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 Matteo Bandello e il ritratto della contessa di Challant (2)

di Valentino Scrima

 

 

San Maurizio al Monastero Maggiore

Per secoli, il Monastero mauriziano fu la principale comunità di clausura femminile di Milano. Sorto sulle rovine del Circo romano, ne ingloba le strutture: la torre dei Carceres diventa campanile; la torre poligonale delle mura – allora creduta prigione di gloriosi martiri ambrosiani – è riutilizzata come oratorio; tutta l’area a sud – coincidente con la vasta arena circense – fa parte della proprietà del ricco cenobio, che vi costruisce chiesette, sfrutta gli spalti come cava di materiali da costruzione o da fornace, e coltiva il terreno a orti e giardini. Famosi fino a tempi recenti i frutteti (albicocchi, peschi e pruni con spalliere di lamponi), nonché il florido vigneto, all’origine del toponimo via Vigna. Le monache – prima dell’avvento regolatore di Carlo Borromeo – usano allietare i conviti con coppe di buon vino e squisiti dessert a base di frutta fresca e confettura, in un’atmosfera spensierata da novella bandelliana.

Il periodo di maggior fioritura del Maggiore è il turbolento primo ’500, quando tra le mura claustrali si rifugiano le discendenze femminili delle più distinte famiglie milanesi, venendo a formare una sorta di circolo femminile d’élite, che coltiva il canto polifonico tipicamente mauriziano e la meditazione sentimentale sulla passione di Cristo. Un tema che viene illustrato da Luini con accenni teneri e strappacuore negli affreschi del tramezzo interno. Non è un caso che il ciclo della Passione si concluda proprio con la scena del Noli me tangere, dove ogni monaca (sponsa Christi) era chiamata a identificarsi con la Maddalena, tra lacrime di commozione.

Nulla sappiamo dei primi committenti degli affreschi cinquecenteschi, precedenti all’intervento luinesco. Si trattava forse di casati filofrancesi, i cui stemmi furono rimossi con il rientro sforzesco, nel 1522. Da quel momento la chiesa rientra sotto il patronato dei Bentivoglio, e il tramezzo è affrescato in omaggio alla famiglia che vi vuole stabilire il proprio mausoleo dinastico. Lo stesso Bandello è un protetto di Alessandro Bentivoglio, e dedica il suo novelliere alla memoria della di lui consorte Ippolita Sforza (da poco scomparsa). Nel racconto della vita della contessa di Challant – già dama di corte di Ippolita – accenna alla presenza di un ritratto nella chiesa di San Maurizio. Nelle fattezze di qualche santa si celerebbe la bellissima Bianca Maria di Challant.

 

La badessa Bianca Bentivoglio, committente di Luini

Secondo i più recenti studi (Pietro Marani), Luini inizia a lavorare in San Maurizio dai primi anni ’20 nei due registri inferiori della parete divisoria. Il ciclo celebra la famiglia Bentivoglio: lo stemma del casato – una sega rossa «di sette denti» in campo d’oro – si ritrova in vari punti della chiesa, inquartata con l’aquila imperiale o la vipera sforzesca. Le figlie di Alessandro e Ippolita approdano tutte nel convento: Alessandra e Ippolita come suor Bianca e suor Francesca, Violante e Ginevra una volta rimaste vedove. A partire dagli anni ’30, una serie di famiglie imparentate o legate ai Bentivoglio, il cui ramo maschile diretto si è da poco estinto, prenderà via via possesso delle cappelle laterali.

 

Ippolita Bentivoglio

Ippolita Sforza Bentivoglio dall’Album di Ambrogio Noceto (Milano, Trivulziana)

 

L’intervento di Luini è anche un omaggio post-mortem a Ippolita Sforza Bentivoglio, la dedicataria postuma delle Novelle di Bandello. Ippolita è nipote di Ludovico il Moro (è figlia di Carlo di Galeazzo Maria Sforza), e vive all’incirca tra 1481 e 1521. Si sposa nel 1497 con Alessandro Bentivoglio, figlio del signore di Bologna. Nel 1512 si trasferisce a Milano, in un bel palazzo dotato di vasto giardino, nel «popoloso borgo» di Porta Comasina. Da quanto si deduce da Bandello, il giardino affaccia sul Castello Sforzesco, mentre la fronte della casa prospetta sulla basilica di San Simpliciano. Racconta il novelliere che il salotto Bentivoglio è frequentato da poeti e letterati, come Lancino Curzio e Girolamo Cittadini, e soprattutto dalle dame più in vista: le poetesse Camilla Scarampi, Cecilia Gallerani Bergamini (l’ex amante del Moro, ritratta da Leonardo come Dama con l’ermellino) e l’esuberante Bianca Maria Visconti, giovane casalese protetta da Ippolita (futura contessa di Challant). Sono gli anni in cui nasce e si consolida a Milano la civiltà della conversazione, patrocinata dalla nuova figura della gentildonna, colta ed emancipata.

In quegli anni, Alessandro Bentivoglio passa al servizio degli Sforza e allaccia rapporti d’amicizia con i nobili fedeli agli eredi del Moro, come gli Atellani e i Visconti. Anche dopo la rotta di Melegnano (1515), resta a Milano, aspettando il momento propizio per tornare alla ribalta. Al rientro sforzesco (1522), è nominato senatore di Milano e di lì a qualche anno viceduca di Francesco II Sforza (1529). Nell’età oscura della restaurazione francese (1515-22), la famiglia ha destinato la figlia primogenita Alessandra alla pace e all’opulenza del Monastero Maggiore. Il 21 maggio 1521, poco prima della morte prematura, Ippolita Bentivoglio fa testamento: esprime il desiderio di essere seppellita nella sua chiesa parrocchiale, la modesta Santa Maria degli Angioli (a Milano regnano i francesi, e il momento non è opportuno per puntare sulla prestigiosa San Maurizio). Nelle sue disposizioni, lascia una somma cospicua alla figlia da poco monacata. Non può prevedere che di lì a breve le cose volgeranno al meglio; e forse non farà in tempo a condividerne le gioie. Nel 1522 si insedia a Milano Francesco II Sforza, e – sull’onda dei successi paterni – Alessandra diventa badessa (lo sarà per altre cinque volte).

Chi commissiona gli affreschi del tramezzo? In realtà non c’è una risposta sicura, ma solo una serie di ipotesi. Si è addirittura dubitato che i due donatori inginocchiati fossero Alessandro e Ippolita, propendendo per la figlia Violante Bentivoglio e il marito Giampaolo Sforza (Maria Teresa Binaghi Olivari). Una tesi affascinante che credo sia da escludere, perché, a sentire Bandello, questi ultimi si sarebbero sposati a Ferrara intorno al 1528 e non ci sono documenti che li leghino al monastero. Come si è fatto fin qui, formuliamo un’ipotesi in grado di dirimere i problemi, senza purtroppo l’avallo di dati incontestabili. Ebbene, mettiamo che la committente principale sia la badessa Bianca.

Alessandra/Bianca cresce all’ombra della madre, venendo in contatto da adolescente con un circolo culturale di forte presenza femminile. È più o meno coetanea di Bianca Maria Visconti, la futura contessa di Challant, che magari invidia un po’: accolta da Ippolita come una figlia, sposata con un gentiluomo in vista e smaniosa di divertirsi. I genitori cercano anche per lei un degno consorte. Incaricano Bandello di prendere accordi con Roberto Sanseverino, conte di Caiazzo, forse per conciliarsi la fazione filofrancese, ma il giovane è già impegnato (un decennio più avanti – ritiratasi in clausura la brava Alessandra – Roberto si butta tra le braccia della spregiudicata Bianca Maria!). Nella casa di Porta Comasina hanno accesso poeti, cantori e artisti. Bernardino Luini è allora il pittore prediletto di aristocratici e religiosi: nel salotto di Ippolita, traccia uno splendido ritratto a disegno della padrona di casa (all’Albertina di Vienna) e forse prende nota anche delle fattezze di altre belle signore, tra cui la più appariscente è senz’altro la vezzosa Bianca Maria Visconti.

 

Ippolita Bentivoglio

Bernardino Luini, Ippolita Sforza Bentivoglio (Vienna, Albertina)

 

Quando, intorno al 1520, Alessandra si fa monaca, Luini è convocato per raffigurarla in una tavoletta devozionale, già al Museo Filangieri di Napoli (Dario Trento). La ragazza, poco più che ventenne, è di profilo, vestita da benedettina e inginocchiata. È presentata al bambin Gesù benedicente dalla Vergine, che la abbraccia con premura materna. Giuseppe vaga sullo sfondo (un’allusione alle traversie politiche del padre?).

 

Ippolita Bentivoglio

Bernardino Luini, Bianca Bentivoglio raccomandata a Gesù Bambino (1520 ca., collocazione ignota)

Lo stesso volto, dal profilo netto e la piccola bocca carminia e sorridente, compare in due riquadri degli affreschi luineschi nel tramezzo di San Maurizio: nella Deposizione di Cristo nel coro claustrale; e a fianco di Ippolita Bentivoglio nell’aula dei fedeli (nonostante la divaricazione cronologica, il pittore fa uso della stessa matrice).

 

Bianca BentivoglioBianca Bentivoglio

Ritratti della badessa Bianca Bentivoglio, negli affreschi di Bernardino Luini in San Maurizio

 

Nel registro centrale della parete dell’aula pubblica la badessa Bianca è una sorta di eminenza grigia, è una presenza appartata ma protagonista. Effigiata con gli attributi di santa Scolastica, sorella di san Benedetto, introduce la madre – scomparsa da pochi mesi, quand’era ancora sulla quarantina – e intercede per la sua anima. Ippolita Sforza Bentivoglio, invece, è una presenza ‘fantasmatica’: vestita con un abito di broccato bianco ricamato a groppi d’oro (nodi di memoria leonardesca), appare trasfigurata e incredibilmente giovane, decisamente poco caratterizzata dal punto di vista fisiognomico. Dall’altra parte Alessandro Bentivoglio è presentato da san Benedetto: l’uomo è al culmine della carriera, abbigliato con eleganza inappuntabile; eppure appare come provato, emaciato e in abito da lutto.

 

Alessandro BentivoglioAlessandro BentivoglioAlessandro Bentivoglio

Alessandro Bentivoglio in tre presunti ritratti. I primi due, opera di Luini, provengono: dal tramezzo dell’aula pubblica di San Maurizio; e dalla scena del Trasporto di Cristo, nel coro monastico. La terza immagine, dove il giovane rampollo dei signori di Bologna veste i panni di poeta antico, è un particolare dall’Adorazione del Bambino di Lorenzo Costa (1499 ca., Bologna, Pinacoteca Nazionale).

 

L’immagine retrospettiva di Ippolita richiama la dedica delle Novelle di Bandello, che sa di malinconica e personale rievocazione. Il ritratto postumo della «mirabile eroina» è – al pari della figurazione di Luini – un esempio di somma e rarefatta idealizzazione, tipica del mondo cortigiano:

"essendo voi, tra le rarissime donne del nostro secolo, la più, di vertù, di costumi, di cortesia e d’onestà, rara, e di buone lettere latine e volgari ornata, che a la vostra divina bellezza maggior grazia accrescono, io nondimeno me ne tengo sempre da più, conoscendo l’acutezza del vostro ingegno, la erudizione, la dottrina e tante altre vostre singolari ed eccellentissime doti."

I due coniugi volgono lo sguardo verso il centro della parete, dove c’era originariamente una terza arcata, aperta sul coro monastico con una grata, forse decorata da un crocifisso. Nel registro inferiore Luini inscena un corteggio gentile di sante martiri, bionde fanciulle dagli atteggiamenti leggiadri. È un omaggio al cenobio di benedettine o forse – dato il carattere memoriale e celebrativo del ciclo – alla presenza attiva delle donne nel cenacolo culturale di madonna Ippolita.

 

Alessandro Bentivoglio

 

Sono gli anni in cui Luini inventa, sulla scorta degli studi fisionomici di Leonardo e dei suoi seguaci, un fascinoso tipo femminile, velato d’ineffabile sorriso malinconico. Le sante seducenti e le eroine maliarde (come la bella e crudele Salomè da lui tante volte rappresentata), riflettono il nuovo ruolo culturale e sociale della nobildonna milanese, che Bandello arriva a descrivere come insofferente della prepotenza maschile. L’iconografia muliebre di Luini sarà destinata a grande e prolungata fortuna, tanto da incarnare per Stendhal la bellezza lombarda tout court (la sua Métilde ricorda le Erodiadi di Leonardo, che non sono altro che le Salomè di Luini). E tanto da suggestionare Vladimir Nabokov nel racconto La Veneziana (1924), dedicato a un’italiana dagli «occhi luineschi». Chissà se anche Giuseppe Giacosa non pensasse alle eroine criminali di Luini quando tratteggiava la protagonista del noto dramma La Signora di Challant (1891), portata sulle scene da attrici fatali come Eleonora Duse e Sarah Bernardt.

 

Salomè

Bernardino Luini, Salomè (Parigi, Louvre)

 

Ed ecco alcuni esempi di quel filone femminista avantilettera che percorre, come omaggio cortigiano, il novelliere di Bandello (novelle III, XXIV e IV, XVIII):

"Ma se il mondo si cangiasse e che le donne potessero aver una volta la bacchetta in mano e attendere agli studi così de l’arme come de le lettere, nei quali senza dubio molte di loro si farebbero eccellentissime, guai a noi. Io penso bene che ci renderebbero mille per uno e più, e che ci farebbero star tutto il dì con la conocchia a lato e col naspo e l’arcolaio, e ne cacciarebbero come guattari in cucina; e saremmo forse ben pagati, poi che noi molte volte fuor di ragione e oltre ogni convenevolezza facciamo loro tanti torti e le trattiamo molto domesticamente."

"E certamente se li padri volessero permettere alcune de le figliuole darsi agli studi litterali e anco a l’armi, molte riusceriano eccellentissime, come fu per lo passato. Ma per non discorrere per l’Europa, non usciremo per ora fora di Milano, lasciando Pentesilea, Camilla, Tomiri, Ippolita, Zenobia, Saffo, Temistoclea, Proba, Polla, Argentaria e molte altre dotte e bellicose, e diremo solamente de la mirabile eroina la signora Ippolita Sforza e Bentivoglia, che tutto il dì si vede di passi reconditi de la lingua latina dottamente disputare. Ma come posso tacere la moderna Saffo, la signora Cecilia Gallerana contessa Bergamina, che, oltra la lingua latina, così leggiadramente versi in idioma italiano compone? Chi oramai non conosce la signora Camilla Scalampa e Guidobuona, le cui colte rime sono in tanto prezzo? Queste tre sono pure in Milano. Ci è ancora la nobile e valorosa signora Luzia Stanga, che con la spada in mano fa paura a molti bravi. Ci è anco la figliuola del giardinero de l’umanissimo signor Alessandro Bentivoglio, che questi dì nel gran borgo de la Porta Comasca contra dui sbirri, che volevano prendere il fratello di lei che senza arme era, dato mano a una spada, uno di quelli sergenti animosamente assalì e l’ammazzò, e l’altro di una stoccata ferì e fece fuggire."

L’ultima esemplificazione si riferisce a un episodio di cronaca, raccontato con maggior dovizia di dettagli nella novella III, XXIV. Giovanni Antonio, figlio del giardiniere di Palazzo Bentivoglio, bravo giovane ma fin troppo spavaldo, aveva litigato con un sergente della polizia francese, «nel mezzo de la via che va dritto a San Sempliciano, che sapete esser assai larga e patente». Trovandosi in difficoltà, gli era venuta in aiuto la sorella Bianca, una ragazza coraggiosa, spinta dall’amore fraterno e forse da una specie di animosità patriottica. Il prepotente resterà ucciso, e i due fratelli saranno risparmiati dalla legge grazie all’intervento di Alessandro Bentivoglio.

 

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Ultima modifica: martedì 1 novembre 2011

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