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Alba, la cittadella di Brenno

di Maria Grazia Tolfo

Sommario

Alba, il centro della confederazione insubre: L'oppidum - Il tempio di Belisama (Minerva) 

La guerra contro i Romani: - la cittadella nella memoria locale

La romanizzazione dell'Insubria: la pax deorum 

Reperti archeologici

 

Alba, il centro della confederazione insubre

Nel 396 il dittatore M. Furio Camillo era riuscito, dopo un decennale assedio, a conquistare la capitale etrusca Veio e a indebolire a tal punto la presenza etrusca nel Centro Italia da creare un pericoloso vuoto. Infatti solo cinque anni dopo i Senoni guidati da Brenno, scesero fino a Chiusi e la assediarono.

Statua acefala di guerriero celtico da Rocqueperteuse (F)E' ancora una volta Livio la fonte dell'accaduto. All'origine dell'invasione lo storico patavino pone l'episodio leggendario della vendetta di un marito tradito, Arrunte di Chiusi, che scopre la tresca tra sua moglie e il nobile e intoccabile rampollo Lucumone. Non sapendo come vendicarsi dell'affronto, pensa ai "sicari" celtici e li ingaggia con del vino, provocando così la rovina della sua stessa città. [1] Livio dice di non sapere se i Senoni, una popolazione stanziata nel bacino della Yonne (Borgogna), agirono da soli o con l'aiuto di altri Celti stanziati in Italia settentrionale. Il 18 luglio 390 (da quel momento in poi considerato infausto nei calendari romani) i Romani subirono una grave sconfitta al fiume Allia, alle porte di Roma, e fuggirono verso Veio, lasciando la città preda dei Senoni. Per i Galli fu un bottino inaspettato e non si sarebbero ritirati tanto facilmente se non fossero intervenuti i Veneti ad attaccare i contingenti lasciati in Val Padana.

La storia locale ricorda il passaggio di Brenno con grande considerazione, attribuendogli la fondazione di Alba ossia "la città" o l'oppidum, nome che richiama alla mente Albium Ingaunum (Albenga, fondata circa nello stesso periodo, V sec. a.C.), Albium Intemelium (Ventimiglia), Albium Docilii (Albissola).  Questo accenno, assente nei testi romani, compare per la prima volta nei documenti con Paolo Diacono, lo storico dei Longobardi, e viene ripreso alla fine del X secolo nel De situ civitatis Mediolani. Belloveso, indicato tutto sommato da una fonte storica attendibile come Tito Livio, scompare. E' invece interessante notare che la parola "alba" per indicare una città è tipica dei Liguri e che quindi, ammesso che la nostra città si chiamasse per un certo periodo Alba Insubrum, lo fu più per il contesto ligure degli scambi che non per l'invasione di Brenno.

Come detto nel precedente capitolo, nel IV secolo i centri più importanti dell'Età del Ferro, l'area di Golasecca e Como, avevano perso la loro importanza, cedendo forse il passo a Medhelan, che da semplice santuario si era trasformato in metropoli,  entrando forse nell'orbita commerciale dei Liguri. Questo spostamento coincide con l’abbandono generale della fascia pedemontana per la pianura, probabilmente in seguito alle migliorate condizioni climatiche.

Sappiamo che nel 385 a.C. gli Insubri si alleano con Velletri, Tivoli e col tiranno di Siracusa Dionigi il Vecchio contro Roma: è un'alleanza politica, strategica o solo una forma di prestazione mercenaria?

Possiamo supporre che si formasse presso il santuario il centro delle operazioni in Gallia Transpadana, più vicina sia idealmente sia geograficamente alla Gallia Transalpina. Alba in ogni caso non distrusse il santuario, ma segna il momento in cui Medhelan perde il suo carattere esclusivamente sacrale per diventare un insediamento abitativo nei dintorni del nemeton. [2]


L'oppidum

L'oppidum di Manching in Baviera

A parte il nome - più o meno di fantasia - di Alba, sembra ormai appurato che il nome “Insubri” indichi il gruppo egemone della confederazione a cui erano subordinate altre comunità tribali transpadane, celtiche o no, ad esempio Comensi, Vertamocori, Laevi e Marici. [4]

Per quanto ne possiamo dedurre dalla totale assenza di reperti e di indicazioni, la vita nel Medhelan insubre continuò come nei secoli precedenti, ottenendo verso il III sec. una maggior protezione con un muro gallico che trasformò il santuario in un oppidum. Le abitazioni dovevano essere disposte fuori dall’oppidum, che serviva come punto di raccolta per beni e persone in caso di attacco. Il muro gallico era costruito con un’armatura di legno che formava un graticcio da riempirsi con terra e/o pietrame. L’armatura veniva poi ricoperta con blocchi di pietra a secco, che lasciavano in vista l’estremità delle travi.

C’era una vita urbana organizzata, con abitazioni disposte lungo le vie principali, un ceto capace di produrre e importare beni di lusso, una zecca dove coniare la moneta di scambio.

Como, la città più importante della Cisalpina per i suoi traffici, era decaduta. Gli Etruschi, da esportatori di merci quali erano sempre stati, avevano diffuso anche tecnologia come il tornio a ruota per la ceramica o gli strumenti per l’edilizia. Si potrebbe dedurre che la decadenza di Como sia stata conseguente alla disfatta degli Etruschi.

Abbandonata la pedemontana, Medhelan assunse un ruolo di centralità nella rete commerciale insubre e si avviò a trasformarsi in abitato. [5]  


Il tempio di Belisama (Minerva)

Se pensiamo che il Medhelan era diventato una metropoli, un punto di coordinamento per le altre tribù confederate, dobbiamo ammettere che le tracce di insediamento sono molto labili anche in questo periodo. Da Polibio sappiamo poi che gli Insubri avevano un tempio dedicato a Minerva (Belisama), che custodiva le insegne dette “inamovibili”, tolte in occasione della guerra contro i Romani nel 225 a.C. Non è facile immaginare dove si trovasse questo tempio e quindi dobbiamo ricorrere come al solito alla tradizione locale, supportata da alcune autorevoli considerazioni archeologiche. Seguiamo la versione del Besta:

In questa città era riverita la dea Minerva; secondo Polibio et altri scrittori il tempio, ora distrutto, di S. Tecla fu da quegli idolatri eretto a onor di questa dea, il che affermano lo stesso Alciato e Lorenzo d’Anaunia nella sua Fabbrica del Mondo... [6]

G.A.Castiglione lascia intendere che si poteva trattare di una divinità femminile sincretista, che accomunava Minerva, Diana e Giunone, rilevando senza saperlo che la Grande Madre celtica  assommava in sé la funzione sacerdotale come ispiratrice della poesia e guaritrice, la guerriera come protettrice dei guerrieri e la produttiva [7] .

M. Mirabella Roberti rintracciò negli scavi di S. Tecla una cella quadrata di 17 m di lato con paraste angolari, che interpretò come il tempio di Minerva. E’ difficile stabilire se questo fosse nel III sec. a.C. il tempio della “Luminosa”, ma è possibile che l’edificio quadrato corrispondesse realmente a un tempio gallo-romano in età posteriore, similmente a quanto vediamo ad esempio a Caerwent, dove il piccolo tempio quadrato era circondato su tutti i lati da un portico; quello di Milano poteva essere dotato analogamente di un portico, non necessariamente in pietra, data la scarsità di materiale lapideo a Milano.

 

La guerra contro i Romani

Polibio, che scrisse le sue Storie intorno al 120 a.C., nel libro II dà un quadro delle popolazioni celtiche che abitavano la Pianura Padana,  notando che gli Insubri erano la popolazione più importante, e dopo di questi, lungo il fiume, i Cenomani (...) Tutti i Celti abitavano in villaggi non fortificati e privi di ogni mezzo di vita civile: dormivano in villaggi su miseri giacigli, si nutrivano di carni e, non esercitando che la guerra e l’agricoltura, conducevano una vita molto semplice, del tutto ignari di ogni scienza e di ogni arte. Unica sostanza di ciascuno erano il bestiame e l’oro, i soli beni che facilmente si potessero, a seconda delle circostanze, trasportare dovunque e muovere a proprio piacimento. Davano grande importanza al fatto di avere un seguito di clienti, perché presso di loro era più temibile e potente chi avesse una corte possibilmente molto numerosa di seguaci che andassero intorno a lui (II, 17).

Lo storico s’incanta a esaltare la fertilità del territorio, che produce in abbondanza grano, panìco, miglio:

L’abbondanza delle ghiande raccolte nei querceti allineati a intervalli nella pianura è attestata soprattutto da quanto dirò: la grande quantità di suini macellati in Italia per i bisogni dell’alimentazione privata e degli eserciti si ricava tutta dalla Pianura Padana. I prodotti alimentari sono particolarmente copiosi e a buon mercato, come si può facilmente dedurre anche da questo: chi, viaggiando per il paese, alloggia in locande, non paga contrattando per i singoli prodotti consumati ma chiede il prezzo complessivo dell’alloggio per persona (II, 15).

Più oltre (II, 28) Polibio ci informa che Insubri e Boi scesero in campo contro i Romani a Talamone nel 225 a.C. indossando brache e mantellette leggere e che, catturato il console Gaio, gli tagliarono la testa e la portarono al re dei Celti. I Romani erano spaventati dall’aspetto e dal clamore dell’esercito dei Celti:

innumerevole era infatti la quantità dei buccinatori e dei trombettieri: un così lungo e acuto clamore essi produssero quando tutti insieme intonarono il peana, che non solo le trombe dell’esercito, ma perfino i luoghi vicini, riecheggiando il frastuono, pareva emettessero una voce. Terribili erano inoltre l’aspetto e i movimenti degli uomini nudi schierati innanzi agli altri, tutti nel pieno vigore delle forze e di bellissimo aspetto. I soldati delle prime file erano adorni di collane e braccialetti d’oro...(II, 29)

I gioielli costituirono il ricco bottino per i soldati romani e i loro alleati, usciti vincitori. Il console fece adornare il Campidoglio con le insegne nemiche e coi “maniaci”, ossia i monili d’oro che i Galli portano al collo (II, 31).

Stanchi di subire le minacce celtiche, i Romani concepirono la speranza di riuscire a cacciare completamente i Celti dalla Pianura Padana (II, 31). Nel 223 a.C. i consoli Publio Furio e Gaio Flaminio, uno dei più accesi sostenitori della politica espansionistica romana verso il nord, entrarono nel territorio degli Insubri presso la confluenza dell’Adda col Po, si alleano con i Cenomani e iniziarono a devastare i villaggi della pianura. Gli Insubri, riunite nello stesso luogo tutte le forze di cui disponevano, tolte dal tempio di Atena le auree insegne dette "inamovibili", forti di 50.000 uomini, si schierarono contro i Romani.

Fallita un'ambasceria di pace da parte degli Insubri, nel 222 a.C. i Romani ripresero l'offensiva, decisi a eliminare per sempre il pericolo insubre. La battaglia avvenne ad Acerrae (Pizzighettone?) sull'Adda. Qui sono stati trovati elmi romani del III sec. a.C. che potrebbero riferirsi a questo scontro. Gli Insubri tentarono una manovra diversiva e assediarono la piazzaforte romana, Clastidium (Casteggio), dove ebbe luogo la battaglia decisiva a favore dei Romani. Ecco come racconta la battaglia Polibio:

I consoli romani, sopraggiunta la stagione propizia, avanzarono con gli eserciti verso il territorio degli Insubri. Come vi giunsero, si accamparono intorno alla città chiamata Acerra e la cinsero d’assedio. Gli Insubri, non potendo venire in aiuto della città assediata, perché i Romani li avevano prevenuti impossessandosi delle posizioni strategiche, desiderosi d’altra parte di liberare Acerra dall’assedio, fecero traghettare il Po a parte delle milizie e, penetrati nel territorio degli Anari, assediarono la località di Casteggio. Quando i consoli ebbero notizia dell’accaduto, Marco Claudio prese con sé i cavalieri e parte dei fanti e mosse in fretta in aiuto degli assediati. I Celti, informati dell’arrivo degli avversari, lasciato l’assedio si fecero incontro al nemico in ordine di battaglia. Quando i Romani li attaccarono arditamente con la cavalleria, essi dapprima resistettero, ma poi, circondati alle spalle e alle ali, si trovarono a mal partito e infine furono volti in fuga dalla stessa cavalleria: parecchi, caduti nel fiume, furono travolti dalla corrente, ma la maggior parte fu fatta a pezzi dai nemici. I Romani poi conquistarono anche Acerra, città ben fornita di viveri, mentre i Galli si ritirarono a Mediolano, la metropoli del territorio degli Insubri. Gneo (Cornelio Scipione Calvo) li inseguì dappresso e apparve inaspettato davanti a Mediolano: i Galli dapprima non si mossero, ma quando egli ritornò verso Acerra, fatta una sortita, attaccarono la retroguardia romana: uccisero molti soldati, costrinsero gli altri alla fuga, finché Gneo richiamate le forze dell’avanguardia, le indusse a fermarsi e ad attaccare i nemici. I Celti, imbaldalziti dal momentaneo successo, per un po’ resistettero coraggiosamente, ma dopo non molto si volsero in fuga verso i colli vicini. Gneo li inseguì, devastò il paese e prese Mediolano d’assalto. In seguito a questi avvenimenti, i capi insubri rinunciarono a ogni speranza di salvezza e si arresero ai Romani senza condizioni. Così dunque ebbe termine quella guerra contro i Celti che, per baldanza e ardimento dei combattenti, poteva essere più terribile di ogni altra di cui parli la storia; per la condotta politica e la sconsideratezza con cui fu guidata nei particolari, finì con l’essere, invece, di ben piccolo conto, perché in ogni loro impresa i Galli si lasciano guidare più dall’impulso momentaneo che dal calcolo ragionato.

Plutarco, nelle sue Vite parallele, inizia il culto del console Marcello:

Assunta nel 222 la carica Marcello, nomina a sua volta Gneo Cornelio. La guerra fu rinnovata dai Gesati, i quali varcarono le Alpi e fecero insorgere gli Insubri. 30.000 erano i Gesati [8] e ad essi si unì un numero molto più grande di Insubri, e subito tutti insieme marciarono su Acerra. Re Britomarto prese 10.000 Gesati e si diede a saccheggiare le terre lungo il Po. Appena Marcello venne a saperlo, radunò i cavalieri e 600 opliti e marciò ininterrottamente giorno e notte, senza fermarsi mai, finché ragiunse i 10.000 Gesati in un villaggio di Celti, Casteggio, passato da poco sotto la dominazione romana. I Galli si buttarono su di lui con estrema violenza, capeggiati dal re. Quando Marcello stava per caricare, accadde che il cavallo, spaventato dall’aspetto feroce dei nemici, si voltò e trasportò indietro il console suo malgrado. Egli temette che i Romani si turbassero, lasciandosi prendere dalla superstizione e interpretando l’incidente come un segno di cattivo augurio. Dato un brusco strattone alle briglie verso sinistra, in modo che il cavallo tornò a far fronte al nemico, s’inchinò in atto di adorazione verso il sole: cercò di far credere ai suoi uomini che non aveva compiuto la volta a caso, perché i Romani usano girarsi quando adorano gli dei. Marcello fece voto a Zeus Feretrio di consacrargli, se vinceva, la più bella armatura che avrebbe preso ai nemici.

In quella lo vide il re dei Galli (Virdomaro). Spronato il cavallo, gli andò incontro e lo sfidò, lanciando acute grida e brandendo l’asta. Era l’uomo più grande, fisicamente, di tutti i Galli. Indossava un’armatura trapunta d’argento e d’oro, ricamata coi più vari colori, che si distingueva fra le altre perché luccicava come un lampo. Marcello non scorse armatura migliore e si lanciò sopra il re. Con l’asta lo trafisse per mezzo la corazza e lo finì al suolo. Allora smontò da cavallo, afferrò con le mani l’armatura del caduto e la dedicò a Zeus, invocando protezione per il proseguimento della guerra. I Romani riportarono infatti una vittoria singolare per l’insolita circostanza che un numero così esiguo di cavalieri vinse cavalieri e fanti in numero così cospicuo. Dopo aver ucciso molti nemici e catturato armi e altro bottino, Marcello tornò a riunirsi al collega.

Questi stava combattendo faticosamente coi Galli intorno alla loro città più grande e popolosa, a nome Milano, che era considerata dai Galli Cisalpini la loro metropoli. Perciò la difendevano con tutto l’ardore di cui erano capaci, e Cornelio si trovò da assediante in assediato. Ma all’arrivo di Marcello i Gesati, apprendendo la notizia della sconfitta e della morte del loro re, si ritirarono. Presa Milano, i Galli consegnarono le altre città e si assoggettarono spontaneamente ai Romani con tutti i loro averi. Ottennero così una pace a miti condizioni.

Il Senato decretò il trionfo al solo Marcello. Il suo ingresso in città fu per lo splendore e la ricchezza delle spoglie, nonché la corporatura straordinaria dei prigionieri, meraviglioso come pochi altri.

Dai due testi si deduce che il Medhelan era stato trasformato in oppidum, difeso da mura, alle quali i consoli romani posero l’assedio. Si deduce anche che il Medhelan fungeva da metropoli politica e religiosa degli Insubri e che, quando cadde il centro, si arresero anche “le altre città”, ossia vici e castella dipendenti dalla metropoli.

Fra i prigionieri che sfilarono a Roma nel trionfo del console Marcello vi fu anche il piccolo Cecilio Stazio, di circa otto anni, che fu fatto studiare dal suo padrone a Roma, divenendo un commediografo di successo, grazie all’innata capacità narrativa dei Celti, guadagnandosi così la libertà.

 

La cittadella nella memoria locale

La memoria storica circa la presenza di un edificio rotondo ed enorme si era tramandata localmente in modo confuso ma persistente a partire dal XII secolo, chiaro indizio che a quel tempo non esisteva più nemmeno una traccia del santuario celtico.

Secondo questa tradizione, Milano avrebbe posseduto un arenario o arengo di forma rotonda, costruito con un apparato murario a bande bicrome bianche e nere, con 365 stanze quanti erano i giorni dell'anno. L'edificio aveva la capacità di contenere tutti i soldati d'Italia [9] e si poteva udire un oratore parlare da ogni posizione, tale era la sua acustica. Questo luogo non era lontano dal Broletto vecchio. [10] Il Versum de Mediolano civitate, scritto nel 738, lo cita espressamente: "splendido è l'edificio dell'arengo". Galvano Fiamma aggiunge che era un luogo dove si compivano atrocità e che custodiva una cattedra marmorea posta su due leoni su cui si sedeva l'imperatore. Tutti gli altri storici seguono la stessa dizione. 

A questa tradizione si aggiunge quella del pomario citata dal Besta:

Mesappo re dei Toscani eresse una fabbrica rotonda con alte mura, in mezzo di molte piante fruttifere che rendevano quel luogo oscuro, nel quale non era lecito habitar, né far altr'opera profana; haveva questa fabrica una fonte sacra, sopra la quale facevan i sacerdoti i vari sacrificii loro; et da quelle piante era chiamato quel luogo pomario. [11]

In relazione a questa fabbrica il Besta mette un labirinto. Cosa il Besta intenda con ciò è difficile spiegarlo. Il “labirinto” poteva difendere una città o un santuario - comunque uno spazio magico-religioso - che si voleva rendere inviolabile dai non iniziati. Spesso un labirinto era destinato a difendere un “centro”, cioè rappresentava l’accesso iniziatico alla sacralità e all’immortalità. [12]

Mettendo insieme le due versioni si ottiene la memoria storica di un luogo rotondo di vasta superficie, con un perimetro diviso in 365 parti - un calendario cosmico? -, ricoperto da un bosco all'interno del quale era un pozzo sacro, una descrizione che rimanda a quella di un nemeton in un periodo in cui gli studi celtici non erano di moda. Sembrerebbe quindi che il nostro omphalos fosse una fonte, una sorgente, che si trovava sotto il teatro della Scala. Il Piermarini rinvenne negli scavi per le fondamenta solo olle cinerarie (sparite nel mercato antiquario dell'epoca), ma non ci risulta che vi fosse un pozzo. [13]

 

La romanizzazione dell’Insubria

Il Senato romano decise di dedurre delle colonie di diritto latino in territorio celtico per avere ex-legionari a creare dei presidi negli avamposti del nord, senza urtarsi con la confederazione degli Insubri.

I Romani stavano aspettando l’attacco in forze dal nord dei Cartaginesi guidati da Annibale, dopo la caduta nel 219 della colonia greca di Sagunto sulla costa N-E della penisola iberica. Il ventiseienne generale cartaginese sperava di far leva sul nazionalismo dei Galli della pianura padana e di sfruttarlo a suo vantaggio contro Roma. Nella primavera del 218, lasciato il governo della Spagna al fratello Asdrubale, si diresse verso l’Italia dal Piccolo S. Bernardo a capo di un esercito di venticinquemila uomini, seimila cavalli e anche qualche elefante.  
Sempre Polibio ci informa che quando Annibale attraversò le Alpi, trovò in guerra tra loro Taurini e Insubri, perché gli Insubri si erano spinti fino alla Dora Baltea. 

Per fronteggiare l’invasione cartaginese e l'espansione insubrica, Roma nel 218 fondò Cremona nel territorio dei Cenomani e Piacenza in quello degli Anari, con 6.000 coloni ciascuna. La seconda guerra punica si concluse nel 202 a Zama, nel retroterra tunisino, con la vittoria romana. Restava quindi da riconquistare la Cisalpina, refrattaria a ritornare sotto il dominio romano.

Nel 200 a.C. i Celti, guidati dal cartaginese Amilcare, che era rimasto in Cisalpina dalla seconda guerra punica, attaccarono Piacenza; la battaglia definitiva ebbe luogo a Cremona, con 35.000 Celti uccisi e catturati. L’anno dopo toccò ai Romani subire una grave sconfitta, della quale non approfittarono gli  Insubri per contrattaccare. Roma durò parecchia fatica a convincere i coloni cremonesi e piacentini a ritornare al loro scomodo posto. Infatti, puntualmente nel 197 si ripropose lo scontro tra i Celti e i Romani, che si concluse con la sconfitta dei primi e la morte del generale Amilcare. Molti centri che avevano seguito gli Insubri si arresero ai Romani. Il trionfo del console C. Cornelio Cetego comprendeva, oltre agli Insubri e ai Cenomani prigionieri, anche un corteo di coloni cremonesi e piacentini liberati.

Nel 196 a.C. il console M. Claudio Marcello, nipote del vincitore di Clastidium, portò l'attacco in territorio insubre, dirigendosi verso Como, dove gli Insubri avevano posto il loro quartier generale. Como, già dopo pochi giorni, si arrese ai Romani con 28 castella. Due anni dopo gli irriducibili Boi incitarono alla ribellione gli Insubri, ma furono battuti vicino a Mediolanum dal proconsole L. Valerio Flacco. Fu la fine della confederazione celtica: gli Insubri e i Cenomani abbandonano i Boi e strinsero un foedus con Roma, che permise loro di mantenere una certa autonomia.

L’area insubre non subì alcuna perdita di territorio e venne accuratamente evitata dalla rete viaria romana. Nessuna strada romana l’attraversava: la via Postumia, creata nel 148 a.C. per scopi militari, che univa Genova ad Aquileia, rimase ai margini del territorio insubre. E la stessa conservazione del tipo di popolamento preromano, sparso, per vicos (villaggi), esclude un intervento teso a modificare le strutture territoriali. [14]

Gli Insubri s’impegnarono a fornire contingenti di cavalleria all’esercito romano (auxilia Gallica), rinunciando però ad accampare diritti sulla cittadinanza romana.

La romanizzazione della Transpadania non implicò dunque un intervento militare e poi politico-sociale, come in area emiliana; si configurò piuttosto come una lenta penetrazione pacifica di modelli culturali ed economici che modificò sostanzialmente la società indigena. [15]

Roma sostenne le emissioni monetarie celtiche, che imitavano la dracma marsigliese, con scritte in leponzio.

Per lo stesso motivo per cui il distruttore dei Daci Traiano è diventato l’eroe nazionale della Romania, così il vincitore degli Insubri divenne il rifondatore di Mediolanum, assumendo in sé nei secoli successivi il simbolo della lotta contro gli invasori d’Oltralpe. Il Torre esemplifica egregiamente nel suo racconto la missione civilizzatrice opera di M. Claudio Marcello, con tutti gli elementi storici ormai mitizzati:

Per generale capitano in Italia fu eletto Marco Claudio Marcello, ond’egli seppe e discacciare i Francesi e domare le sfrenate alterige di Annibale e rendere Brenno fuggiasco, e restituire la quiete ai cittadini milanesi, veggendola ora involata da un esercito nemico, ora turbata da tiranni. Approvato dagli Insubri il dominio dei Romani, seppero essi conservare nei loro siti ferma pace e si deliberò tra loro di vivere sotto tutela dei consoli Lucio Furio e Marco Marcello, come vogliono Lampridio, Eutropio e Orosoio l’anno 390 che Milano era già stato eretto; [16] quindi dai civili diportamenti, che i Romani operavano nell’Insubria, appreso anch’essi a vivere con splendore, ritrovandosi allevati incivilmente sotto i rozzi gesti delle straniere genti. [17]

Cremona, soprattutto dopo la rottura della confederazione gallica, ebbe una rifondazione a partire dal 190 a.C. che la porterà a svolgere un ruolo fondamentale nella romanizzazione dell’area insubre, quale nodo viario con la Postumia e fluviale col Po che la mettevano in contatto con i territori alto-adriatici. Vi erano concentrate officine romane e attività manifatturiere che si sparsero gradualmente in Insubria. A Cremona aveva luogo inoltre una grande fiera annuale del bestiame, alla quale partecipava tutto il Norditalia. [18] Cremona era collegata tramite la via Postumia con Genova ed Aquileia, la celtica Akylis, che nel 181 a.C. si vide arrivare 3.000 coloni, ai quali nel 169 se ne aggiunsero altri 1.500. [19] Roma si era ormai assicurata i confini naturali alle Alpi [20] .

 

La pax deorum

L’ingresso nel mondo romano comportava lo “scontro” tra le due diverse cosmogonie e religiosità celtica e romana. Per i Romani stringere dei patti con un popolo straniero comportava il venire a patti soprattutto con il pantheon di quel popolo. Pax e pactum derivano dal verbo paciscor, “stipulare”. A questo fondamento religioso della pace provvedeva il diritto dei Fetiales (feti, “stipulazione”), organizzati in un collegio di venti membri, con poteri consultivi e operativi. I Feziali fornivano consigli di diritto internazionale al senato e ai magistrati in occasione di trattati o controversie. Il pater patratus era il loro portavoce, il verbenarius (portatore di verbena) si occupava dei sacri arredi (vasa) consistenti in una pietra di selce e in uno scettro, che era l’immagine di Giove e l’insegna di legittimità di quelli che il dio designava a parlare in suo nome. La rappresentazione della folgore divina era la selce, per mezzo della quale si stringeva un patto colpendo a morte un maiale sacrificale. [21]

Ma il vero problema non era rappresentato tanto dalla religiosità celtica, quanto dalla loro organizzazione politica permeata di religiosità, che concedeva alla casta sacerdotale l’antico privilegio di affiancare alla pari il re e di dargli consigli vincolanti. Inoltre la sacralità custodita dai druidi poteva risultare veramente inaccessibile ai Feziali romani, che non capivano con quali forze e divinità dovevano “stringere degli accordi”. A lungo andare questo comportò quel fenomeno di interpretatio romana del mondo religioso celtico che costituisce il maggior cruccio degli studiosi contemporanei, obbligandoci a trarre le informazioni solo dall’Irlanda, l’unica regione celtica non toccata dai Romani. L’altra conseguenza fu la lenta ma inesorabile estromissione dei druidi dal centro del potere, con la parallela perdita d’identità culturale delle popolazioni insubri più romanizzate.


Reperti archeologici

Dopo aver stretto un foedus con Roma, gli Insubri ebbero forse anche i primi edifici di rappresentanza romana e manodopera romana che iniziò con lastricare la “forcella” sotto il santuario.

Le tracce di un grandioso edificio sono state rinvenute a - 7 m nell’area compresa tra la Banca d’Italia e la Banca Popolare per il Commercio e l’Industria (via Cordusio 5, via Bocchetto). Aveva pareti  in conglomerato di ciottoli, dello spessore di 1,30 m, poggianti su terreno vergine, con un perimetro di 150 x 57 piedi (44,25 m x 16,81 m), disposto con il lato lungo a filo della strada che poi diverrà il cardo massimo e col lato corto verso S. Maria Fulcorina, il decumano massimo. [22]   E’ possibile interpretarlo come un tempio, inaugurato dai Romani - probabilmente a Giove - per avere la possibilità di svolgere i loro commerci stipulando contratti legali. Ribadiamo la centralità del principio di commistione tra religione e diritto per i Romani. 

Nello stesso scavo sono state anche rinvenute le monete più antiche finora emerse a Milano e datate IV-III secolo a.C. Altre 359 dracme padane sono riaffiorate nel 1936 in piazza Fontana, in un ripostiglio che comprendeva ben sette tipi diversi di monete, il più antico della seconda metà del III sec. a.C., il più recente del primo quarto del II sec. d.C. [23]  

Sempre nell’area che in età augustea diverrà il Foro, nell’isolato compreso tra piazza Pio XI 1- via Spadari 13-15 e via Cantù sono nel 1928 vennero alla luce edifici a - 5,30 m, sui quali si ricostruì in epoca posteriore  (- 3 m di quota). [24]

Parimenti a quest’epoca potrebbe risalire il muro in conglomerato di ciottoli di via Filodrammatici, all’interno del santuario, che farebbe pensare a una recinzione della parte più sacra nel nemeton. Sarebbe di grande interesse riuscire a datare e spiegare gli oggetti non meglio precisati della seconda Età del Ferro ritrovati in via S. Protaso, sotto la Banca Popolare di Novara, costruita a ridosso del nemeton.

Per quanto concerne le abitazioni comuni, disponiamo di pochissimi indizi interessanti e coerenti, se si eccettua l’area di S. Satiro in via Torino, già abitata nel II sec. a.C., ma senza tracce comprensibili sul tipo della costruzione e sulla disposizione degli ambienti. Lo stesso dicasi per i reperti in piazza Missori all’angolo col corso di Porta Romana, dove sono venuti alla luce, proprio al centro dell’attuale carreggiata, resti di edifici lignei, caratterizzati da pareti di graticcio appoggiate su travi lignee disposte orizzontalmente e pavimenti in terra battuta, con resti di focolari. Sappiamo che le case erano orientate lungo un allineamento corrispondente al prolungamento di via Unione, ma non abbiamo indicazioni più precise circa la datazione.

[1] Plinio (Storia Naturale 12.5), meno malizioso,  fa perno sul valore dei prodotti mediterranei per spiegare le invasioni dal nord : il fabbro Elicone importa in Gallia dall’Italia fichi, uva, olio e vino, attirando verso il Mediterraneo le prime ondate di nordici assetati di dolce vita.
[2] Per A. Colombo, Milano romana, p. 16, Alba era un centro etrusco e si trovava nell’area intorno alla Scala.
[3] Chi non ricorda a questo proposito il corvo-intellettuale del pasoliniano Uccellacci-uccellini?
[4] M.T. Grassi, I Celti in Italia, p. 112
[5] R. de Marinis, La protostoria, in Archeologia in Lombardia, pp. 104-106; Popoli e civiltà dell’Italia antica, vol. IV, Roma 1975, pp. 225-327.
[6] G.F. Besta, Origine et meraviglie della città di Milano e delle imprese dei cittadini suoi, ms. Triv. 180, pp. 35-36.
[7] G.A. Castiglione, Gli Honori ecclesiastici in Milano, ms. Ambrosiana D 266inf., p.18.
[8] I Gaesati erano stanziati nel bacino del Rodano, sopra Marsiglia, e derivavano il loro nome dal gaesum, l’asta in ferro (Cesare, De bello Gallico, 3.4.1.).
[9] Il Besta sostiene invece che era il capitolium (posto nei pressi dell’arenario) a ospitare tutti i cittadini coi loro beni in caso di pericolo.
[10] Benzo Alessandrino, De Mediolano civitate opusculum, pp. 25-27. Con “broletto vecchio” s’intendeva quello sul quale sorse il palazzo visconteo oggi Palazzo Reale.
[11] G.F. Besta, Origine et meraviglie della città di Milano e delle imprese dei cittadini suoi, ms. Trivulziana 180, p. 160. Per il Besta l’ubicazione del pomario resta però nel brolo, che significa ugualmente frutteto o campo coltivato e recintato. Il “pomario” ricorda Avallon, l’Isola delle Mele di tradizione irlandese e il pozzo la Fontana di Salute dove venivano risanati i combattenti feriti. Cfr. Markale, Il druidismo, pp. 90-91.
[12] M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, pp. 392-393.
[13] Gli altri omphali sono indicati con una “pietra centro del mondo” dedicata alla Grande Madre o a un dio solare. Cfr. M. Eliade, Trattato di storia delle religioni, p. 241.
[14] M.T. Grassi, I Celti in Italia, p. 47. Cfr. anche sull’argomento G. Luraschi, Foedus, Ius Latii, Civitas. Aspetti costituzionali della romanizzazione in Transpadana, Padova 1979.
[15] M.T. Grassi, op. cit., p. 48.
[16] Il calcolo parte dall’anno 612, ritenuto quello della fondazione di Milano secondo la cronologia liviana.
[17] C. Torre, Ritratto di Milano, p. 5.
[18] M.T. Grassi, I Celti in Italia, p. 49.
[19] A tutti vennero distribuiti 256.000 iugeri di terra, corrispondenti a 1280 centurie. A ogni colono toccarono circa 50 iugeri a testa [19] , cioè un quarto di centuria, che per quei tempi sembra essere stata una quota di assegnazione molto alta, per compensare il rischio della lontananza, della pericolosità della frontiera e dell’aridità del terreno carsico. Per comprenderne il valore dobbiamo ricordare che col raccoltodi una centuria nella Padania potevano sfamarsi 50 persone e che quindi su un territorio centuriato dell’estensione di quello aquileiano potevano vivere 64.000 persone.
[20] Scopo della Postumia non era infatti quello di creare un’arteria commerciale, ma di costituire una strada-limes che collegasse le colonie latine dedotte nella Cisalpina tra la fine del III e l’inizio del II sec. a.C., cioè Piacenza creata per tenere a bada i Liguri, Cremona a controllo degli Insubri e Aquileia per l’estremità orientale.
[21] R.Del Ponte, La religione dei Romani, pp. 156-159, 183.
[22] De Marchi, Milano 1917.
[23] Per le monete preromane cfr. A. Pautasso, Le monete preromane dell’Italia Settentrionale in “Sibrium”, VII (1962-63), pp. 65, 105.
[24] Milano ritrovata, Milano 1986, scheda 31.2

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Ultima modifica: martedì 23 luglio 2002

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