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Trascrivo la copia di un articolo pubblicato nel mese di giugno del 1949 che mi fu trasmesso, dietro mia richiesta, da Plinius Campi nel 1989. Dal mese di Settembre di quell'anno, con la morte di mia madre Marta, la casa restò vuota e dopo qualche tempo fu venduta. Volendo sensibilizzare i nuovi proprietari in merito al valore storico ed artistico degli affreschi volevo attingere non solo per me stesso ma anche per i miei famigliari ragguagli biografici precisi e trasmetterli anche ai nuovi proprietari. Questa azione fu compiuta.

Ritratto di Giacomo Campi

Ritratto di Giacomo Campi eseguito da Achille Beltrame (forse 1911)

 

LA MARTINELLA DI MILANO

GIACOMO CAMPI, MIO PADRE

 

Cedo alle gentili insistenze del valoroso direttore della "Martinella" che mi chiese di scrivere qualche cosa su mio padre, il pittore Giacomo Campi, noto nella scapigliatura milanese ed inventore delle famose "ombre". Purtroppo la mia competenza in campo artistico non è certo quella che potrei forse vantare in quello scientifico e, d'altra parte la mia qualità di figlio non basta certo a giustificare che io possa scrivere di Lui. Ma potrebbe forse interessare ai veri critici d'arte conoscere un mio punto di vista che si connette al fatto, sempre psicologicamente interessante, di un figlio di artista, orientato verso la filosofia naturale e la scienza. Se riguardiamo Dante, nel canto VIII del Paradiso, troviamo scritto: "Natura generata il suo cammino Simil farebbe sempre ai generanti, Se non vincesse il provveder divino". Orbene, molti amici di mio padre, quando casualmente mi riconoscono, mi chiedono talvolta insistentemente perché anch'io non dipinga. La risposta vorrei tentar di formularla qui.

Bozzetto del velario dell'Esposizione VoltianaL'arte, la letteratura e la scienza non sono estranee l'una all'altra. Questa interdipendenza, in un mondo di "specializzazioni" com'è il mondo attuale, non può sussistere in un uomo solo. Giovanni Battista Vico coglie col suo poderoso ingegno, attraverso un'acuta analisi e sintesi dei simboli della storia, questa intuizione. Qui mi basti, del resto, ricordare che Leonardo precedette due fulgide stelle, dell'arte l'una e della scienza l'altra, Raffaello e Galileo. Dobbiamo ammettere che nel pensiero leonardesco, dove mirabilmente armonizzano la scienza e l'arte, si formino già le essenziali premesse da cui scaturiranno la sublime pittura raffaellesca e il rinnovamento scientifico e filosofico galileiano. Ogni tanto al mondo nascono uomini che traducono parte dell'armonia divina, che irraggiano una luce nuova sugli uomini. La Chiesa ci indica i santi, e veramente incompleto sarebbe questo quadro di premesse, se non riconoscessimo che Leonardo fu preceduto da S. Francesco. La santità non è poi che il sommo della bontà e della poesia. Queste premesse, apparentemente fuori tema, sono viceversa la base su cui possiamo sperare di interpretare lo sforzo di Giacomo Campi nel quadro dell'800. La pittura ha una posizione speciale rispetto a tutte le altre arti - non dimentichiamo che Leonardo fu soprattutto pittore - di cui è certamente la superiore. Infatti essa permette di fissare un certo sentimento, una certa interpretazione del mondo su due sole dimensioni. L'essere la pittura fuori dl tempo la fa paragonabile a quanto per la scienza è la geometria. E qual sia la posizione fondamentale della geometria nella stessa scienza fisica, lasciamolo affermare da Galileo Galilei, il quale la considerava la guida, accanto al metodo sperimentale, nella interpretazione delle leggi dell'Universo. Ma anche nella stessa fisica moderna il gran passo è ancora concettualmente segnato dall'acuta analisi geometrica einsteniana.

Se dunque Giacomo Campi è un pittore, lo è per l'impulso di una concezione universale che nella pittura ritrova un mezzo adeguato di interpretazione e di estrinsecazione umana. Per questo, come alcune sue biografie dicono, non fu mai e solamente un pittore, ma fu anche l'inventore delle "ombre", di mille giochi ed interpretazioni mimiche, validissime in senso assoluto e più ancora in senso relativo, se si tien conto della sua sordità fisica. Il Campi è artista nel più completo significato della parola, e per questo la sua tecnica di pittore deve cedere il passo alla sua prodigiosa fantasia e al suo bisogno di sintesi in un secolo essenzialmente di analisi. A differenza di altri pittori più limitati, non può essere apprezzato attraverso le opere che lascia, seppure parzialmente indicatrici del suo genio, perché gran parte delle sue doti si manifestano e direi meglio si sprigionano in mille modi impensati e incontrollabili dalla sua stessa persona fisica e morale, che vive l'apparente incongruenza del suo secolo, Come un attore, Egli non ha lasciato nulla che lo possa sostituire o debitamente richiamare: gli imitatori delle ombre, dei suoi giochi, furono tanti, ma nessuno poté essere Giacomo Campi. Questa sua versatilità ed esuberante fantasia fu spesso di danno alla sua stessa pittura, la quale perdeva il suo carattere geometrico e veramente pittorico. Quanti furono i suoi amici o discepoli che si preoccupavano di sottrargli di mano un acquarello, perché non venisse guastato dall'ulteriore impulso a trasformarlo! A questo punto, persone più competenti di me, che gli furono allievi e amici , e basterebbe citare il poeta Luigi Medici o il conte Vincenzo Negri, potrebbero dire dei mille pericoli corsi dai suoi lavori durante la loro stessa esecuzione. Errore e ragione di giusta critica, si potrebbe dire: ma occorre distinguere l'incapacità di chi dipinge e trasforma in peggio il suo lavoro, correggendolo, da chi, come Leonardo, cerca la risoluzione di un problema e, a soluzione raggiunta, abbandona, spesso ancora incompiuto, il lavoro; da chi ancora ubbidisce a tutta una ricchezza interiore che cerca le vie d'uscita e, come Raffaello o Galileo o Newton, le trova attraverso l'arte o la scienza nel periodo adatto.

 

Ritratto di Antonietta GuzzettiGiacomo Campi è limitato nella sua opera di pittore dalle impossibilità del suo secolo. Il secolo diciannovesimo non è preceduto da un Leonardo, ma, dalla visione universale che impronta il divino Rinascimento, il mondo è ormai sceso ad analizzare i particolari. L'armonia dell'arte e della scienza, che vediamo realizzarsi in Leonardo e per il suo magnifico impulso tradursi nei due prodigi di Raffaello e Galileo; che continua a permeare tutto il Rinascimento e dà a questo il senso dell'universale anche nel particolare, dell'umano e del divino uniti assieme, nelle ultime conseguenze dell'800 è già dispersa in mille analisi che ormai non permettono più l'effettivo connubio dell'arte e della scienza, dell'utile e del vero col bello e col bene, dell'umano e del divino. I quadri dell'800 vertono su temi particolari, troppo limitati nel tempo e nello spazio. La scienza dell'800 è essenzialmente analitica e realizzatrice: gli scienziati e gli stessi filosofi (non si dimentichi la posizione dominante del positivismo) sono preoccupati di realizzare esperimenti che traducono in pratica le idee di Franklin, le celeberrime scoperte, che tutti hanno abbagliato e avvinto, di Volta e di Faraday. Si insinua prepotente il problema della materiale prosperità sociale, cui danno forza di verità le applicazioni della scienza, portata, mercè gli Edison, i Pacinotti, i Piatti, i Villoresi, ecc., alla sua democratizzazione. Si sviluppano le comunicazioni, si forano le montagne, cadono le barriere che dividevano i popoli, la luce illumina le case dei ricchi e dei potenti così come quelle dei poveri e degli umili di una luce nuova e di gran lunga più bella di quelle fino allora invidiate alle case dei principi; l'uomo comincia a volare. E la pittura cosa avrebbe fatto di fronte a tanta scienza, a tanta tecnica, a tanto progresso di specialisti? Non dimentichiamo che l'arte e specialmente la pittura, è per sua natura aristocratica.

Annetta CampiGiacomo Campi, discendente dai pittori e architetti cremonesi, doveva essere un pittore; sua sorella Annetta Campi, si diede, con grande successo, all'arte drammatica. E chi non sa delle sue celebri recite al teatro Manzoni di Milano, dove ella, a suo talento, faceva ridere o piangere file di spettatori? Ma il fratello doveva sentire il problema politico, e fu garibaldino; doveva sentire l'impulso artistico naturale, e fu pittore; doveva alfine dire qualcosa di più di quanto potesse il limitato campo della pittura dell'800 e fu, privato fin da fanciullo del dono dell'udito, creatore delle ombre, meraviglioso fenomeno che democraticamente, perché popolare e benefico, preludeva al cinematografo, in cui però l'operatore era lo stesso artista. Le ombre sono un fatto non tecnico, ma tipicamente artistico e umano. Alcuni lamentarono che Giacomo Campi, in Italia, come in Francia, come in America, sulla terra come sul mare (si ricordi il famoso viaggio sulla Turreine e quanto scrissero i giornali di New York al suo arrivo) non si servisse delle suo ombre come mezzo di lucro. Per questo il papà fu forse anche il più benefico di tutti i pittori dell'800. Ma un altro punto vorrei chiarire, sempre in merito all'attività artistica di mio padre, ed è quello, per noi più interessante, del come si potessero attuare i rapporti fra arte e scienza nel clima dell'Ottocento. Sviluppata la realizzazione pratica dei ritrovati scientifici, democratizzatasi la scienza, il tentativo di democratizzazione dell'arte doveva essere fatto. Esso comporta il concetto essenziale che le macchine sono strumenti del bello e del bene. Noi oggi sappiamo di quale importanza sia questo aspetto della ricerca: i due temi attuali della scienza si riassumono nel dilemma della pila o della bomba atomica. L'arte dell'Ottocento, e specialmente quella che, come nel caso di Giacomo Campi, spesso prediligeva l'allegoria, era l'espressione di una sintesi veramente umana. Quel velario dell' Esposizione Voltiana di Como, di cui oggi, dopo il fatale incendio che la distrusse, non rimane che il brillante bozzetto, in cui la pila è rappresentata da una catena di angeli e demoni riuniti dal genio di Volta per illuminare il mondo o far scaturire la scintilla del progresso e della civiltà umana, è un simbolo purtroppo, e come tale lontano dalla potenza artistica, permeata di verità, dei pittori della Rinascenza, ma è la traduzione di una profonda filosofia e quindi l'espressione di una grande verità: che solo il connubio della scienza con l'arte realizza il modo più aristocratico di democrazia, ed è il preludio di quella sintesi armonica che i pittori e gli scienziati di questo secolo cercano affannosamente invano.

Plinius Campi

 

 

Giacomo Campi nel 1919Giacomo Campi, di Giuseppe e Grechi Carlotta, nato a Milano il 20 ottobre 1846, morto l'8 dicembre 1921, lasciò un centinaio di quadri e altre opere minori. Quasi duecento furono esposte alla Mostra postuma del 1922 in Piazza Mercanti: tempere, olii, acquarelli, carboni. Fu non solo paesaggista di valore, e originale pittore di genere, ma ritrattista finissimo che arricchì le quadrerie dei Borromeo, dei Belgioioso, Falcò, Stanga, Arnaboldi, etc. Volontario garibaldino nel 1866 il Campi si dedicò in pace a molte opere benefiche primeggiando tra quella schiera di artisti, capiscarichi e filantropi che decoravano i bei salotti milanesi e la Società Artisti e Patriottica. Ma era un tipo a sé, pieno di sensibilità e delicatezza. Tenero per i fanciulli, ebbe tardi la consolazione di un figlio, Plinius, che si dedica a severi studi nel campo fisico-matematico e già diede belle prove di sé come docente, scopritore di nuove leggi, formulatore di postulati, in corrispondenza con scienziati di fama mondiale e premi Nobel come L. De Broglie, Heisemberg e il nostro Levi Civita. Le sue osservazioni sulla cinematica prelusero alla moderna teoria quantistica. Ottimo divulgatore e conferenziere, pubblicò un trattato di fisica nucleare. So occupa sperimentalmente di radiotecnica, raggi Roengten. fisica atomica, e della costruzione di apparecchi fotoelettrici e moltiplicatori.

 

Ultima modifica: domenica 10 febbraio 2008

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