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I Durini

di Paolo Colussi

 

Gli inizi

Le origini della famiglia Durini sono piuttosto oscure. Sono citati come capostipiti un certo Martino, ricordato nel 1389 o un Lazzaro del Durino vissuto a Moltrasio intorno al 1400. Si sa per certo che agli inizi del Cinquecento i Durini fanno parte del patriziato della città di Como e occupano la carica di decurione - oggi diremmo consigliere comunale - di quella città. Palazzo Durini in via Durini 24La fortuna della famiglia inizia con Gian Giacomo, mercante di seta e oro di Como, nato nel 1573, che agli inizi del Seicento si trasferisce a Milano dove esercita l'attività di mercante-banchiere. Lo troviamo, durante la peste del 1630, tra coloro che distribuiscono le elemosine alle famiglie degli ammalati nelle parrocchie di San Giorgio al Pozzo Bianco e di San Pietro all'Orto. Molto probabilmente si era anche lui stabilito nella zona dei banchieri che era cresciuta intorno all'attuale corso Vittorio Emanuele. La sua fortuna sembrò vacillare negli anni seguenti, quando il governo spagnolo gli negò la restituzione di un grosso prestito fatto nel 1629 al Viceré di Napoli, ma nonostante ciò lasciò agli eredi una cospicua fortuna, che permise loro di salire col tempo ai vertici della società milanese. Morì nel 1639 (o 40) lasciando sette figli: i maschi Giovan Battista (n. 1612 - m. 1676), Giuseppe (m. 1671), Angelo Maria, Carlo Francesco e le femmine Caterina, Sestilla e Maddalena.

Anche i tentativi degli eredi di riavere i soldi prestati andarono a vuoto, e lo stesso avvenne nei secoli successivi. I Durini, infatti, famiglia senza scandali, non capì mai come una Corte potesse compiere una tale truffa e continuò ad insistere di generazione in generazione. L'ultima richiesta al governo spagnolo della quale sono al corrente venne effettuata negli anni 1870-73 quando era re di Spagna Amedeo I di Savoia. Non escludo però che ne siano state fatte altre negli anni successivi.

 

Giovan Battista e i suoi fratelli: il palazzo e la contea di Monza

Morto il padre, i quattro fratelli cominciano a pensare in grande. Si rendono conto che i soldi non bastano e che è necessario essere ammessi nel patriziato per poter svolgere un ruolo adeguato alla loro fortuna. La manovra è condotta su due fronti: da un lato bisognava acquistare un titolo importante che aprisse loro le porte della "nobiltà diplomatica", il gruppo di famiglie diventate nobili per acquisto e non per discendenza. D'altro lato, bisognava rendere illustre il casato con grandi opere in modo da aspirare alla qualifica di famiglia nobile "generosa", termine che designava addirittura il grado massimo nella gerarchia milanese. Gli obiettivi prioritari sono dunque un palazzo e una contea.


Il palazzo Durini

Giovan Battista abitava in parrocchia di San Bartolomeo a Porta Nuova (oggi piazza Cavour) quando iniziò con i fratelli ad acquistare i lotti da accorpare per costruire il nuovo palazzo. Gli acquisti si susseguirono rapidamente secondo questa sequenza, documentati dai rogiti del notaio G.B. Aliprandi:

21 luglio 1644 - I fratelli Mandelli vendono la loro casa situata nella Cantarana di Porta Tosa a Gian Battista e ai suoi fratelli.

15 febbraio 1645 - La vedova Margherita Niguarda e i figli vendono ai fratelli Durini una casa a fianco di quella già dei Mandelli e prospiciente sulla Cantarana e sulla contrada della Cervetta (via Cerva).

16 febbraio 1645 - Giuseppe Monti, figlio della vedova Niguarda, vende ai Durini una quota della casa.

Mancano gli atti relativi ad altri due acquisti di immobili, e cioè una seconda casa dei Mandelli ed una di Francesco Melzi. Conosciamo questi acquisti grazie ad una dichiarazione successiva dei Durini che chiedono la derubricazione delle tasse poste su questi edifici ormai demoliti e sostituiti dal nuovo palazzo.

Il 23 febbraio inoltre i Durini ricevono la quietanza per il pagamento di 505 lire e 6 soldi fatto alla città per aver occupato una porzione di suolo pubblico. Ci resta una relazione dell'11 febbraio precedente, scritta dal funzionario Domenico Rinaldo detto il "Tolomeo", dove egli afferma di aver parlato con il mastro Angelo, responsabile dei lavori, e di aver concordato con lui la quantità di suolo che si doveva cedere per rettificare la strada.

Progetto del RichinoIl progetto del palazzo venne affidato al maggior architetto del momento - Francesco Maria Richino - ormai in età avanzata e al culmine della sua fama. Ci restano parecchi disegni relativi a questo progetto, conservati nella Raccolta Bianconi (tomo I, pp. 34; 36; 38). Questi disegni ci consentono di vedere come il nuovo edificio fu sovrapposto ai precedenti. Molto probabilmente venne conservata parte della casa sulla sinistra guardando la facciata mentre quella sulla destra venne completamente abbattuta. La casa adiacente al palazzo ed oggi parte integrante di esso, verrà acquistata in seguito per creare locali di servizio.

Bozzetto della facciataAnche per quanto riguarda la facciata possiamo seguire abbastanza bene le varie fasi della progettazione. Si partì da un primo bozzetto più simile a palazzo Annoni che a palazzo Durini, forse un foglio standard, appartenente al campionario che il Richino usava mostrare a chi avesse chiesto un palazzo a nove finestre. Vennero poi elaborati separatamente gli elementi più significativi della facciata: le chiusure ai lati e il portale.

Disegno del portaleIl portale com'è stato realizzatoImpostato su forti elementi orizzontali, il palazzo venne centrato sul grande portale che include tre finestre e sorregge il balcone, un elemento di grande prestigio che doveva corrispondere perfettamente alle esigenze di "magnificenza" richieste dai committenti. Magnificenza, ma anche rigore però. I committenti rinunciarono infatti ad una decorazione a festoni prevista alla base delle finestre dell'ultimo ordine forse perché la ritenevano troppo frivola.

Disegno della chiusura laterale del palazzoLa chiusura laterale com'è stata realizzataPer ottenere un giusto equilibrio rispetto al portale, il Richini inventò poi, ai due lati della facciata, due chiusure realizzate con un bugnato che si alleggerisce via via che sale verso il cornicione. Da notare infine come sulla facciata definitiva si rinunciò allo stemma di famiglia, che venne inserito pudicamente ai quattro angoli del cortile, all'altezza del cornicione. Disegno del cortileIl cortile, pur denotando una piena padronanza dei mezzi architettonici, fu realizzato in forme molto semplici, con le finestre allineate sopra un quadriportico a colonne binate. Unico elemento decorativo, oltre agli stemmi, sono i mascheroni che ornano le mensole del cornicione.

Anche la facciata sul giardino segue lo stile sobrio del cortile, priva com'è di ogni importante elemento architettonico. Sulla destra del cortile è previsto lo scalone d'onore e poco più avanti l'accesso al cortile di servizio con il deposito delle carrozze e la scuderia. L'abitazione principale dovette essere collocata in genere sul corpo che si affaccia sul giardino, servito da una seconda scala. E' qui che vengono create le sale più fastose decorate con affreschi che ancora sopravvivono. Al piano terreno, il salone centrale ha sulla volta un Trionfo d'Amore. Al piano nobile, su larghe fasce poste sotto il soffitto sono raccontate la Vita di Enea, le Fatiche di Ercole e la Vita di Achille. Completano l'arredo Scene bacchiche, Centauri e il più celebre Pegaso impennato. Questi affreschi, successivi di alcuni decenni alla costruzione del palazzo, sono stati attribuiti, sia pure dubitativamente, alla scuola del Nuvolone e del Suster.

La contea di Monza

Il palazzo venne ultimato in soli tre anni e nel 1648 i Durini poterono già stabilirvisi. Nello stesso anno, il 6 giugno, i quattro fratelli acquistarono dagli eredi de Leyva, Luigi Antonio e il cugino Gerolamo, il titolo di conte di Monza per 30.000 ducati d'oro napoletani, pari a 150.000 lire imperiali. Il titolo venne confermato con diploma dal re di Spagna Filippo IV il 12 luglio 1652. La contea era possesso di tutti i fratelli maschi e dei loro discendenti maschi legittimi e conferiva loro tutti i diritti, i dazi e le entrate, compresa quella del sale che normalmente invece rimaneva di proprietà dello Stato. Risolte con una serie di processi alcune contestazioni mosse ai Durini dal questore del Magistrato Straordinario di Milano, la contea resterà ai Durini fino a questo secolo, contribuendo notevolmente alle finanze e al prestigio della famiglia, che del resto ricevette nei secoli continui elogi per l'ottima amministrazione del proprio feudo, impreziosito già nei primi anni da Giuseppe con la costruzione della villa Mirabello ( vedi schede), oggi inglobata nel parco.

 

Una grande famiglia

Gian Giacomo II

Alla morte di Giovan Battista nell'ottobre 1676 sembra sia rimasto unico erede il figlio Gian Giacomo II che ricevette per l'occasione una lettera di condoglianze dal granduca di Toscana Cosimo III de' Medici. Da questa lettera sappiamo che esistevano già da tempo strette relazioni tra i Durini e il Granducato, ma non sappiamo quanto fossero collegate con le attività finanziarie della famiglia. L'assiduità anche futura di questi legami ci segnala comunque un problema che meriterebbe di essere maggiormente indagato attraverso uno studio della fitta corrispondenza intrattenuta da Gian Giacomo con i Medici.

Ritratto di don Luis de Guzman Ponce de LeonLa vita di Gian Giacomo II, figlio di Gian Battista e di Bianca d'Adda, si sviluppa tranquillamente e dignitosamente, rafforzando l'immagine di signorilità ed equilibrio tipica di questa grande famiglia. Nato nel 1647, si laurea a Pavia nel 1672 e sposa nel 1683 Margherita Visconti dalla quale avrà ben nove figli, cinque maschi e quattro femmine: Giovan Battista (1685), Giuseppe (1687), Carlo Francesco (1693), Angelo Maria (1697), Ercole, Beatrice, Giustina, Maddalena, Bianca.

Mentre la famiglia cresce, risiedendo nel corpo del palazzo che guarda il giardino, l'appartamento che si affaccia sulla strada viene affittato nel 1685 a don Luis de Guzman Ponce de Leon, che era stato governatore di Milano dal 1662 al 1668. Sono celebri le feste date dal Guzman durante il suo soggiorno nel palazzo. Egli ottiene anche dai Durini di farsi costruire un ballatoio sul lato sinistro della facciata che gli serviva per poter vedere di scorcio il corso di Porta Orientale e le sfilate dei carri carnevaleschi che lo percorrevano. Questo ballatoio, riportato nella veduta di Marcantonio Dal Re, sarà demolito nel corso del Settecento. Il prestigio di Gian Giacomo raggiunge il suo apice nel 1703 quando entra a far parte del Consiglio segreto durante il breve periodo del dominio franco-ispanico su Milano.

 

I rami si dividono: la linea di Giovan Battista e quella di Giuseppe

Conclusa la dignitosa esperienza di Gian Giacomo II, la famiglia si divide nei due rami che discendono dal primogenito Giovan Battista e dal secondogenito Giuseppe. Prima però di seguire queste due linee, contrassegnate entrambe da illustri esponenti della storia non solo milanese, ci soffermiamo un momento su un terzo figlio di Gian Giacomo II, il cardinale Carlo Francesco.

Carlo Francesco è il primo dei Durini ad essere ricordato nel prestigioso Dizionario Biografico degli Italiani soprattutto per la sua attività diplomatica svolta al servizio della Santa Sede nella Francia di Luigi XV. Nato nel 1693 a Milano, visse quasi sempre fuori dalla sua città fornendo comunque un notevole contributo al rafforzamento del prestigio della famiglia. Laureato a Pavia nel 1714, si trasferì a Roma dove divenne sacerdote e svolse numerosi incarichi politici finché nel 1735 fu nominato inquisitore a Malta e poi nel 1739 nunzio a Lucerna. Egli dovette certamente svolgere con notevole abilità questi incarichi tutto sommato di modesta rilevanza perché nel 1744 venne insignito da papa Benedetto XIV di uno dei compiti diplomatici più delicati di quel tempo - la nunziatura di Francia - in un momento in cui esplodevano a Parigi le nuove idee, peggio che eretiche, di Montesquieu, Rousseau, Voltaire e Diderot. Lo vediamo infatti spedire a Roma sistematicamente casse di libri "degni di censura" con uno zelo, dice il Dizionario Biografico (vol. 42, p. 205), "che venne giudicato dalla Segreteria di Stato eccessivo, anche per la spesa che tali spedizioni comportavano". Richiamato in Italia nel 1753, fu nominato vescovo di Pavia, dove visse gli ultimi anni e dove è sepolto. Pochi mesi prima di morire, alla morte di Clemente XIII (2 febbraio 1769), fu considerato tra i possibili successori al papato per le sue capacità e il suo equilibrio.

 

La linea principale di Giovan Battista

Questa linea, dopo un periodo di serena dignità che percorre tutto il XVIII secolo, raggiungerà la fama nell'Ottocento soprattutto con Antonio Durini, a lungo podestà di Milano nel periodo napoleonico e della Restaurazione.

Il capostipite Giovan Battista, nato nel 1685 ed educato a Firenze, sposa Isabella Anna Archinto e conduce nel palazzo un'esistenza molto signorile in un periodo di disordini e miseria così ben descritto dalle pitture del Magnasco e del Pitocchetto. Grandi feste accompagnano i soggiorni nel palazzo di Giovanni Gastone de' Medici, ultimo granduca di Toscana nel 1711 e di Carlo di Lorena nel 1739. A proposito di quest'ultima visita illustre va segnalato un errore ormai ricorrente in molte pubblicazioni su Milano secondo le quali i Durini in quest'occasione avrebbero ospitato nel palazzo anche Francesco di Lorena, fratello di Carlo, e la moglie Maria Teresa, nell'unico soggiorno  milanese della futura imperatrice. La notizia proviene da una cattiva lettura del Calvi (Famiglie notabili milanesi, vol. I) che invece afferma testualmente:

"Il principe Carlo di Lorena, visitando Milano nel maggio 1739 col fratello Francesco granduca di Toscana e la sposa sua Maria Teresa, futura imperatrice, venne da lui [Giovan Battista Durini] accolto nel suo palazzo con tanta magnificenza che il principe ebbe a dichiarare essere egli egualmente bene colà dove si trovava che le Reali Altezze, l'Arciduchessa e il Granduca, nella Reggia."

Pur essendo molto chiara, la frase venne equivocata e ormai, di libro in libro, l'equivoco sta diventando una verità storica.

Dei figli di Giovan Battista, Gian Giacomo III e Giuseppe Stefano, resta qualche notizia sul primogenito.

Gian Giacomo III, nato nel 1717, il 29 dicembre 1741 ottiene finalmente il diritto di essere annoverato tra le famiglie patrizie milanesi, potendo egli dimostrare l'ascendenza e il carattere di nobiltà "generosa" dei Durini da almeno un secolo. Sposò Marianna Ruffino di Diano, torinese, dalla quale ebbe nove figli, uno dei quali, Antonio, occupò, come si è detto, un posto notevole nella storia di Milano del primo Ottocento. Gian Giacomo III, ormai patrizio milanese, continuò la vita fastosa del padre ospitando nel palazzo di quella che ormai veniva chiamata "Contrada del Durino" alcuni personaggi illustri come l'Elettrice di Sassonia e il principe ereditario di Modena. Arricchì il palazzo con nuovi arredi di gusto settecentesco e ricoprì alcune cariche pubbliche. Nel 1742 fu capitano della Milizia Urbana nel 1742 e divenne più tardi nel 1768 Sovrintendente del neonato corpo dei Vigili del fuoco di Milano ospitando nel palazzo la nuova macchina idraulica che serviva nel caso di incendi. Quando si decise di costruire il Teatro alla Scala fu eletto rappresentante dei palchettisti presso il Governo. Godeva quindi della piena fiducia dell'aristocrazia milanese.

Dei nove figli di Gian Giacomo III, solo Antonio lasciò tracce durevoli. Nato a Milano il 6 giugno 1770 sembrò da principio che si avviasse nella carriera ecclesiastico-diplomatica dei due illustri cardinali della famiglia, Carlo Francesco e Angelo Maria. Compì gli studi a Roma, prese gli ordini religiosi e venne nominato governatore di Città di Castello, una piccola e tranquilla città dove iniziare a far pratica. I tempi però erano completamente cambiati e si erano ormai realizzate le più funeste previsioni del prozio Carlo. Siamo all'inizio del 1797 e le armate di Napoleone scorrazzano da un anno per l'Italia minacciando ripetutamente lo Stato della Chiesa. Antonio era giunto da poco ad occupare il suo ufficio quando le milizie napoleoniche arrivarono in città. Accade proprio in quei giorni e sotto i suoi occhi quello che sarei tentato di chiamare ironicamente il "Miracolo dello Sposalizio della Vergine". I maggiorenti della città, entusiasti per l'ottenuta Libertà, avrebbero offerto in dono al comandante G. Lechi il celebre quadro di Raffaello che iniziò un percorso verso nord che doveva approdare dopo alcuni anni a Brera dove ancora si trova. In realtà vi sono molte prove che dimostrano come il quadro sia stato estorto con la minaccia di un saccheggio.

Antonio Durini in ogni caso capì subito che il vento era cambiato. Tornato a Milano, si proclamò repubblicano, si svestì della tonaca e cominciò a intraprendere la carriera politica. La carriera fu piuttosto veloce tanto che nel 1807, a 37 anni, venne nominato podestà di Milano, la più alta carica cittadina, carica che tenne ininterrottamente fino al 1814 quando cadde il regime napoleonico. Nei tragici giorni dell'aprile 1814 quando venne ucciso il ministro Prina, il Durini visse certamente i momenti più difficili della sua esistenza. Cercò in ogni maniera di evitare quell'uccisione, ma alla fine non gli restò che il triste compito di seppellire di nascosto alla Moiazza l'infelice ministro. Difese poi risolutamente il cognato Federico Confalonieri dalle accuse di essere stato l'istigatore del delitto. Dopo alcuni anni di silenzio, rientrò comunque in politica riscuotendo l'assenso dell'Austria e dei notabili milanesi che ne avevano sempre elogiato l'equilibrio e l'efficienza. Alla fine tornò ad essere podestà di Milano, carica che tenne per ben dieci anni, dal 1827 al 1837. Ritiratosi definitamente nel 1843 riuscì ancora a vedere i propri figli, Alessandro e Carlo, combattere coraggiosamente durante le Cinque Giornate.

Antonio non abitò il palazzo Durini, che toccò invece al figlio Carlo, nato dal suo matrimonio con Giuseppina Casati, sorella di Gabrio e di Teresa Casati Confalonieri. Non sappiamo se Carlo vivesse in palazzo Durini che all'epoca delle Cinque Giornate era affittato, almeno in parte, ad un Collegio per signorine diretto da madame Garnier. Sempre in una parte del palazzo viveva la famiglia del figlio Giacomo, sposato con Paolina Durini, che sarà, come vedremo, l'ultima Durini a possederlo.

Degli otto figli di Antonio, il più famoso fu Alessandro (1818-1892), che studiò pittura a Brera dedicandosi da principio ai soggetti storici allora molto di moda, ma poi specializzandosi nell'acquerello. I suoi numerosi lavori furono apprezzati ovunque e molti di essi, rimasti di sua proprietà, vennero esposti per molti anni nel Museo Durini, istituito dal figlio Antonio (1853-1934), anche lui noto pittore e amico degli Scapigliati all'angolo tra via Guastalla e via San Barnaba. Quando nel 1939 il Museo venne chiuso, i quadri furono ceduti al Comune di Milano che li conserva da allora nei depositi della Galleria d'Arte Moderna.

 

La linea secondaria di Giuseppe: il cardinal Durini

Di Giuseppe, nato il 25 maggio 1687, sappiamo soltanto che sposò Costanza Barbavara ed ebbe otto figli, uno dei quali, il cardinale Angelo Maria, è diventato famoso per le sue attività diplomatiche e per il suo mecenatismo ed è ancora oggi citato più semplicemente come "il cardinal Durini" dai conoscitori del Settecento milanese. Una sorella del cardinal Durini, Maria Margherita, sposò il marchese Giovanni Giorgio Serponti di Varenna e visse nella Villa Serponti di Varenna (ora hotel Villa Cipressi).

Angelo Maria Durini è un personaggio molto noto ed è stato oggetto di studi abbastanza esaurienti come quello di G. B. Marchesi nell’Archivio Storico Lombardo al quale si rinvia per più ampie notizie. Nato nel 1725 venne avviato alla carriera ecclesiastica trovando un valido aiuto nello zio Carlo Francesco, che egli accompagnò a Parigi durante la sua nunziatura in Francia. Perfezionò i suoi studi a Parigi dedicandosi anche alla letteratura verso la quale si sentiva profondamente inclinato. Come lo zio fu poi inquisitore a Malta nel corso di alcuni anni che spese soprattutto a scrivere versi latini.

Nel 1766 fu nominato legato pontificio a Varsavia. Qui dovette mettere da parte la poesia  e concentrarsi su una situazione politica difficilissima, che preludeva alla spartizione della Polonia tra Prussia e Russia. Allo scoppio della guerra nel 1772 dovette tornare a Roma da dove fu inviato come governatore ad Avignone, appena restituita alla Santa Sede. Vi rimase fino al 1776 quando decise di ritirarsi a vita privata e tornò a Milano per restarvi definitivamente. Nello stesso anno venne nominato cardinale, ma poiché non andò mai a Roma per ricevere secondo l’uso il cappello cardinalizio, si può dire che fu un cardinale a metà.

Dal 1776 al 1796, anno della sua morte, trascorse i suoi anni migliori, circondato dall’affetto e dalla stima dei migliori esponenti della vita culturale milanese, a cominciare dal Parini e da Pietro Verri. Il Parini gli dedicò un’ode, chiamata poi La Gratitudine (testo [è necessario registrarsi]), costellata di elogi non interessati e di episodi curiosi come la visita al Parini mentre questi stava facendo il bagno nella vasca di casa sua oppure l’inaspettata comparsa del cardinale a Brera, che si sedette su un banco ad ascoltare una lezione del Parini sulla tragedia greca.

Il cardinale in inverno soleva abitare in una casa non identificata di Milano che si trovava in parrocchia di San Vincenzo in Prato. La maggior parte dell’anno stava invece in campagna. Da principio occupò la villa Mirabello a Monza, ma siccome aveva sempre molti ospiti ben presto si allargò facendo costruire accanto il Mirabellino. Soggiornò a lungo anche nella sua villa di Merate avendo la commenda dell’abbazia di San Dionigi di quella località. Nel 1787 riuscì a coronare il suo sogno acquistando dai Giovio la villa di Balbiano sul lago di Como e anche questa dimora, che fu poi la sua preferita, venne ampliata con la costruzione del Balbianello (poi villa Arconati) posto sulla penisoletta che guarda l’Isola Comacina. ( Vedi schede) I due golfi della penisola vennero subito ribattezzati “seno di Diana” e “seno di Venere”. In questi anni si dedicò interamente alla letteratura scrivendo, tra l’altro, un elogio dei “cocchi volanti” del Mongolfier subito dopo la celebre impresa. Poco prima di morire donò a Brera la sua ricchissima biblioteca che venne raccolta in una sala a lui dedicata. Sulla sua morte circolarono alcune leggende. Siamo nella primavera del 1796, quando ormai sembra inevitabile la conquista di Milano da parte di Napoleone, avanzante in Piemonte. Il 28 aprile, giorno dell’armistizio di Cherasco che spianava la via ai Francesi, il cardinale - dice la leggenda - si preparò a fuggire da Balbiano verso la Svizzera. Ritratto di Giuseppe DuriniPurtroppo però volle imbottire esageratamente gli abiti d’oro e il peso di tanto oro gli procurò subito un’ernia che lo uccise. Il tesoro del Durini, che sarebbe stato subito sepolto nella villa, venne per decenni cercato dai nuovi proprietari e dagli abitanti del luogo. Il cardinale venne sepolto nella chiesa di Sant’Abbondio a Como, anch’essa una sua commenda, ma quando un secolo dopo si volle esumare il corpo non si trovò che una parrucca.

Per concludere questa lunga saga dei Durini, diremo ancora che dal fratello del cardinale, che si chiamava Carlo Angelo, discende ancora un Durini famoso, il nipote Giuseppe (1800-1850), membro del Governo provvisorio durante le Cinque Giornate e sostenitore, contro il Cattaneo, dell’annessione della Lombardia al Piemonte. Una nipote di Giuseppe sarà infine Paolina che sposa Giacomo Durini e vende il palazzo.

 

 

Le vicende degli ultimi anni

 

Ritratto di Gianni CaproniTarga in memoria di Gianni Caproni nell'atrio del palazzoIl palazzo Durini viene comperato nel 1921 o 1922 dal senatore Borletti con il patto di lasciare nel palazzo Paolina vita natural durante e viene restaurato sommariamente dal Portaluppi. Alla morte di Paolina nel 1925 viene venduto ai Caproni di Taliedo che occupavano dal 1916 gli appartamenti verso il giardino e viene restaurato dalla contessa Timina Caproni nata Guasti, con la collaborazione dell’arch. Bacci, dello scultore Emilio Monti e del pittore Franco Milani. La balaustra sopra il cornicione del cortile è opera di questi rifacimenti che hanno sostituito parte del tetto con un terrazzo.

Nel 1940 viene anche trasportata da palazzo Arnaboldi in corso Monforte la balaustra che si trova nello scalone in fondo al cortile.

Durante i bombardamenti del 1943 i Caproni salvarono il palazzo mobilitando molte persone pronte a spegnere gli incendi e coprendo il terrazzo con sacchi di sabbia. Una bomba caduta molto vicino fece cadere i quattro stemmi del cortile e ruppe il busto di Gian Battista Durini, che forse disapprovava la cessione della sua creatura.

Dopo la morte di Gianni Caproni ( vedi schede) nel 1957 il palazzo venne affittato. Nel 1963 ospitava il centro culturale Durini voluto da Aldo Borletti dotato di un teatro e di una biblioteca.

Nel 1980 risulta ancora di proprietà degli otto figli di Gianni Caproni, alcuni dei quali abitano nel palazzo.

Attualmente la parte di servizio è occupata da Armani, gli altri appartamenti da altri stilisti, studi legali e uffici. E' sede della Società del Quartetto e della squadra di calcio dell'Inter.

Bibliografia

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Ultima modifica: mercoledì 31 luglio 2002

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