegni quotidiani. Il gallo indica simbolicamente l’uscita dello spirito dalle tenebre. L’inno fu citato da S. Agostino nelle Ritrattazioni (426 ca.). Lo Splendor paternae gloriae (all’aurora) venne ricordato dalla fine del V secolo dal vescovo Fulgenzio di Ruspe (468-533) in una sua lettera; Iam surgit hora tertia era da cantare prima della messa; venne ricordato da Agostino nel trattato La natura e la grazia del 415; Deus creator omnium (al vespro, nell’ora dell’accensione) è uno degli inni più celebri del canto ambrosiano, menzionato da Agostino in uno dei dialoghi di Cassiciaco, La felicità (386), dov’è la madre Monica a citare un versetto dell’inno.

Tre inni furono composti per le grandi solennità: 1° Intende qui regis Israel per Natale, citato da papa Celestino I nel sinodo romano del 430 contro Nestorio perché sostiene la verginità di Maria (“Il Verbo di Dio si è fatto carne, fiorito a noi come frutto di un grembo. Il virginale corpo s’inturgida, senza che il puro chiostro si disserri”); l’inno professa parimenti il credo niceno: aequalis aeterno Patri (consustanziale e coeterno al Padre). 2° Inluminans Altissimus per le Epifanie del Signore del 6 gennaio: l’adorazione dei Magi, il battesimo, le nozze di Cana, la moltiplicazione dei pani e dei pesci (di attribuzione dubbia) e 3° Hic est dies verus Dei per la ufficiatura della settimana di Pasqua. Due inni furono dedicati agli apostoli: Apostolorum passio per i SS. Pietro e Paolo, che ci piace immaginare cantato in occasione della consacrazione della basilica sulla via trionfale; Amore Christi nobilis è dedicato a S. Giovanni evangelista; un’altra serie di inni fu riservata ai santi della chiesa milanese Vittore, Nabore, Felice e ai nuovi trovati Protasio e Gervasio (Grates tibi, Iesu, novas), ai martiri romani Agnese e Lorenzo.

Come ci sono pervenuti questi inni? Attraverso gli innari, ossia i libri ad uso di monasteri e chiese, riservati a raccogliere i canti liturgici. L’Innario milanese è arrivato fino a noi in manoscritti databili agli ultimi decenni del IX secolo, prodotti nello scriptorium milanese. Sono il codice di Monaco Clm 343 e i due codici del Vaticano Vat. lat. 82 e 83, che sembrano raccogliere la più antica tradizione ambrosiana attestata a Milano.

 

Link nel WEB

http://www.annotazioni.com/cantoritradizioneambrosiana.htm

 

Ultima modifica:  martedì 23 luglio 2002

mariagrazia.tolfo@rcm.inet.it

Scritti ambrosiani
Ambrogio, il personaggio leggendario
Bibliografia

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