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Le regine longobarde tra storia romanzata e diritto

di Maria Grazia Tolfo

Sommario

Una misconosciuta matrilinearità nella discendenza dinastica
Paolo, Diacono e narrator cortese

Teodolinda
Gundeberga, una vita in ostaggio dei mariti
Wigelinda: un monastero, due potenziali fondatrici
Il monastero di Aurona, rifugio delle mutilate dinastiche
Bibliografia

Una misconosciuta matrilinearità nella discendenza dinastica

Dallo studio del diritto longobardo si possono trarre interessanti spunti per considerazioni storiche, ma irrilevanti per comprendere la logica delle successioni, perché la posizione occupata dalla donna all'interno delle dinastie esula interamente dal quadro legislativo. Nonostante alla donna spettasse un ruolo giuridicamente marginale, essendo sottoposta alla tutela maschile, dall'analisi dell'albero genealogico dei regnanti longobardi in Italia si ottiene la conferma di un regime di assoluta parità ereditaria tra fratelli, a prescindere dal sesso. Quando l'erede è una donna, sarà suo marito a governare per lei, poi alla sua morte il diritto al trono passerà a suo fratello e così via, fino a esaurimento della prima successione.

Sottostanno a questo regime misto dinastico - linea sia maschile che femminile - i Goti e i Longobardi ma non i Franchi, per i quali vige la successione esclusivamente maschile e la divisione immediata della terra fra tutti i figli. Per quanto riguarda ad esempio i Goti discendenti da Teodorico, è sua figlia  Amalassunta a ereditare il potere, diviso poi con il cugino Teodato, figlio di Amalafrida, sorella di Teodorico. La sorella di Teodato, Amalaberga, sarà la nonna di Alboino e la bisnonna di Agilulfo. E' in linea femminile quindi che la dinastia gota degli Amali e quella longobarda dei Lethingi si uniscono. Alboino a sua volta, figlio di una Amala e di un longobardo dei Gausi, sposerà Rosmunda, che discendeva sì dal re dei Gepidi Cunemondo, ma anche da una principessa lethinga, figlia di re Ildechido. Quando Alboino entra in Italia porta con sé grazie alla moglie il carisma dei Lethingi e grazie alla madre l'eredità ostrogota.

Le alleanze matrimoniali, prima della discesa di Alboino in Italia, erano state programmate in modo da unire saldamente con vincoli di parentela tutte le tribù germaniche di Franchi, Eruli, Gépidi, Turingi, Bàvari, Burgundi. Ma con l'occupazione italiana e la ribellione aperta all'impero bizantino si rompono anche i legami di solidarietà germanica: come i Franchi controllavano la Gallia e tutto il territorio transalpino tramite gli alleati, così i Longobardi intendono crearsi il loro stato autonomo. Turingi e Bàvari, legati alla dinastia dei Lethingi, entrano nell'orbita longobarda abbandonando i Franchi; questo tradimento innesca una serie di regicidi orchestrati da congiure franco-bizantine.

Eliminate le alleanze con le altre tribù germaniche, acquisterà sempre maggior importanza per i regnanti italiani la discendenza dai Lethingi, rappresentata dalla madre di Teodolinda, Waldrada. Il trono italiano sarà quindi retto dai mariti prima di Teodolinda, poi della sua primogenita Gundeberga. Estintasi questa discendenza, passerà ai discendenti di Gundoaldo, fratello di Teodolinda, fino all'estinzione del ramo italiano di Lethingi nel 712 con re Ariberto II.

 

Paolo, diacono e narrator cortese

In confronto col disinteresse dimostrato dagli storici romani riguardo alle biografie femminili, lo storico longobardo Paolo Warnefrido abbonda di ritratti di sovrane che abbellisce con elementi romanzati. L'attenzione che rivolge alle donne è notevole ed è, a mio parere, indizio del loro ruolo di comprimarie, più che di subalterne, contrariamente a quanto la legge vorrebbe indicare. E' anche vero che i regnanti di ogni tempo sono sopra la legge con la quale governano i loro sudditi e che quindi le regine possono, secondo le caratteristiche femminili germaniche, agire in modo altrettanto volitivo dei loro mariti.

Paolo Diacono compone la storia del suo popolo nel silenzio dell'abbazia di Montecassino, quando nel 787 Adelchi, l'ultimo re dei Longobardi e fratello dell'infelice Ermengarda, torna in Italia con l'esercito bizantino per scacciarne i Franchi.  La base storica per la narrazione delle origini dei Longobardi e del loro arrivo in Italia fu la Cronaca compilata da Secondo di Non, abate del monastero di S. Giorgio presso Trento e consigliere spirituale della regina Teodolinda. La sua storia ci è pervenuta molto frammentaria, ma sappiamo che fu utilizzata dal diacono Paolo Warnefrido due secoli dopo per la sua Storia dei Longobardi. L'altra fonte è l'Origo gentis Langobardorum, composta sulla scorta della tradizione orale durante il regno di Grimoaldo (662-671), marito di Wigelinda, una delle nostre  protagoniste, quale premessa all'Editto di Rotari (643). Per l'intersezione con le vicende dei Franchi, Paolo utilizzò la Historia Francorum di Gregorio vescovo di Tours, che narra la saga dei Merovingi fino al 590 circa.

Paolo è sì longobardo, nato a Cividale intorno al 720, ma è strettamente legato a Carlomagno, presso la cui corte ha insegnato grammatica dal 782 al 786, anno in cui viene sostituito dal monaco erudito Alcuino di York, che organizzerà la scuola palatina carolingia. In tutta la sua storia si avverte la presenza dei Franchi dietro le quinte, colti a manovrare come invisibili burattinai gli eventi nella penisola italiana, ma la preoccupazione costante di Paolo Warnefrido è quella di trovare spiegazioni da romanzo rosa, quasi un feuilleton, riversando sul fascino femminile le conseguenze delle manovre franco-bizantine. Meno preoccupato di salvare l'immagine delle regine longobarde, esaltando apertamente il ruolo svolto dai Franchi, è lo storico Fredegario, che offre quindi una sorta di contraddittorio con Paolo.

Già la vicenda di Rosmunda, la principessa dei Gépidi sposata da Alboino, il primo re dei Longobardi stanziato in Italia, sarebbe emblematica per illustrare l'artificiosa trama romanzesca sottostante la vicenda politica, ma dovendo limitarci alle longobarde che vissero o lasciarono loro testimonianze a Milano analizzeremo solo le storie di Teodolinda, di sua figlia Gundeperga, di Wigelinda e di Aurona.  

 

Teodolinda

Scene da un matrimonio

(Anno 588) " Il re Autari mandò i suoi messaggeri in Baviera a chiedere in sposa la figlia del re Garibaldo. Questi li accolse con favore e promise loro sua figlia Teodolinda. Appena Autari conobbe la risposta di Garibaldo, volle vedere di persona la sua sposa e partì subito per la Baviera, portando con sé pochi uomini e un vecchio di fiducia, d'aspetto piuttosto autorevole. Quando furono ammessi alla presenza di Garibaldo, Autari, di cui nessuno conosceva la vera identità, si avvicinò a Garibaldo e gli disse: - Il mio signore Autari mi ha mandato qui apposta per vedere la vostra figliola, sua sposa e nostra futura regina, onde io possa poi descrivergli con precisione che aspetto ha. Garibaldo fece subito venire la figlia e Autari restò a guardarla in silenzio, poiché era molto graziosa. Infine, soddisfatto per la sua scelta, disse al re: -Vostra figlia è davvero bella e merita di essere la nostra regina. Ora, se non avete nulla in contrario, vorremmo ricevere dalle sue mani una tazza di vino, come ella dovrà fare spesso in avvenire con noi. - Garibaldo acconsentì e la principessa, presa una tazza di vino, la porse prima a colui che sembrava il più autorevole, poi la offrì ad Autari, senza immaginare neanche lontanamente che fosse il suo sposo: e Autari, dopo aver bevuto, nel restituire la tazza, sfiorò furtivamente con un dito la mano e si fece scorrere la destra dalla fronte lungo il naso e il viso. La principessa riferì arrossendo la cosa alla nutrice e questa le rispose: - Se costui non fosse il re che deve essere tuo sposo, certo non avrebbe osato neppure toccarti. Ma adesso facciamo finta di niente: è meglio che tuo padre non ne sappia nulla. Secondo me, però, quell'uomo è un vero re e un marito ideale.- In effetti Autari era allora nel fiore della giovinezza, ben proporzionato di statura, biondo di capelli e assai bello d'aspetto. Finalmente i Longobardi si accomiatarono dal re e in breve tempo furono fuori del territorio dei Norici. Ma non appena giunsero in vista dell'Italia, quando i Bavari che li scortavano erano ancora con loro, Autari si sollevò il più possibile sul cavallo e con tutte le forze scagliò la piccola scure contro l'albero più vicino, dicendo: - Tali colpi suol dare Autari!- (Anno 589) Successivamente, essendo diventata precaria la situazione di Garibaldo in seguito all'invasione dei Franchi, Teodolinda si rifugiò  in Italia con suo fratello Gundoaldo e fece avvertire Autari del suo arrivo. Subito egli le andò incontro con gran pompa per celebrare le nozze nel campo di Sardi, presso Verona e la sposò il 15 maggio tra l'esultanza generale." (Paolo Diacono, III, 30)

Autari è figlio di Clefi, duca di Torino e poi re dei Longobardi dal 572 al 574, quando viene assassinato. Gregorio di Tours, ripreso da Paolo Diacono (III.28), ci informa che la sorella del re dei Franchi Childeperto era stata promessa ad Autari, che aveva già versato i doni. Ma poi il re franco rompe la promessa e fidanza la sorella con un re visigoto di Spagna, con la scusa che quest'ultimo è cattolico. Quindi, consapevole di aver acceso una miccia, nel 583 Childeperto informa l'imperatore di Bisanzio Maurizio di essere disposto ad allearsi con lui contro i Longobardi. Primo casus belli: la rottura di un contratto matrimoniale. I Longobardi scendono in guerra e vincono. 
Questa versione, che dovrebbe spiegare la rottura della promessa matrimoniale con la diversa appartenenza religiosa, non regge. Nel 583 re Childeberto, quando chiama in soccorso i Bizantini dopo aver mandato a monte il matrimonio della sorella, ha solo undici anni e governa in sua vece la madre visigota Brunechilde, che probabilmente ritiene di poter contravvenire agli accordi presi da suo marito Sigeberto (morto nel 576), cognato di Alboino. Brunechilde preferisce evidentemente rinsaldare i legami dinastici con la sua gente e promettere la figlia a un visigoto di Spagna.

Ora tocca ad Autari passare al contrattacco. Teodolinda, figlia del re dei Bàvari Garibaldo, è promessa sposa di Childeperto (dal che si potrebbe dedurre che Teodolinda è coetanea o un po' minore del promesso sposo, nato nel 572). In questo caso è il re bavarese a venir meno al contratto matrimoniale e a saltare sul carro dell'alleanza longobarda. La conseguenza è ovvia: Childeperto col suo esercito reclama il mantenimento della promessa invadendo la Baviera, mentre i figli di Garibaldo fuggono in Italia. Il re bavarese è costretto a diventare vassallo franco.

Paolo Diacono nella sua narrazione è rapito dalla descrizione della bellezza fisica dei protagonisti, dalla gestualità legata alla seduzione, dal rito della coppa di vino,  simbolo della regalità. Si sofferma più sui comprimari che neanche sul re bavaro e mentre riusciamo a visualizzare l'anziano autorevole e l'intuitiva nutrice, Garibaldo resta solo un'etichetta sociale, è il re.

Il giorno delle nozze di Autari e Teodolinda, celebrate nei pressi di Verona, si annunciò gravido di funesti presagi, perché venne assassinato Ansulo, cognato di Autari,  e Agilulfo, l'altro cognato, fu fatto segno di questo prodigio:

"Il giorno del matrimonio tra Autari e Teodolinda scoppiò improvvisamente un temporale e un pezzo di legno, forse un albero, che si trovava nel recinto regale, fu colpito da un fulmine con gran fragore di tuoni. Ora, alle nozze era presente anche Agilulfo, duca di Torino, il quale aveva tra i suoi servi un indovino che, per arte diabolica, conosceva il significato dei fulmini. Costui disse al padrone: - La donna che ora ha sposato il nostro re, tra non molto sarà tua moglie. - Udendo questo Agilulfo minacciò di tagliargli la testa se avesse osato dire ancora una parola; ma il servo aggiunse: - Puoi anche uccidermi, ma questo non cambia il destino: quella donna è venuta qui per unirsi in matrimonio con te. - E così infatti avvenne più tardi." (III, 30).

Come si vede, lo storico longobardo liquida i fatti principali con poche parole. Un presagio annuncia ad Agilulfo non solo che Autari sarebbe morto, ma anche che lui ne avrebbe sposato la vedova, e il solo commento è: "e così infatti avvenne più tardi", come se Autari non fosse stato assassinato e fosse più importante dimostrare la correttezza di un presagio  che non investigare sull'accaduto.

Paolo Diacono accenna appena ai retroscena dell'assassinio di Autari e si estasia nel racconto di questo secondo matrimonio:

"Mentre gli ambasciatori longobardi si trovavano in Francia (in missione di pace), re Autari morì avvelenato a Ticinum in 5 settembre (590). Sùbito fu inviata un'altra ambasceria da Childeperto, re dei Franchi, per annunciargli la morte di Autari e sollecitare la pace. Il re accolse i messaggeri, e di fronte alla grave notizia promise che per il futuro avrebbe concesso loro la pace, e pochi giorni dopo li licenziò con una promessa generica.

Morto Autari, i Longobardi, che si erano affezionati alla regina Teodolinda, non solo le permisero di conservare la dignità regale ma la invitarono anche a scegliersi come marito l'uomo più indicato per fare il re. Teodolinda si consigliò con i saggi e scelse Agilulfo, duca di Torino: egli era un uomo valoroso e bellicoso, idoneo sia fisicamente che moralmente ad assumere il potere. La regina lo invitò subito a recarsi da lei e andò ad aspettarlo di persona a Lomello. Durante questo incontro, dopo le solite parole di saluto, Teodolinda si fece versare un po' di vino e dopo aver bevuto per prima offrì ad Agilulfo quello che restava. Agilulfo prese la tazza e le baciò delicatamente la mano; ella allora, sorridendo e diventando tutta rossa in volto, gli disse che non era il caso di sciupare un bacio sulla sua mano, visto che poteva baciarla sulla bocca. E avvicinandosi per baciarlo, gli annunciò che lo aveva scelto come marito e re del suo popolo. Così si celebrarono le nozze in mezzo alla generale allegria: Agilulfo, che era già cognato di Autari, assunse il titolo di re all'inizio del mese di novembre; poi, durante un'assemblea generale tenuta in Milano nel mese di maggio (591), fu confermato re all'unanimità." (III, 35).

Paolo Diacono accende il riflettore su Teodolinda e la trasforma in eroina di un romanzo cortese: lei è la vera regina, amata dai Longobardi, che la invitano a scegliersi un marito. Non mancano baci, coppe di vino rituale, l'allegria del banchetto. Nonostante la legge longobarda prevedesse che la vedova potesse scegliersi il secondo marito, l'eventualità dell'applicazione della legge al caso di Teodolinda è remota. Il nuovo marito fu scelto dai "saggi" che vedevano in Agilulfo (Ago), oltre che un valido guerriero, l'erede di Alboino e di Teodorico il Grande e quindi un nuovo baluardo contro l'ingerenza dei Franco-Bizantini. Occorsero sei mesi prima che Agilulfo riuscisse a sgominare i duchi che appoggiavano i Franchi e solo allora poté essere eletto re, non certo per scelta di Teodolinda.

Oltre al rapporto coi Franchi, ci sono altri due aspetti taciuti da Paolo Diacono: quello dinastico e quello religioso. Teodolinda era incinta di pochi mesi al momento dell'assassinio del marito e, nonostante i Longobardi fossero in definitiva più sensibili al valore personale che alla nobiltà della stirpe, per uno stato in formazione il coltivarsi una discendenza dai mitici Lethingi poteva rivestire qualche vantaggio agli occhi dei  duchi tradizionalisti, anche se ciò doveva avvenire il linea femminile. 

La questione religiosa è anche importante: Teodolinda era cattolica e forse anche Agilulfo, discendente dalla sorella di Teodorico e quindi ariano, si era fatto cattolico. Fra i consiglieri della regina vedova vediamo agire il monaco Secondo di Non e sappiamo che al suo fianco vi fu il ministro cattolico romano Paolo: c'erano tutte le premesse perché la popolazione goto-romana appoggiasse Teodolinda per le garanzie d'integrazione che offriva e per le possibilità di creazione di un nuovo stato romano-barbarico, emancipato da Bisanzio.

 

Una leggendaria convertitrice

Gregorio Magno"Durante questo periodo il sapientissmo e santissimo Gregorio, papa della città di Roma, compose un'opera in quattro libri sulla vita dei santi e la intitolò Dialogo e poi inviò questi libri alla regina Teodolinda, ben sapendo che ella credeva in Cristo e si segnalava per le sue buone opere. Proprio per mezzo di questa regina la Chiesa di Dio conseguì grandi vantaggi. Infatti se in un primo tempo i Longobardi, ancora pagani, si erano impadroniti di quasi tutti i beni delle chiese, in seguito il loro re, grazie alle salutari preghiere di Teodolinda, non solo abbracciò il cristianesimo, ma fece anche dono alla Chiesa di Cristo di vasti territori e restituì l'antico onore a tutti i vescovi che erano stati offesi e umiliati. Agilulfo, dietro suggerimento di sua moglie Teodolinda che era stata tante volte esortata per lettera da papa Gregorio a intervenire presso il marito, stipulò una pace saldissima con il pontefice e con i Romani" (IV. 5, 6, 8)

Questo passo di Paolo Diacono, più le lettere che Gregorio Magno scrisse a Teodolinda e ad Agilulfo, riportate dallo stesso storico, furono determinanti per creare della regina dei Longobardi l'immagine di una pia convertitrice. La realtà fu un po' diversa, perché la maggioranza dei duchi rimaneva pagana o tutt'al più ariana, come ariana fu la corte di Pavia. Il vescovo di Milano se ne stava rifugiato in territorio bizantino a Genova, da dove brigava contro i re longobardi, e la diocesi milanese dovette essere officiata da un clero in parte siriaco e in parte celtico irlandese, al séguito di S. Colombano.

 

La corte di Monza

La versione trecentesca del Duomo di Monza"La regina Teodolinda dedicò ufficialmente a S. Giovanni Battista la basilica che aveva fatto costruire a Modicia (anno 594), a dodici miglia da Milano, la decorò con molti ornamenti d'oro e d'argento e le assegnò una modesta ma sufficiente rendita. Anche Teodorico, re dei Goti, aveva fatto erigere un palazzo da quelle parti perché d'estate la zona gode di un clima temperato e salubre grazie alla vicinanza delle Alpi."

Appunto a Modicia la regina si costruì un palazzo e vi fece dipingere alcune imprese dei Longobardi. Da questi dipinti si rileva chiaramente come in quei tempi i Longobardi si tagliassero i capelli e che tipi di vestiti portassero: si radevano fino alla nuca, in modo che dietro erano completamente pelati e davanti lasciavano cadere i capelli, spartendoli da una parte e dall'altra in mezzo alla fronte, sulle guance, fino all'altezza della bocca. I loro vestiti erano larghi e per lo più di lino, sul tipo di quelli usati ancora oggi dagli Anglosassoni, e ornati di larghe liste di vario colore. Portavano calzari aperti quasi fino all'estremità del pollice, che si allacciavano con stringhe di cuoio incrociate. In seguito, dopo che vennero a contatto con i Romani, cominciarono a indossare veri e propri stivali, sopra i quali quando andavano a cavallo infilavano delle bende di lana.

Nel palazzo di Modicia la regina Teodolinda diede allora ad Agilulfo un figlio, che fu chiamato Adaloaldo. Il 7 aprile (603), giorno di Pasqua, a Modicia nella basilica di S. Giovanni, il servo di Cristo Secondo di Trento battezzò il figlio di Agilulfo, Adaloaldo. Durante l'estate, in luglio (anno 604), Adaloaldo fu proclamato re dei Longobardi nel circo di Milano, alla presenza di suo padre Agilulfo e dei messi del re franco Teudiperto, la cui figlia fu promessa in sposa al fanciullo appena fosse stato eletto re, in pegno della pace perpetua stipulata tra i due popoli" (IV. 21, 22, 25, 27, 30).

Le reliquie e gli oggetti votivi donati da Agilulfo e Teodolinda, anche se Paolo Diacono cita solo la regina, costituiscono ancora oggi uno dei tesori di età longobarda più completi e interessanti nel territorio milanese. Agilulfo, quale re e discendente di Teodorico, poteva occupare legittimamente i possessi lasciati dal suo avo goto. Non si è potuto appurare né dove fosse collocato il più antico palazzo teodoriciano, né dove i regnanti longobardi costruirono il loro. I palazzi detti di Teodorico, il cui ricordo si è tramandato fino ai nostri giorni a Ravenna, Verona, Pavia e Monza, non designano tanto un suo possesso personale quanto la sede degli uffici governativi goti. A Milano non conosciamo nessun palazzo di Teodorico perché o vennero usati gli uffici romani o i Goti preferirono amministrare da Monza, essendo Milano troppo ostile.

Pianta del Duomo di MonzaAnche rispetto al nucleo originario del S. Giovanni Battista non vi sono evidenze archeologiche, ma solo ipotesi che individuerebbero la basilica longobarda nell'area dell'attuale sacrestia. Il tesoro, purtroppo mutilato dalla trafugazione napoleonica, è indicativo della sensibilità religiosa dell'epoca: la preoccupazione dei reali fondatori fu di proteggere la chiesa con il maggior numero di reliquie, provenienti dall'oriente greco e da Roma. Agilulfo e Teodolinda offrirono ciascuno una corona votiva con croce pendente, da collocare sopra gli altari (persa sia la corona di Agilulfo che la croce di Teodolinda), una preziosa copertina di evangelario e un reliquiario a forma di croce donato da Gregorio Magno. Dalla dotazione erano esclusi gli oggetti rinvenuti nella tomba di Teodolinda, ossia il ventaglio e la chioccia coi pulcini; la corona detta ferrea pervenne alla basilica  un paio di secoli dopo con Berengario.

Quando nel 602 nasce Adaloaldo, Agilulfo sembra convinto di aver guadagnato il diritto al trono per la sua discendenza, ignorando volutamente i diritti di precedenza del cognato Gundoaldo e della figliastra Gundeperga. Si poteva mettere in questione quale dinastia doveva avere la precedenza, quella amala o quella lithinga? Nel 604 il piccino è incoronato re nel circo presso il palatium e da quel momento  a Milano fervono i lavori per riportare la città alla dignità di capitale. Si restaura S. Simpliciano, si costruisce S. Giovanni in Conca, si riassestano le strade principali, si organizza la struttura amministrativa e giudiziaria intorno alla curia romana al Cordusio. Il consolidamento del potere di Agilulfo dovette suscitare l'allarme presso gli altri duchi fedeli alla dinastia dei Lethingi, non escluso il fratello di Teodolinda:  prima che il pericolo si materializzasse, Gundoaldo fu assassinato.

 

Da pia regina a fratricida

"Nel 612 morì, trafitto da una freccia, Gundoaldo, fratello della regina Teodolinda e duca di Asti e mai si seppe il nome dell'assassino." (IV. 40).

La Cronaca di Fredegario, c. 49, afferma che Gundoaldo fu fatto uccidere da Teodolinda, gelosa della fama del fratello presso i Longobardi.

Testa della cosiddetta Teodolinda nel Museo del Castello Sforzesco, MilanoNel 612 morirono sia l'abate Secondo di Non sia Gundoaldo, non sappiamo in quale ordine, ma conosciamo la modalità del trapasso del duca di Asti: trafitto da una freccia. Fredegario non cela la sua antipatia verso Teodolinda, incolpandola dell'assassinio del fratello. Perché riconoscere in lei la mandante e non in Agilulfo? Sarebbe stato più logico per il re, ultimo erede degli Amali, proteggere la sua discendenza, magari con drastiche misure preventive, che non per la regina sotto tutela del marito dimostrare un cinismo da lady Mackbeth. Fredegario era cattolico: perché infangare una regina che godeva fama di pia donna?

I nodi della questione dinastica stavano venendo al pettine: forse nel 612 le condizioni di salute di Agilulfo si erano fatte precarie (la morte lo colse tre anni dopo) e Gundoaldo vantava la priorità di successione rispetto ai figli di Teodolinda. L'immagine che Fredegario ci trasmette è fosca: una regina che scavalca il marito per uccidere il suo unico fratello in modo da favorire il figlioletto decenne. Forse è grazie a questa icona che per Teodolinda non fu mai avanzata la candidatura a santa.

 

La tutela di Adaloaldo, minore o minorato?

"Dopo 25 anni di regno Agilulfo morì (anno 615), lasciando il potere a suo figlio Adaloaldo, ancora fanciullo sotto la tutela della madre Teodolinda. Sotto di loro si restaurarono parecchie chiese e si fecero molte donazioni a luoghi sacri. Dopo aver regnato dieci anni insieme con la madre, Adaloaldo impazzì: i Longobardi allora lo deposero e gli sostituirono Arioaldo, ma su questo nuovo re non ci è pervenuta alcun notizia." (IV. 41)

Teodolinda resta vedova. Secondo la legge longobarda non è autorizzata a governare da sola. Si aprono tre alternative: a) può risposarsi; b) il trono passa al marito di Gundeperga; c) eredita il figlio che ha tredici anni ed è maggiorenne. Invece Paolo ci informa che lei governò per dieci anni per conto del figlio, finché non venne spodestata dal genero Arioaldo. Paolo ce la descrive intenta a restaurare chiese e a dotarle di reliquie e beni, ma non essendo una papessa si spera che la sua cura sia andata anche allo Stato che governava. Purtroppo non esiste traccia presso nessuno storico del suo comportamento in questo decennio, la regina sembra avvolta dalle fitte nebbie padane.

Non meno problematico è il comportamento di Adaloaldo. Fredegario, che avversava il figlio quanto la madre, ci informa dell'intenzione di Adaloaldo di consegnare il regno ai bizantini. Scrive che Adaloaldo fu vittima di un sortilegio operato da un ambasciatore greco, cioè subì un plagio. Paolo trasforma il plagio in pazzia. Se ci atteniamo alla storia, Adaloaldo decise nel 624, vivente la madre, di uscire dallo scisma dei Tre capitoli (cfr. appendice), probabilmente adoperandosi per far ritornare a Milano il vescovo in esilio a Genova.

Altra considerazione curiosa: nonostante la sua devozione alla regina, lo storico longobardo non ne cita neppure la morte, che sappiamo essere avvenuta nel 627 a Monza, dove venne sepolta, ma contribuisce in maniera rilevante a trasformare Teodolinda in una leggenda vivente a Monza grazie a questo passo:

"Nel 663 l'imperatore Costantino III sbarcò a Taranto con l'intenzione di strappare l'Italia ai Longobardi (regno di Grimoaldo). Prima di iniziare la guerra si recò da un eremita, che si diceva avesse il dono della profezia, che così gli rispose: -Nessuno può sconfiggere i Longobardi da quando una regina straniera ha costruito in una loro città una chiesa in onore di S. Giovanni Battista, poiché questo santo in persona intercede per loro di continuo. Ma verrà un giorno in cui quella chiesa cadrà in rovina e allora tutti i Longobardi periranno.- E noi sappiamo che ciò è veramente avvenuto perché abbiamo visto con i nostri occhi che prima della disfatta dei Longobardi la chiesa di S. Giovanni Battista a Modicia era amministrata da persone corrotte, anzi da veri e propri briganti."  (V, 6).

E così il fedele Warnefrido può assolvere il suo Carlomagno dalle conseguenze della conquista dell'Italia.

 

Gundeberga, una vita in ostaggio dei mariti

Anche se gli storici tacciono sulla modalità di successione e il nome di Arioaldo che depone Adaloaldo compare quasi casualmente, la priorità accampata da Gundeperga rispetto al fratellastro minore è evidente. L'Origo Gentis Langobardorum, ad esempio, nomina come figlia di Agilulfo e Teodolinda solo Gundeperga e salta la successione di Adaloaldo. Né Paolo Diacono né l'Origo attribuiscono ad Arioaldo e poi a Rotari il matrimonio con Gundeperga, come invece fa Fredegario. Non sappiamo neppure in quale occasione Gundeperga  aveva sposato Arioaldo: quando venne deposta Teodolinda aveva trentatré anni e doveva già essersi maritata con Arioaldo, che altrimenti non avrebbe osato scatenare una lotta per la successione. La confusione di Paolo Diacono su questo periodo è totale: fa sposare Gundeperga con Rodoaldo, che invece era suo figlio:

"Rodoaldo assunse il potere dopo la morte del padre e sposò Gundeperga, figlia di Agilulfo e Teodolinda. La regina Gundeperga, sull'esempio di quello che aveva fatto sua madre a Modicia, costruì a Ticinum una chiesa in onore di S. Giovanni Battista, la ornò in modo meraviglioso d'oro e d'argento e la fornì di ricche rendite: là ora riposa il suo corpo. Ella inoltre fu accusata presso il marito di adulterio; ma un suo servo, che si chiamava Carello, chiese al re di poter sfidare a duello colui che aveva accusato la sua signora, per difenderne l'onore. Nel corso di un regolare duello sconfisse davanti a tutto il popolo colui che l'aveva calunniata, e dopo questa sua impresa la regina riebbe l'antico rispetto." (IV. 47).

La versione di Fredegario, così come è riportata dal padre Fumagalli in Antichità longobardico-milanesi (I, pp. 31-32), attribuisce l'episodio raccontato da Paolo Diacono all'età di Arioaldo:

"Un cortigiano chiamato Adalulfo, che godeva del favore del re Arioaldo e della regina Gundeberga, avendo in un famigliar colloquio inteso dirsegli da lei per ischerzo che era uomo di bella statura, ne prese occasione di farle una vituperevole domanda, della quale sdegnata la regina, collo sputargli sul viso, ne lo discacciò dalla sua presenza. Ben prevedeva Adalulfo che Gundeberga avrebbe reso consapevole il re del suo eccesso, e che riportato ne avrebbe gastigo; onde pensò di prevenirla. Di reo perciò si fece accusatore, traducendola presso di lui come complice col duca della Toscana Tasone d'un nero attentato contro la sua persona. Troppo credulo Arioaldo all'infame calunniatore, senz'altra disamina, la fa rinchiudere in una torre, ove stette per tre anni continui. Arrivatane infine la notizia a Clotario II (613-629) re dei Franchi, a cui per parentela era congiunta Gundeberga, spedì suoi ambasciatori al re dei Longobardi per risaperne il motivo: ed avendolo essi inteso proposero il così detto giudizio di Dio, ossia il singolar combattimento fra l'accusatore Adalulfo e un altro campione, difensor dell'accusata regina. A quest'esperimento pronto esibissi certo Pittone, che ai primi colpi morto distese al suolo Adalulfo: per la qual cosa innocente fu giudicata Gundeberga e ristabilita nella primiera libertà e grandezza. Essendo poi per morte di Arioaldo rimasta vedova e senza prole la regina Gundeberga, fu pure a lei, come a sua madre Teodolinda, lasciata la scelta del marito. Rotari, duca di Brescia, è stato da lei preferito a tutti gli altri, ma sotto la condizione di dover abbandonare la sua moglie. Invece ben presto dimenticossi l'ingrato del giuramento e ordina che Gundeberga sia rinchiusa in una stanza del palazzo. Dopo alquanti anni, essendo capitato alla corte certo Aubedo, ambasciatore di Clodoveo II ( 639-657) re dei Franchi e intesa la disgrazia della principessa, se ne sia mosso a compassione e tanto siasi adoperato presso il re, che gli riuscì d'indurlo non solo a rimetterla in libertà, ma sul trono ancora."

L'episodio della prima prigionia di Gundeberga è avvenuto prima del 629, anno della morte di re Clotario II, e si potrebbe anche supporre che Gundeberga fosse tenuta prigioniera dal marito, duca di Torino, dal 624 al 627 con la mamma Teodolinda, e liberata dietro minaccia dei Franchi. Non è neppure chiaro di quale parentela coi Franchi parli Fredegario, visto che né Teodolinda né Agilulfo vantavano ascendenze franche, a meno che non si riferisse ad Autari, che mai viene citato come padre di Gundeperga dagli storici del secolo VIII. E' interessante notare il ruolo cavalleresco che Fredegario assegna ai re merovingi, salvatori di donzelle rinchiuse nelle torri dei manieri.

La seconda prigionia si verificò a opera del secondo marito Rotari pochi anni dopo la sua ascesa al trono. E' inspiegabile come mai, fra tanti nobili disponibili, Gundeperga avrebbe dovuto sceglierne uno sposato e che dimostrava un aperto disprezzo per lei. Anche questa volta, secondo lo storico Fredegario, intervenne un franco a salvarla. Cosa successe veramente non lo sapremo mai. La calunnia infamante, la regina che langue ingiustamente nella torre, il giudizio di Dio, il singolar tenzone, il bigamo spergiuro, il lieto fine, tutti elementi per una ballata da  trovatore. La regina muore senza eredi: forse fu questa la ragione del duplice ripudio, la sterilità, una delle poche cause valide per disfarsi di una moglie sgradita.

 

Wigelinda: un monastero, due potenziali fondatrici

La storia dipende sì da interpretazioni, purché si basino su documenti, ma in mancanza di dati certi può capitare di esporre congetture verosimili, plausibili seppur non vere. Un esempio calzante ci viene fornito dal nome primitivo del monastero di S. Radegonda, fondato col titolo di “S. Maria di Wigelinda”.

Le candidate alla nobile fondazione di questo monastero sono due, zia e nipote. Nel caso della prima Wigelinda, la fondazione sarebbe avvenuta almeno un anno dopo la sua vedovanza, quindi dopo il 672; per la seconda nel 702, in concomitanza con le velazioni obbligate di Cuniperta a S. Agata al Monte di Pavia e Teodorata con Aurona nel monastero che da quest'ultima prese il nome. In entrambi i casi non possediamo alcun documento e allora entriamo nella palude delle congetture.

La prima Wigelinda potrebbe essere stata estromessa dal potere nel 671, alla morte del marito Grimoaldo - quello dell'Origo -, che si era intromesso nella lite fra i figli di Ariberto, Bertarido e Godeperto, per la successione al comando dei Longobardi. Fuggito Bertarido, ne aveva preso in ostaggio a Benevento la moglie e la figlia e aveva finto di allearsi con Godeperto per poi eliminarlo ed avere la meglio su tutti. Per legittimare la sua presa di potere, aveva sposato la figlia di Ariberto, Teodora Wigelinda, che si vide così imposta dalle circostanze l’assassino di suo fratello Godeperto e l’aguzzino della famiglia dell’altro.

Bertarido, sfuggito più volte a tentativi di eliminazione, ritorna dall'esilio, recupera il regno che era passato a sua sorella Teodora Wigelinda come tutrice del figlioletto Garibaldo e per  recuperare il trono le offre la possibilità di entrare in un monastero di sua fondazione. A vantaggio di questa ipotesi c'è che Bertarido aveva possessi a Milano e quindi poteva assegnare un terreno alla sorella.

Nel secondo caso Wigelinda, anche lei vedova e zia del piccolo erede Liutperto, ne assume la tutela nel 700 tramite il genero Ansprando. Il cugino Ariberto II, per accedere al trono, soffoca nel bagno Liutperto, relega nel monastero di S. Agata al Monte Cuniperta, sorella dell'ucciso, toglie di mezzo la cugina Wigelinda e infierisce su sua figlia Teodorata e sui nipoti, mutilandoli al viso. A favore di questa seconda ipotesi c'è la concomitanza di fondazioni monastiche nobili a Milano, contro il fatto che Paolo Diacono non includa Wigelinda nell'elenco dei perseguitati. Sono due storie possibili, verosimili e parimenti crudeli. Forse adottando il primo caso risparmieremmo a Wigelinda le orribili mutilazioni che nel secondo non sembrano evitabili.

 

Il monastero di Aurona, rifugio delle "mutilate dinastiche"

Anche di Aurona non disponiamo di molte notizie. Sappiamo che apparteneva ad un’antica famiglia assai potente a Milano, figlia di Ansprando,  duca d’Asti, e di Teodorata e sorella del vescovo di Milano Teodoro e di re Liutprando.

Fu coinvolta suo malgrado nelle lotte che opposero il padre, tutore di Liutperto, ad Ariberto duca di Torino. Dopo l’assassinio di Liutperto nel 701, Ansprando con la famiglia si rifugiò sull’isola Comacina, dove rimase asserragliato fino al 704. In seguito alla sconfitta del padre, a Teodorata e ad Aurona furono mozzate le orecchie e il naso, mentre il fratello Sigiprando veniva accecato. Ansprando riuscì a fuggire in Baviera col figlio Liutprando, che nel 712 poté far ritorno ed ottenere il trono. Se la mutilazione aveva lo scopo di sfregiare la persona nel suo aspetto esteriore e di impedirle di proseguire la sua vita sociale, non sortì l’effetto desiderato, perché fu dopo questa terribile vendetta che Aurona sposò il duca di Benevento Romualdo, dal quale ebbe due figli, Anfuso e Gundeperga, che nel 729 sposò il duca di Benevento Romualdo VII.  

Capitello dal demolito monastero di S. Maria d'Aurona, Milano, Museo del Castello SforzescoCapitello dal demolito monastero di S. Maria d'Aurona con la scritta che ricorda TheodorusIl monastero che Aurona fondò a Milano sorgeva a ridosso delle mura di Massimiano in via Monte di Pietà, delle quali aveva inglobato una torre civica, trasformandola in torre campanaria. Negli scavi sull'area del monastero sono venuti alla luce due capitelli conservati al Museo del Castello Sforzesco: un capitello porta inciso nell'abaco Juliano me fecit sic pulchrum, l'altro Hic jacet Theodorus Archiepiscopus qui injuste fuit damnatus. Una volta tanto lasciamo da parte i guai maschili - perché fu condannato ingiustamente Teodoro e chi era? - per occuparci di quelli femminili. Il racconto di Paolo Diacono così prosegue:

"Ariberto, dopo essersi rinsaldato al potere (anno 701), fece cavare gli occhi al figlio di Ansprando, Sigiprando, e perseguitò in un modo o nell'altro tutti coloro che gli erano parenti. Fece arrestare la moglie di Ansprando, Teodorata, che con la fatuità tipica delle donne diceva che sarebbe diventata regina, e le fece tagliare il naso e le orecchie, comportandosi allo stesso modo nei confronti della figlia Aurona." (VI.22).

E' la prima volta che viene menzionata la mutilazione del viso, adottata recentemente dai bizantini. Nel 681 l'imperatore Costantino IV aveva fatto tagliare il naso ai suoi fratelli Eraclio e Tiberio per impedir loro di usurpargli il trono; quando una rivolta depose l'imperatore Giustiniano II, gli venne tagliato il naso per escluderlo per sempre dal trono. L'indifferenza di Paolo Warnefrido verso una così sfortunata nobildonna è totale. Forse più gli avvenimenti si avvicinano al suo periodo, meno appaiono meravigliosi, affascinanti.

Su Aurona, già terribilmente provata dalle disgrazie, se ne abbatté un'altra ancor più crudele: suo fratello Liutprando, divenuto re, uccise in un "incidente" di caccia suo figlio Anfuso. L'incubo della lotta dinastica non finiva mai.

 

Il quadro legislativo.  Il matrimonio

Dopo aver fatto conoscenza con alcune regali figure femminili, vediamo ora cosa ci prospetta la legge, partendo dal matrimonio.

L'editto di Rotari fissa l'età minima per il matrimonio a dodici anni. Liutprando nel 717 prende in esame il caso di ragazze fatte sposare sotto i dodici anni: la legge puniva questo reato come ratto a carico di chi l'aveva sposata, punibile con 900 solidi da pagare metà al re e metà alla bambina, che doveva tornare a casa. Se era stato il mundoaldo (tutore) a cederla, perdeva il suo mundio (tutela) e la ragazza andava sotto la tutela del re.

La procedura del contratto matrimoniale era quella in vigore fino al secolo scorso in Italia: si contraevano gli sponsali - il fidanzamento - e si sottoscriveva l'accordo, quindi si fissavano le nozze, con il corteo nuziale che accompagnava la sposa alla sua nuova dimora. Lo sposo doveva dare una meta al padre della sposa o a chi deteneva il suo mundio. La meta,  o prezzo del mundio, veniva stabilita per convenientiam all'atto degli sponsali e la disponibilità della meta rimaneva alla donna in caso di vedovanza. Se lo sposo non procedeva alle nozze entro due anni, il mundoaldo tratteneva la meta ed era libero di dare la donna a un altro. La meta restava comunque come dote della ragazza.

A volte, forse per sottrarsi all'impegno, il fidanzato accusava la donna di tradimento; la famiglia di lei doveva scagionarla attraverso il giuramento di dodici sacramentali. Se la ragazza veniva scagionata, il fidanzato o procedeva alle nozze o pagava il doppio della meta; ma se la donna aveva effettivamente commesso tradimento, allora veniva uccisa.

Nelle leggi promulgate da re Astolfo nel 755, una riguarda un'usanza decisamente sgradevole, della quale non c'è traccia nella legislazione precedente: "Ci è giunta notizia che, quando gli uomini vanno a prendere la promessa sposa con damigelle d'onore e paraninfi, alcuni uomini malvagi gettano su di loro acqua lurida ed escrementi. Poiché sappiamo che questa malefatta accade in diversi luoghi, decretiamo, perché non si verifichino tumulti od omicidi per questo motivo, che si paghino 900 solidi."

Nessuno poteva costringere una donna a sposarsi contro la sua volontà. In caso di costrizione il matrimonio veniva sciolto, il marito condannato a una multa di 900 solidi e la donna poteva scegliere a chi dare il suo mundio. La donna poteva sposarsi senza il consenso dei genitori, purché suo marito fosse disposto a pagare una multa.

Erano banditi i rapporti sessuali liberi. Sulla donna che aveva rapporti consensuali clandestini con un uomo libero ricadeva la vendetta della famiglia, che era obbligata a eseguirla per non fare intervenire il re. L'uomo poteva sposarla oppure pagare cento solidi. Esisteva anche una tradizione di rapimento, nel qual caso la risoluzione era solo economica: se la ragazza era già stata promessa, il fidanzato si considerava infamato, ma la legge gli impediva il ricorso alla faida.

Si dava anche il caso che il mundoaldo fosse tentato di usare una ragazza come specchietto per le allodole e la promettesse più volte in sposa. La punizione in questo caso era solo pecuniaria.

Nell'editto di Rotari non era ammesso il divorzio o il ripudio, contemplato presso i Franchi. Per liberarsi di una moglie sgradita un uomo poteva allora essere indotto a ucciderla o a commissionarne l'assassinio, ma in questo caso iniziava una faida con la famiglia della moglie. Il marito che sopprimeva la moglie non andava incontro a morte; anche se l'uccideva senza ragione, si limitava a pagare 1200 solidi, una cifra molto elevata, metà ai parenti di lei, metà al re. Il patrimonio materno andava ai figli o, in assenza di prole, ai parenti di lei. Un altro stratagemma usato per liberarsi di una scomoda compagna era l'accusa di adulterio, che abbiamo visto accampare dai mariti di Gundeperga: la donna metteva in campo la sua famiglia, che doveva giurare sulla sua fedeltà, e in questo caso il marito che aveva infamato la moglie perdeva il suo mundio. Ma se una donna tramava per uccidere il marito e veniva scoperta, il marito era libero di regolarsi con lei come credeva. Se la donna negava, poteva essere scagionata da un giuramento o da un duello, ma se lo uccideva, perdeva lei stessa la vita e i beni passavano ai parenti del marito.

Forse per rimediare a questa situazione, nel 668 re Grimoaldo, marito di Wigelinda, contempla la possibilità del ripudio della moglie, stabilendo che se uno fa venire in casa un'altra moglie, trascurando senza motivo la prima, debba pagare 500 solidi metà al re e metà ai parenti della prima moglie, perdendo il mundio e facendo tornare la donna dai suoi parenti. Nel caso però che la prima moglie si rifiutasse di tornare a casa sua - negando il divorzio -, la seconda donna era considerata concubina, perdeva metà dei suoi beni e doveva andarsene, senza risarcimenti o senza che fosse ammessa una faida.

La vedova godeva della prerogativa di scegliersi un altro marito, purché libero, come abbiamo visto nei casi di Teodolinda e di Gundeperga. Il secondo marito pagava una meta dimezzata all'erede del primo marito per acquistare il mundio della donna. Questo poteva negare però l'autorizzazione al matrimonio, nel qual caso la famiglia del defunto doveva restituire il morgingab, o dono del mattino, e il faderfio, la dote della donna, e la vedova tornava sotto il mundio del padre o del fratello.

Se un uomo libero voleva sposare una sua serva, doveva prima renderla libera, ma non poteva accoppiarsi con la serva di un altro, perché era considerata merce che veniva danneggiata. La multa variava a seconda che la serva fosse di proprietà di un longobardo (20 solidi) o di un romano (12 solidi). Nessun servo poteva sposare una donna libera, a rischio di vita per entrambi.

 

La condizione femminile

Era assolutamente escluso che una longobarda vivesse libera dal mundio (selpmundia) e se non aveva parenti il suo mundio ricadeva sotto la potestà del re.  Nessuno, eccetto il padre o il fratello, poteva attentare alla sua vita, anche se deteneva il suo mundio, oppure poteva costringerla ad atti contrari alla sua volontà. La violenza provata perpetrata dal marito sulla moglie comportava la perdita immediata del mundio e la donna era libera di tornare dai suoi parenti coi suoi beni.

Come già detto, si poteva uccidere intenzionalmente una donna senza incorrere nella pena di morte e senza neppure essere obbligati a ricorrere a un duello: l'assassino si limitava a pagare l'ingente somma di 1200 solidi, metà al re e metà alla famiglia di lei. Era ritenuto un reato infamante insultare una donna chiamandola strega o prostituta: doveva giurare con dodici sacramentali che l'aveva accusata spinto dall'ira, senza motivo, poi doveva pagare una multa di 20 solidi ma, se insisteva, si scendeva in duello e se il giudizio di Dio era favorevole alla donna, l'accusatore doveva pagare il suo wergild, se gli era favorevole, moriva la donna.

La donna che veniva colta in flagrante adulterio dal marito poteva essere uccisa subito insieme all'amante, senza che il marito incorresse in alcuna sanzione. Liutprando, nel 731, cita il caso in cui un uomo sia incontestabilmente trovato con le mani sul seno o "in altro posto disonorevole" di una donna altrui: se la donna era consenziente, era flagrante delitto, il marito aveva diritto di punirla o venderla, ma non più di ucciderla o di mutilarla.

Le pene erano decisamente minori se veniva fatta violenza a un'aldia, a una liberta o a una serva, a meno che non si rapisse e sposasse la moglie di un altro, nel qual caso vigeva - come per i liberi - la pena di morte per entrambi. Che la serva fosse considerata poco più di un animale lo si deduce da un articolo che prevedeva un risarcimento di 3 solidi in caso di percosse a una serva incinta che abortiva. Per contro si pagano 6 solidi se si tagliava proditoriamente la coda di un cavallo! Sembrerebbe che le serve o le aldie venissero a volte uccise perché  accusate di essere streghe (masche); l'editto rifiuta questa giustizia sommaria perché "nessuna donna può divorare internamente un uomo vivo" (art. 376).

Rotari considera alcune volte il caso in cui le donne partecipano a sedizioni o entrano con le armi in una corte; la legge trova assurdo questo comportamento, perché "una donna non è un uomo" e non poteva portare armi, ma se moriva, veniva risarcita come se si trattasse del fratello.

Riguardo alle donne armate Liutprando, nelle leggi del 734, descrive questo caso: "Ci è stato riferito che alcuni uomini perfidi e dotati di un'astuzia malvagia, non osando di per sé entrare a mano armata in un villaggio, fecero radunare le loro donne, libere e serve, e le mandarono contro uomini che avevano una forza inferiore; quelle, presi gli uomini di quel luogo, inflissero loro con violenza ferite ed altri mali, con maggior crudeltà di quanto facciano gli uomini. Poiché queste cose sono giunte a noi e quegli uomini più deboli hanno mosso un’accusa per quella violenza, abbiamo provveduto ad aggiungere a questo editto che se in futuro delle donne osano fare una cosa del genere, se restano ferite non possano chiedere risarcimento alcuno. L'autorità preposta prenda quelle donne e le faccia scotennare e frustare per i villaggi vicini; i mariti paghino i danni commessi". La punizione per una donna è quindi sempre molto più drastica che per un uomo.

Nel 721 Liutprando interviene a tutelare le donne che vengono costrette a vendere i loro beni: chi vuole comprare da una donna deve comunicarlo a due o tre parenti di lei, che devono ricevere la conferma di non costrizione. Nel 731 ribadisce che chi tratta male una donna libera perde il suo mundio e specifica in cosa consiste il maltrattamento: lasciarla morire di fame, non darle abiti o calzature adeguate al suo stato, darla in moglie a un aldio o a un servo altrui, picchiarla (tranne se è una bambina, per impartirle un'onesta educazione riguardo i lavori femminili, o per  correggerla dai cattivi vizi), costringerla a qualche lavoro indicibile o commettere adulterio con lei, darla in moglie a un libero senza il suo consenso.

Sempre nel 731 Liutprando elenca alcuni casi "piccanti": "Se qualcuno (come abbiamo appena saputo che è stato fatto) con malizia e arroganza osa pungere o picchiare una donna libera che se ne sta seduta per le sue necessità corporali o in qualche altro posto dove se ne stia nuda per una sua necessità, paghi come composizione 80 solidi" (60 se era un servo). Tra i casi delle leggi del 733: "Ci è stato riferito che un uomo perverso, mentre una donna si lavava nel fiume, le ha preso tutti gli abiti e lei è rimasta nuda e chi andava e veniva vedeva in modo peccaminoso la sua vergogna. Pertanto stabiliamo che chi ha commesso questa illecita impudenza paghi il suo wergild, perché i parenti della donna potevano innescare una faida e provocare morti". Un altro caso è un po' più enigmatico: "E' comparsa di questi tempi una perversa convinzione, assai vana, superstiziosa e avida, perché a noi e a tutti i nostri giudici pare un'unione illecita, e cioè che delle donne adulte, già in età matura, si uniscono con dei bambini piccoli sotto l'età legittima e dicono che sia il loro uomo, sebbene non sia in grado di congiungersi con loro. Pertanto provvediamo a stabilire che in futuro nessuna donna osi fare ciò prima che il ragazzo abbia compiuto il tredicesimo anno". Più che di un matrimonio o  di pedofilia sembrerebbe trattarsi di una forma di adozione non prevista dalla legge, tanto più che lo stesso Liutprando stabilisce che i bambini abbiano la facoltà di vendere i propri beni per non morire di fame durante la carestia.

La legislazione di Liutprando tratta anche il caso di incitamento alla prostituzione: "Se qualcuno dice a sua moglie, dandole cattiva licenza: "Vai, giaci con quell'uomo", o dice a un uomo: "Vieni e congiungiti carnalmente con mia moglie", e tale azione malvagia viene compiuta, stabiliamo che la donna che ha commesso quest'azione e vi ha consentito sia messa a morte, mentre il marito paghi ai parenti di sua moglie una composizione come se fosse stata uccisa in un tumulto".

Nel 723 Liutprando considera un altro caso interessante: donne che prendono il velo - novizie -, ma che non vengono consacrate e che nella condizione di novizia hanno rapporti sessuali. La mentalità corrente le scagionava dicendo: "Dal momento che non sono consacrate, se fornicano non hanno colpa". Liutprando invece sancisce che la novizia non possa ritornare all'abito secolare, dal momento che l'impegno con la Chiesa equivale a un matrimonio. Ribadisce questa legge nel 726 e nel 727 si occupa di chi fa prendere il velo a una serva per farle portare offerte e oblazioni dai luoghi santi. Nel 728 proibisce di far prendere il velo a una vedova prima che sia trascorso un anno dalla morte del marito. La vedova che si consacrava in un monastero portava con sé un terzo dei suoi beni se aveva figli, la metà se non ne aveva e il patrimonio restava al monastero.

Nel 774, ormai caduto il regno longobardo, il principe di Benevento Arechi descrive nell'art. 12 "una consuetudine infame e illecita, per cui alcune donnine, morti i mariti, liberate dall'autorità maritale, godono sfrenatamente della libertà secondo il proprio arbitrio. Ricevono nel segreto della casa l'abito della santità, per non sopportare il vincolo delle nozze. Così, sotto il pretesto della religione, abbandonata ogni paura, conseguono senza freni tutto ciò che alletta il loro animo. E difatti inseguono i piaceri, ricercano i banchetti, tracannano bicchieri di vino, frequentano i bagni e, quanto più possono ottenere, tanto più fanno cattivo uso di quell'abito nella rilassatezza e nel lusso delle vesti. Dunque, quando compaiono in piazza si truccano il volto, si incipriano le mani, accendono il desiderio in modo da suscitare l'ardore in chi le vede; spesso desiderano anche osservare sfacciatamente uno di bel aspetto ed essere osservate e, per dirla in breve, sciolgono i freni dell'animo verso ogni dissolutezza e desiderio. Pertanto, senza dubbio, una volta infiammate le esche di una vita lussuriosa, gli stimoli della carne le ardono a tal punto che sono soggetti di nascosto non ad una sola, ma (cosa che è nefanda a dirsi) a molte prostituzioni; e se il ventre non si gonfia, non è facile a provarsi. Per contrastare in tutti i modi una simile peste abominevole, disponiamo che chiunque sia legato da parentela a una nubile o a una vedova che prende il velo e non entra in monastero paghi il suo wergild al palazzo; il principe la faccia entrare in monastero con il wergild e i suoi beni personali". 

 

Bibliografia

Fonti

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Studi storici e critici

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Ultima modifica: martedì 14 gennaio 2003

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